L’Italia …e il giorno dopo

L’Italia …e il giorno dopo
« Io parlo per ver dire,
Non per odio d'altrui né per disprezzo»
Francesco Petrarca
Siamo sprofondati rapidamente in un racconto parossistico, diventati protagonisti di un dramma che ci ha presentato il conto facendoci provare l’ebbrezza di una deriva quasi paranoica con la quale non credevamo di fare i conti. Eravamo sicuri del nostro vissuto, pienamente certi che il merito fosse una qualità accessoria e per questo non albergava più nella nostra cultura postconsumistica e semplificatrice di ogni valore, anche politico e non solo etico e morale.
Siamo stati pubblico plaudente di una televisione da mercato che tutto ha promosso, e promuove ancora, tranne che la cultura del nostro essere italiani, l’impegno, il sacrificio di molti giovani cui è stato impedito con norma da numero chiuso di realizzare sogni e progetti, mentre si sono favoriti artisti di dubbia qualità, ma istruiti da scuole per celebrità. E, in questo silenzio, ci siamo dimenticati di chi curava o salvava vite dopo anni di studio, di stipendi di certo non pari all’anchorman di turno, di colui che vive dei suoi luoghi comuni, al riparo del suo salotto televisivo, pretendendo di assumere doti di censore o di vate. Abbiamo sostituito l’impegno con la ricerca del facile edonismo del successo, con quella visione estetica della vita che ha capovolto ruoli e capacità, che ha premiato un calcio, per carità!- ben dato, ad un pallone piuttosto che una vita di scienza, di studi, di abnegazione verso l’altro. In questa società senza controllo delle proporzioni, ostaggio di un marxismo digitale e di un neoliberismo economico suicida è franata l’illusione di una cultura di onnipotenza dei servizi e dell’efficienza, del risparmio manageriale, delle reti e della comunicazione che manipola coscienze cercando di affermare un pensiero unico, emarginando ogni partecipazione critica. Una società nella quale un seppur valido intrattenitore di piazze si è trasformato in uno statista anch’egli pontificando valori e soluzioni salvo poi abiurarle, dove chi, già precedendolo, facendo mercato invece di riformare un Paese in vent’anni di maggioranze, ha creato le premesse per il successo dei suoi stessi avversari, mortificando molti italiani e italiane pronti all’impegno, ma non dotati del make-up e del look patinato gradito al padrone-partito. In questa Italia che dovrebbe abbandonare il nepotismo e provincialismo che ha superato anche i tempi delle Signorie, ci siamo affidati, per salvarci, al paradigma della paura. Quel paradigma che già per Orwell rappresentava nel suo 1984 null’altro che lo strumento più adatto a legittimare un’autorità, per garantirle consenso fondato sull’ansia e l’angoscia di un pericolo. Oggi, paure ed ansie nonostante, è necessario accettare di cambiare le nostre abitudini, guardare al futuro con occhi di umile rispetto prima di tutto verso l’Italia, verso ciò che essa rappresenta e verso noi stessi e l’altro che ci sta accanto. Se non avremo il coraggio di fare un passo indietro allorquando sopravanzerà qualcuno che ha migliori carte da giocare in nome dell’interesse pubblico, non faremo altro che replicare nuovi errori, azzerando la speranza di essere - in un mondo che non fa sconti - protagonisti e credibili, per debito di storia e riconoscenza verso i nostri padri e le nostre madri e i nostri figli.
