Partito del Sud e nostalgie di vecchi padroni

Partito del Sud e nostalgie di vecchi padroni.Se parlassimo dell’Italia guardando a quanto accade oggi dovremmo alla fine arrenderci al solito ed unico possibile commento: strano Paese il nostro. Ma non basterebbe. Se l’Italia fa della sua stranezza e delle sue ondivaghe posizioni e scelte politiche una peculiarità che la distingue nella corsa al titolo del luogo della coerenza e della stabilità, di certo il Sud, e la Calabria in particolare, non sembrano dissociarsi da tale tendenza.
Dopo la trasformazione della Lega da partito del Nord a partito anche del Sud, dopo le intemperanze incomprensibili dell'ego salviniano, dopo le chiamate in piazza meloniane e le illuminazioni zingarettesche all'ombra di un velleitario renzismo dal nuovo look di borgata, alla richiesta di difesa della dignità politica di un Di Maio che si sente un nuovo De Gasperi ci mancava il partito del Sud. Una sorta di celebrazione neoborbonica, quasi a porsi come grancassa di un mito salvifico di chi ha lasciato nell’ignoranza e miseria il popolo del Sud le cui ricchezze erano già in uso al mantenimento di una pigra casa regnante similnapoletana. Una novità? Non direi!
Il nostalgico ricordo del padrone del passato in fondo è un processo di affrancamento dal torpore onirico di una sindrome di Stoccolma. Una condizione di sofferenza e riscatto tipica di coloro che, invece di dotarsi di proprie capacità di governance, tendono a nascondere ogni limite e ogni insuccesso da imputare alla propria indolenza ricercando in un imperituro j’accuse l’argomento per distinguersi. Un’iscrizione all’indice delle colpe attribuite ad una classe politica, quella italo-piemontese oggi post-sabauda se non repubblicanamente nata nordista – ricordo alle memorie corte dei neoborbonici del momento che il Sud si era espresso a favore della Monarchia “sabauda” al referendum del 1946 e di cui solo a Napoli la casa dei Savoia prese il 79% dei voti – a cui si rinfacciano le grandi conquiste di civiltà della precedente monarchia napoletana.
Una monarchia, il cui padrone, ovviamente, era notoriamente un campione di democrazia ed un elargitore di ricchezze (si potrebbe chiedere ad un Michele Bello la sua opinione sui Borboni). Credo di essere abbastanza meridionalista per poter suggerire una lettura della storia e dei fatti che possa dare un quadro onestamente sincero delle nostre vicende. Vicende, queste, verso le quali dovremmo avere un pizzico di umiltà guardando ai nostri limiti di prospettiva. Nessuno mette in discussione come, in che termini e con quali risultati l’unità nazionale sia stata condotta. Rapine o meno sul patrimonio del Regno delle Due Sicilie non credo che facciano la differenza. Questo, dal momento che ogni conquista si presenta con le proprie dinamiche di assorbimento a vario titolo della ricchezza dei territori occupati.
Tuttavia nella difesa postborbonica, fermo restando che non sono in discussione le capacità commerciali del regno napoletano, e che condivido i contenuti del volume di Aldo Servidio L’Imbroglio nazionale, non vedo dove possano essere rintracciate - in termini di crescita e sviluppo della ricchezza del cosiddetto Regno delle sirene - virtuosità di governance tali da dimostrare un affrancamento della popolazione, soprattutto rurale, dal bisogno. Se tra due padroni la scelta o il giudizio è su quello ritenuto più identificativo con le culture del Sud, ricordo che i Borboni di certo non erano una casata italiana. Se la scelta o il giudizio è fondato sulle capacità di governance direi che tra le rapine sardo-piemontesi e il modello di governance borbonico fondato sulle mistica delle tre “f” – il popolo si governa con feste, farina e forca – probabilmente non avremmo molto da scialare.
D’altra parte, vorrei ricordare alla nuova intellighenzia neoborbonico-pseudoautonomista che rinfaccia al governo romano i soliti aiuti mancati o negati, che all’inizio del Novecento ben altra scuola meridionalista era in voga e di certo non manifestava desideri restauratori di vecchi padroni. Nitti, Salvemini, Fortunato o Gramsci non manifestarono simpatie neoborboniche come panacea per curarsi dal nuovo male. Essi, a vario titolo e contenuti, richiamavano la necessità di dare al Sud una propria dignità economica e sociale. Ma, rara avis, le memorie corte delle classi politiche postfasciste e postrepubblicane – venute a galla grazie ad un lento corrompersi del miglior intellettualismo meridionalista - dovevano, come lo sono state e lo sono, franare sulla corsa neoassistenziale e dare aggio, oggi, ad un nuovo ennesimo partito.
Un partito che tra le pagine dei libri a cui si ispira, in genere dello stesso autore-promotore, non sottolinea come e in che termini, ad esempio, l’analfabetismo fu forse la più manifesta eredità del governo sui “cafoni” a cui la compiacente Chiesa cattolica, nel difendere se stessa, di certo non apriva strade possibili se non lasciare alla buona volontà di qualche sacerdote per i poveri e ben elargite alle ricche tasche di un patriziato latifondista le possibilità di istruzione. Una piaga, quella dell’analfabetismo, cui cercò di porre rimedio non un avveduto meridionalista da scrivania, ma un solerte Umberto Zanotti Bianco che da buon piemontese sostituì i fatti alle chiacchiere dei soliti benpensanti da salotto partenopeo.
Se un fronte del Sud deve esserci, questo non passa per la celebrazione di un vecchio padrone contro il tiranno di oggi, ma dalla capacità e volontà di dimostrare di sapersi governare, di essere parte di una nazione e di una storia comune e condivisa, di riconoscere quanto non siamo stati capaci di fare senza nasconderci dietro alibi supportati da motivazioni storiche oggettive, ma non sempre ben contestualizzate. Se un fronte del Sud deve esistere deve andare oltre l’egoismo di una verità che tale non è perché si limita a replicare oggi - e tardivamente visto i risultati elettorali del partito salviniano – un modello superato creando un partito del Sud nel tentativo di sovrapporsi all’esperienza storica quale fu quella della Lega Nord.
Ciò significa non solo essere in ritardo sui processi politici ma, in particolare, dimenticare che la Lega, nella sua versione a tutto campo, deve proprio al Sud quelle percentuali che hanno fatto la differenza nelle ultime consultazioni elettorali. Un piccolo particolare che dovrebbe far riflettere sull’idea di una possibile dignità meridionale da difendere. E, infine, un nuovo fronte del Sud di certo non può piegarsi ai desiderata di un nuovo Messia, ma va sostenuto dalla volontà comune di crescere processando la propria storia con obiettività e senza affidarsi a delle lenti unidirezionali, o a facili lusinghe del confronto sul comodo uno contro l’altro.


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