Il vuoto della politica

Il vuoto della politicaCitare Pirandello sembra essere un rituale ciclico nella nostra vita di italiani. Non si tratta tanto di farlo per ragioni di manifesta saccenza, ne abbiamo già troppa e, in fondo, non è che citare l’uno o l’altro autore ci arricchisca più di quanto non facciamo spesso. Anzi, oggi ci troviamo alleato anche un edipéo enciclopedico che è dato dal web e che ci consente di sfornare, al momento, una dotta citazione di autori magari mai letti o conosciuti, ma di cui ci attribuiamo la scoperta senza colpo ferire.
E, questo, non vale solo per i comuni cultori della cultura cotta mangiata e whatsuppata, o esposta sui socialmarketing delle nostre ansie. Vale anche per i politici della nuova era dell’informazione, convinti della loro onnipotenza assistita, che non ritengono di avere limiti di capacità o di conoscenza sfiorando la tuttologia del sapere e la poliglottologia del dire, espressioni e accenti dialettali compresi. Per questo motivo, riprendo una riflessione sorta spontaneamente nei momenti di ozio coatto cui siamo stati costretti per arginare, non senza cadere anche in una sorta di isteria collettiva, un incubo.
Una minaccia che in altri posti ha fatto vittime, e poco importa se dirette conseguenze del contagio o se tristi e irrecuperabili danni collaterali per un’emergenza che ha costretto in tanti, molti alla rincorsa piuttosto che all’anticipo. Nella sfilata di esperti, politici, giornalisti e altri protagonisti della vita pubblica del Paese mi sono perso nel labirinto del buon senso, della ragionevolezza del dire e del sapere cosa si dice. Così mi sono soffermato su un aspetto emblematico, ma che non poteva e non doveva meravigliarmi offendendo, se mi fossi sorpreso, quel bias di conferma che mi permette di essere ancora curioso nel tentare di comprendere: il decadimento culturale di chi pretende di governare parti dello Stato.
Ovvero, di indirizzare e guidare le sorti di un Paese credendo che un semplice rapporto fiduciario fondato sulle logiche di partito possa essere sufficiente a far indossare gradi di condottieri senza paura. Se guardassimo al Parlamento di inizio Novecento il livello di istruzione era nettamente superiore a quello di chi oggi occupa poltrone e scranni parlamentari o regionali. Se la destra, quella storica liberalconservatrice, era espressione dell'alta borghesia e dell'aristocrazia esprimendo laureati, diplomatici e blasonati personaggi, la sinistra rispondeva con intellettuali borghesi altrettanto laureati, o con sindacalisti diplomati o audaci autodidatti, che volevano conoscere per non essere da meno.
Personalità queste ultime, che conoscevano il mondo del lavoro e le dottrine politiche e con le quali i leader del nostro tempo non possano reggerne il confronto perché non sono pari ad un Gramsci, ad un Nitti, un Crispi o un Sonnino per citarne solo alcuni. In effetti, sarebbe improponibile, anche solo poterli mettere a confronto con un De Gasperi o un Andreotti, un Berlinguer o un Craxi, un Almirante (destra si ma non storica) o uno Spadolini (repubblicano) o un Aldo Moro. Un rapporto impari e disastroso, se non mortificante, se dovessimo pesare le capacità e il patrimonio culturale e di stile di sui tali politici di un secolo fa erano espressione e che oggi non esiste più. La verità di tale deriva nazionale, ma di pari passo anche di quella delle regioni, è che la politica non produce né cultura …politica, ma neanche risultati.
Insomma, se cerchiamo statisti degni di tale nome negli avventurieri di oggi rischieremmo di restare delusi, perché le avventure non sono frutto di ideali, ma di meri calcoli contabili a volte fatti di pancia e a volte prodotti dalle segreterie di partito. Non vi sono qualità, non vi sono precedenti di esperienza o di fare, vi è l’occupazione di un seggio o di una carica per effetto distributivo, autoselettivo e non per capacità. Una deriva che non ha unici responsabili, ma che ha accomunato nelle sue estremizzazioni un berlusconismo da marketing con un grillismo tragicomico a cui è seguita una sinistra senza memoria se non richiamata su una lettura storica di convenienza, perdendo di vista cultura e nazione, ancorandosi per sopravvivere ad una narrazione saccente, vestendosi di un’intellettualità senza più valori, priva di un proletariato abbandonato al suo destino, spremuto per mantenere negli anni una dirigenza senza anima.
Oggi il mercato politico si presenta quasi come un mercato rionale o da televendita, dove le contrattazioni si affidano alla loquacità del singolo magari amplificata, se possibile, dall’opera di intellettuali massmediologi da vetrina al soldo del chi offre più visibilità. Uno spettacolo che neanche il dramma di un Paese in ginocchio ha risparmiato. Personaggi, convinti di essere depositari di un verbo nuovo, ma che è già decadente dopo i primi minuti, dopo le prime parole, stantio, celebrazione di un vuoto pneumatico riempito, alla bisogna, da luoghi comuni. Luoghi, questi, che non saturano spazi, ma ne trascendono la realtà e la verità, nel tentativo di piegare le coscienze verso un racconto che ormai, già dal prossimo domani, non dissimulerà più nulla.


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