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Ci siamo trasformati in psicopoliziotti cercando l’untore quasi come se fosse lui a dover pagare il prezzo di un dramma che non ha né voluto né creato, ma neanche sapendo se questi fosse untore conclamato piuttosto che un cittadino che tornava a casa, magari da una moglie, una mamma dopo aver perso il lavoro o solo per paura di non sentirsi al sicuro. Abbiamo lasciato all’imbarco uomini, donne e bambini credendo che chiudere le porte ad un virus significasse salvezza, e invece siamo diventati prede del virus della delazione, magari inneggiando sugli scranni dei social, ad un Grande Fratello. Ad un controllo e una sorveglianza a cui affidare le nostre vite accettando, per paura, l’abbattimento di ogni garanzia e attribuendogli, distopicamente, doti taumaturgiche dimenticando che la cura migliore alla nostra vita dovremmo ricercarla anzitutto in noi stessi, nella nostra responsabilità, e non in una delle tante, numerose, ordinanze. Abbiamo rischiato, e forse potremmo cadervi nell’errore, di sentirci vittime di un’emergenza permanente, quasi uno stato di guerra che matura in un rituale tipicamente orwelliano per il quale, ancorché virtuale o meno, un nemico anche se invisibile può servire a compattare l’opinione pubblica carpendone il consenso sulle scelte di un’autorità in difficoltà che non gradisce che il cittadino possa andare oltre la verità rappresentata. Per questo, la narrazione dei primi mesi di quest’anno rimarrà nella storia e nelle coscienze di ognuno di noi.
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Tuttavia, e di tutto questo, ne dovremmo cambiare il senso e il significato. Quanto accaduto dovrà rimanere nelle nostre anime come prova di quanta voglia e capacità di coesione, di rimodulare priorità e valori siamo pronti a mettere in campo convinti che non vi possano essere barriere di pensiero o di età e che tutti, tutti, siamo necessari per il futuro del Paese. I giovani con le loro idee a volte intemperanti e i meno giovani con la calma dell’esperienza, la valutazione delle possibilità senza sentirsi abbandonati perché di peso o di non richiesta opinione. Aver bruciato in questi decenni due generazioni che avrebbero potuto cambiare gradualmente il Paese, garantendone il passo con i tempi, ha fatto sì che l’Italia rimanesse impantanata negli anni nelle paludi di una classe politica che non ha mai voluto tirarsi indietro, ancorata alle rendite di partito e di leadership. Ad essa, nella convinzione di avere numeri e capacità per sostituirvisi, in nome dello sdoganamento generazionale si è sostituita l’imperizia di una classe di avventurieri che in nome dell’apparente democrazia digitale, ma promotori dell’autocraticità di una piattaforma senza contradditorio, ha disarmato ogni confronto censurandolo, questo, per mezzo di una convinzione di verità che a volte sconfinava nella supponenza. Una novità, che nulla ha portato di nuovo se non retrocesso ciò che sopravviveva della civiltà giuridica di un Paese in affanno o di una politica economica e internazionale anch’essa rimasta nel ricordo di una Prima Repubblica per certi versi più dignitosa.
Eppure, in questo momento in cui ci approssimiamo a trascorrere la Pasqua in solitudine e con i nostri cari lontani e supportati dai quasi-ologrammi digitali dei nostri dispositivi, vorremmo illuderci che tale sacrificio sia servito. Che non sia solo l’epilogo di una puntuale e ricorrente grammatica nazionale, presentata nei mesi della quarantena e che possa venir prima delle emozioni, degli affetti e delle speranze, piuttosto che della paura. Siamo stati spettatori di un’emergenza dichiarata, ma non processata nei tempi dovuti e perseguita solo nell’urgenza di fare senza aver posto le premesse per essere gestita, poiché non abbiamo saputo dare alla cultura dell’emergenza quell’importanza che pone l’imprevisto a scopo e non a scusa o ad alibi. In passato abbiamo gettato la nostra diversità in nome di storie ritenute più storie delle altre. Lo abbiamo fatto celebrando nel dubbio durato decenni su chi stesse dalla parte giusta o sbagliata, una guerra civile dopo aver permesso l’esperienza totalitaria negli anni Venti del Novecento inseguendo il Salvatore di turno e lo abbiamo ripetuto allorquando abbiamo capovolto la nostra responsabilità storica dimenticando che ogni guerra civile che separa una nazione rappresenta il suo fallimento come ben ricordava commentando, a proposito della guerra civile spagnola, uno storico iberico non di destra. Siamo stati un Paese che non ha riflettuto sul proprio passato, che ha permesso che i propri ragazzi perdessero le loro giovani vite nelle piazze italiane negli anni Settanta convinti di essere dalla parte del giusto, tra destre e sinistre, tra fascismi di ritorno e comunismi in via di estinzione ma restii, entrambi, ad accettare il giudizio impietoso della storia. Dal dramma degli italiani d’Istria, all’abbandono degli intellettuali come Gramsci al loro destino - perché troppo competitivi all’interno del loro stesso partito e per non fare ombra a chi si apprestava a prenderne il comando - alle celebrazioni di una Liberazione che dovrebbe essere riconciliazione per tutti e che per molti, troppi, anni non lo è stata, abbiamo ridotto ogni confronto nel Paese come uno scontro ideologico, lasciandoci in eredità una politica del dissenso a prescindere.
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L’Italia dopo il Covid-19 dovrà essere un’Italia che riconquista se stessa, che comprenda il valore del merito, della conoscenza, dell’impegno. Un’Italia che cercherà di trovare un punto di ripristino condiviso dal quale ripartire: impresa non facile, ma possibile. Un’Italia che richiederà persone normalmente straordinarie e non più apprendisti o prodotti di happening di circostanza, leoni da tastiera o da narrazione digitale, o legittimati dalla piazza virtuale di una piattaforma della quale lo stesso filosofo francese cui è ispirata, se potesse, impedirebbe l’uso del proprio cognome perché contraria nei presupposti ideologici alla sua stessa filosofia. Bandire l’elogio dell’ignoranza, denunciare la distruzione del sapere a vantaggio di un senso estetico della vanità televisiva, condannare il disprezzo dell’impegno e del sacrificio nascosto nei messaggi subliminali del successo veicolati da un sistema mediatico che ha mercificato ogni aspetto delle nostre vite - e quelle dei nostri giovani iniettando un sentimento di onnipotenza e votandoli ad essere merce di spettacoli similartistici - rappresentano gli avversari del nostro futuro. Una necessità di guardare con diffidenza a chi ci ha fatto dimenticare il valore delle parole merito, motivazione, modestia. A chi ha impedito l’affermarsi di una mistica laica delle tre M che non ci appartiene da tempo, valori dimenticati nell’alveo di una società che ha assunto a mito l’ego e a ragione di vita quel facile successo non derivato da una vera, consapevole conquista attraverso l’espressione di capacità e abilità, meno che mai risultato di una vittoria della cultura della sostanza sulla celebrazione dell’effimero e della forma consacrata all’opportunismo dilagante. Ma non solo. In questa resa dei conti pseudogenerazionale, dovremmo riconoscere di non essere stati capaci di assorbire le capacità di tanti altri giovani esclusi dai loro stessi difensori e nel valorizzare quanto fatto dai meno giovani, se non considerare questi ultimi zavorre per un sistema previdenziale o escluderli dal poter ancora fare, dare quanto una vita riconoscerebbe loro il diritto di ottenere ancora. Si è così realizzato un buco generazionale costruito sull’esclusione dei meno giovani per chi ha pensato che fosse il momento di emulare una sorta di rivoluzione culturale veteromaoista, senza affacciarsi allo specchio della storia spiegando a chi è servita davvero, di certo non ai giovani cinesi e senza capire – sarebbe stato pretendere troppo - che il fallimento non risiedeva solo nel colore del libretto, rosso per loro, e verde per noi.
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Nell’Italia del giorno dopo, si tratterà di sapere come valorizzare le vere eccellenze, rappresentate soprattutto da chi intende mettere in campo valori ed idee che si distinguono per lungimiranza, per volontà di ricerca, per creatività, per amore del rischio di impresa. Si tratterà di creare qualcosa di tangibile cui riferire il futuro di un pensiero, il successo di un prodotto o l’efficienza di una struttura sanitaria o di una scuola, e non più di soddisfare saccenze da vanità come abbiamo visto in questi ultimi mesi da parte di un’ondivaga comunità scientifica in debito di risposte, se non occupata a litigare sulle più diverse interpretazioni, mentre molti italiani ci lasciavano in un soffio. Se non si abbandonano simili prospettive, se non vi sono stage nell’economia d’impresa in tutti i settori, borse di studio per i neolaureati in ogni campo, avremmo solo spostato ancora una volta nel tempo il problema principale: non saper creare ed offrire opportunità, futuro, ricchezza e benessere perché incapaci anzitutto di dare motivazione nell’impresa, nella ricerca, nella creatività. E non solo. Se non muterà anche l’approccio al mondo da parte di molti dei nostri giovani, se non saranno capaci di non cadere nella trappola delle lusinghe del tutto facile e del tutto subito, sarà difficile competere e raggiungere un successo perché, al di là di tutto, presi dal nostro protagonismo e sempre dalle stesse eccellenze che vengono proposte come televendite del pensiero, spesso ci dimentichiamo delle molte silenziose eccellenze italiane distribuite nelle università straniere, quanto nei grandi gruppi bancari o negli ospedali.
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L’Italia di domani dovrà superare ogni mediocrità, abbandonare ogni concetto di una funzionale ignoranza, evitare che si affermino pensieri unici al servizio di chi costruisce carriere senza pensare che è e resta un servitore di un padrone senza nome che è l’Italia. Personaggi che credendo di essere i promoter di se stessi magari sfruttando posizioni, ruoli e funzioni che lo Stato gli attribuisce giocano, purtroppo, con le vite di ogni cittadino cui vanno riconosciute le garanzie costituzionali nel diritto alla salute come alla giustizia, queste ultime ormai molto spesso dimenticate, se non violate senza replica alcuna. L’Italia che verrà non potrà più dare quartiere al culto della mediocrità di sistema, quella che non deve fare ombra al potente di turno, quella che si nasconde dietro, come afferma Alain Deneault nel suo La médiocratie (2015), quello stadio medio tendente al banale, all’incolore e (di cui) la mediocrazia è di conseguenza lo stato medio innalzato al rango di autorità, dietro l’elogio del conformismo ideale per il mantenimento del potere. E, questo perché, per parafrasare Tom Nichols (The Death of Expertise: The Campaign Against Established Knowledge and Why It Matters - 2017), altro autore puntuale e mai così tempestivo nell’era dell’aziendalismo e del politicamente mediocremente corretto, l’era dell’incompetenza diventa il nuovo rischio, la nuova minaccia per qualunque ordine democratico. Perché, come ricordano Steven Levistsky e Daniel Ziblatt (How Democracies Die - 2018) anche le democrazie muoiono sul fronte della mediocrità, dell’incompetenza degli estremismi di cui oggi sovranismi e populismi diventano le migliori espressioni di radicalismi pericolosi e diretti verso il fascino di un’autocrazia mascherata dalle comode ragioni e utili paure di un pericolo permanente.
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Ma l’Italia che verrà non potrà più essere neanche l’Italia del Nord o l’Italia del Sud. Dovrà essere quell’Italia di De Amicis, del suo Cuore, l’Italia degli Appennini alle Ande o del Ragazzo calabrese o della Piccola Vedetta Lombarda che torna a farci capire dove è conservata l’idea di una nazione. L’Italia di un libro dimenticato o nascosto perché metterebbe a nudo le nostre miserie. Un libro sull’Italia affidato alle cure dell’oblìo, sconosciuto sin dalle prime letture ai nostri figli, risultato di una scuola che ha prediletto una cultura cotta e mangiata, senza abbandonarsi all’estro del ricordo perché non vi sono più maestrine con la penna rossa. L’Italia che verrà, insomma, è un valore non barattabile, tantomeno retorico, di Patria che non può avere apologie da scontare di qualunque colore esse siano, perché non vi sono più debiti da pagare con la storia. Debiti saldati con le guerre, con il totalitarismo e la dittatura di una cultura unica, per fortuna arginata da una resistenza civile grazie ad un fronte compatto, almeno per una volta, cattolico-laico e liberale con provocazioni radicali cui è mancata - e lo si paga perché non abbiamo una cultura politica compiuta - quell’esperienza occidentale socialdemocratica che in Italia non ha mai avuto fortuna. L’Italia del domani è quella che noi non abbiamo conosciuto, ma di cui vorremmo essere il luogo dell’affermarsi di un senso di grandezza, di serietà e di competenze. L’Italia di domani dovrà essere l’Italia delle grandi sfide, quella dei nuovi Mattei, degli anni del boom economico. Un’Italia che dovrà avere il coraggio di abbandonare ogni residuo di una favola pseudorivoluzionaria post-sessantottina giunta sino a ieri ai vertici di un Paese già annichilito negli anni da un conservatorismo al termine delle sue peripezie postideologiche, che ha lasciato spazio ad un movimento orientato a destrutturare un’idea di nazione e ad un neoliberismo mascherato di liberaldemocrazia, senza aver nulla di socialmente credibile.
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L’Italia di domani non potrà essere altro, e ancora una volta, che la migliore sintesi della cultura europea. Il punto di arrivo di secoli di cultura offerta ad un continente che ha superato guerre, divisioni e drammi e che non può cadere nuovamente nella trappola dell’egoismo di parte per colpa di populismi e sovranismi che si sovrappongono se non si incontrano quali estremi, che alla fine sono stati portatori nella storia degli stessi lutti. L’Italia è Europa quanto l’Europa è anche l’Italia, e ciò significa essere protagonisti di un’idea ma mai subordinati ad iniziative altrui. La dignità di un Paese, di una nazione, di un popolo che è tale da meno di due secoli, ma che si sente parte di un’idea di Italia che tale era prim’ancora di avere propri confini, non è e non può essere negoziabile, ne può’ essere mistificata dal momento che non dovremmo riconoscere alla politica il diritto di utilizzare pratiche dissimulatorie di alcun genere, né di svendersi per ragioni di cassetta elettorale.
E, questo, perché l’Italia è un Paese che per cultura, per ragioni storiche, per ciò che ha rappresentato nelle arti e nell’impresa come nelle scienze, non può permettere che la sua ospitalità indiscutibile sia scambiata per debolezza o strumentalizzata per interessi di parte. Perché l’Italia merita il meglio da parte di chi la vive e di chi vorrà viverla. Essa merita uomini e donne preparati da porsi alla sua guida e non per celebrare una superiorità da vetrina, ma per servire un Paese. Persone che hanno esperienza, professionalità, capacità e conoscenza e non cultori della professione politica. L’Italia, come abbiamo scoperto semmai ce ne fossimo, e ce ne siamo ammettiamolo!, dimenticati è un bene così prezioso che farci sentire gli untori del mondo ha mortificato quel vero orgoglio di essere la causa di ben altro tipo di contaminazione di cui possiamo essere fieramente portatori: quella dell’ingegno, dell’arte, della disponibilità e dello stile di vita a volte scanzonato che chi appartiene a culture ben più rigide ci invidia e che tenta di imitare. Ecco, l’Italia che sarà dovrà essere il Paese nel quale i luoghi comuni creati in passato dalla nostra rassegnazione, se non ignavia, non dovranno più trovare spazio, impedendo a coloro che della bandiera dell’onestà di circostanza ne han fatto bandiera per sconfinare in valori usati solo per celare la conquista di quella parte di potere che li ha esclusi, e non per amore del futuro. Se non riusciamo a convertire le nostre anime in uno sforzo comune di condivisione, getteremmo nel baratro della storia quel patrimonio di diversità che ci pone quale ponte tra mondi, crocevia tra l’Oriente e i Sud del mondo, tra l’Atlantico e quel mare, il Mediterraneo, che è via per quel mondo di mezzo che attribuisce all’Italia una centralità culturale, ma anche economica unica e che ancora oggi potrebbe fare la differenza. Non valutare queste complessità, in nome di interessi particolaristici o per semplice miopia di una classe politica autoreferenziale e autoreferenziata da mercato rionale, vuol dire privarci di un futuro. Al pari, svendere il nostro talento per pochi spiccioli di guadagno continuando a delocalizzare o impedire all’agricoltura di promuovere quel verde che intinge di speranza le nostre vallate, significherà continuare a svendere noi stessi al primo offerente di turno che ci imporrà il proprio stile di vita o, ancor peggio, le sue condizioni privandoci della libertà di decidere, di essere parti, semmai, e non destinatari di scelte fatte altrove.
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L’Italia è arrivata, così, al suo picco epidemiologico, pagando un conto pandemico molto caro di marginalità, di superficialità. Rinunciataria delle sue prerogative migliori, salvo ricordarsene nei passaggi televisivi rassicurativi di queste settimane, abbandonatasi alle intemperanze di una politica senz’anima, ridottasi a presentarsi con slogan di vario genere e a volte di dubbio gusto, essa non può correre il rischio di navigare nei mari dell’incertezza. Se capiremo questo, forse essere rimasti in quarantena con noi stessi, con i nostri pensieri, guardando dalla finestra l’approssimarsi della più bella stagione dell’Italia che è lo sbocciare della primavera, tutto non sarà stato vano al di là della sconfitta del nostro nemico invisibile. E, questo, perché avremmo sconfitto ben altri nemici che erano invisibili perché non li abbiamo voluti vedere. Solo in questo modo chi ci ha lasciato troverà ragione al suo sacrificio silenzioso con il quale ci ha messo di fronte alle nostre debolezze, alle nostre fragilità, alle velleità da potere o alle variegate saccenze tristemente rappresentate in questi ultimi mesi. In questo risveglio di una primavera che non vivremo, ci accorgeremo di non aver vissuto ben altro, di aver lasciato scorrere nei ritmi quotidiani l’azzurro di un mare, di un lago o di un cielo terso al mattino o stellato alla sera nella speranza che un domani sia privo di quella polvere di stelle che si dissolverà portandosi via le nebbie di una triste stagione…politica. Torneremo a guardare con altri occhi il verde dei prati o i colori dei fiori dei nostri balconi, dei giardini o delle aiuole o dei nostri campi e colline o l’arditezza delle nostre montagne. Capiremo, in questo modo, di essere passati sopra tante, troppe primavere sacrificando il nostro essere in nome di un’adorazione tecnocratica della vita che ha volto il suo sguardo ad una pericolosa lusinga transumanistica che ha fatto quasi capolino offrendoci, nel suo piccolo, un anticipo di come dovremmo essere nel tentativo di far arrivare anche l’Italia laddove la culla della civiltà dell’Occidente e del Mediterraneo non dovrebbe mai arrivare: ad azzerare se stessa, rendendola schiava e complice di una globalizzazione che non costruisce, ma che distrugge in nome di un’omologazione tecnologica e di una competizione che nulla ha di universale come valori. Ogni italiano dovrebbe trasformarsi in imprenditore di se stesso e del proprio Paese. Dovrebbe contribuire alla sua crescita senza cercare avversari nelle parti sociali, credere nelle funzioni e nei ruoli di ognuno perché esercitati con competenza e onestà intellettuale senza cadere nell’edonismo di una carriera o di un conto in banca. Solo affrancandoci dal bisogno, da un malinterpretato, perché comodo per chi lo ha proposto sino a ieri, timore del futuro potremmo costruire qualcosa di diverso e credere, come indicato dalla più longeva, autorevole e vissuta monarca d’Europa, che sicuramente We Will Meet Again in un’Italia nuova, senza limiti e barriere, senza egoismi dettati dalla paura o dall’incapacità di chi ha preteso di gestire le nostre vite.
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Ecco, allora, se così sarà, chi è andato avanti non sarà stato eroe per caso. Resterà - padre, madre, nonno, nonna, medico, infermiere o infermiera e tant’altro che sia o fosse - un eroe o eroina silenzioso o silenziosa al pari di coloro che sui campi di battaglia di ieri, sulle strade, nei mercati, nelle scuole, nei trasporti e nelle imprese come nelle corsie d’ospedale ci ricordano cos’è il senso di un’identità, qual è la ragione di avere il diritto di poter contare sui migliori alla guida, di sostenere uno sforzo mettendo da parte egoismi e presunte competenze o conoscenze. Ecco, se da domani non guardassimo al futuro con gli occhi di una comunità che si è confrontata con il meglio di sé, ma anche con il peggio delle nostre paure, perderemmo un’occasione storica: quella di sentirci e per davvero, finalmente e non retoricamente, un grande Paese. E allora, e solo allora potremmo dire, volgendoci indietro, che è andato tutto bene. Buona Pasqua Italia!


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