Salvare Italia?

Salvare Italia?Storico inglese, ma naturalizzatosi italiano alla Friedman, nel 2010 Paul Anthony Ginsborg nel suo Salviamo l’Italia, ha voluto offrirci lezioni di italianità, probabilmente un po' meglio del suo omologo d’oltreatlantico. Un’abitudine non nuova, in verità, che con buona compiacenza italiana rispettiamo lasciandoci consigliare.
 
Una salvezza possibile, che non alberga dovunque e che, al netto degli eventi che nel corso degli anni si sono succeduti, dimostra come e in che misura il male dell’Italia non sia da individuare in quella o altra persona, ma in una sorta di patologia storico-politica e, purtroppo, anche culturale di un Paese imperfetto. Tuttavia, pur tenendo in debito conto la quasi imparzialità dell’autore, si può dire che il testo era ed è interessante ancora oggi e per due motivi. Il primo, perché scritto da un non italiano e ciò dimostra, se ve ne fosse ancora bisogno, quanto, incapaci di guardare oltre la punta del nostro naso, noi apprezziamo i consigli altrui dovendo soddisfare quella continua ricerca di conferme per assenza di un bias nazionale che non trova spazio perché manca una vera, concreta, misurabile coscienza collettiva. Il secondo, perché Ginsborg affida ad alcuni caratteri che dovrebbero contraddistinguere il nostro Paese la possibilità di dare un futuro, un orizzonte cui volgere lo sguardo con possibile ottimismo per una nazione ancora ferma alla pubertà democratica, con buona pace dei padri e delle madri costituenti.
 
In Salviamo l’Italia, scritto un anno prima del compleanno di una nazione ancora politicamente e democraticamente giovane per i tempi della storia, sono proprio i seguenti caratteri quelli ritenuti causa della nostra fragilità che dovevano e dovrebbero far sperare in un futuro diverso per l’Italia, magari da protagonista invece che di eterna, e dispettosa, Cenerentola. L’esperienza dell’autonomia locale vissuta in chiave similfederalista da alcune regioni - con governatori autonominatisi tali perché chiamarsi Presidenti di Giunta è probabilmente una diminutio -, o un europeismo a volte convinto e a volte visto come una scelta infelice, una consapevolezza di dover difendere aspirazioni egualitarie, ma in fondo disperse nel classismo e nel clientelismo politico che sconfina nella partitocrazia più radicale, dovevano non inibire quanto rimaneva e rimane di un ideale di moderazione nelle relazioni sociali che, di fatto, sono state soppiantate dall’urlo strumentale dei Vaffa-Day; ultimo, e non per questo meno importante, oltraggio ad ogni possibile maturità democratica di un Paese senza stile.
 
Un’Italia ostaggio di un buonismo di facciata, quando serve, perché ci riconosciamo piccoli e che fa il paio con l’acredine verso chi ha successo o verso chi ha potere e non vuole condividerlo, che sembra non scalfire un Paese in affanno, sia politicamente che economicamente ormai in maniera endemica. Tuttavia, anche a voler essere positivi e credere che esista ancora un animo che possa aprire le porte ad egualitarismo, europeismo, moderazione, condivisione, ci si rende ben presto conto che tali aspetti non sarebbero sufficienti.
 
Non sono sufficienti per dare quella credibilità ad una nazione, ad un Paese vittima proprio di un buonismo verso i potenti d’Europa e che, in tali termini, non è certo poi così virtuoso, mentre negli ultimi anni si è fatto retrocedere ad essere una democrazia governata, con un corpo elettorale di fatto esautorato da ogni scelta e da ogni controllo grazie a leggi elettorali costruite su misura da parte delle segreterie di partito. Un sistema-Paese ostaggio di una pretesa di riforma di un modello di decentramento politico-amministrativo o di un sistema parlamentare che si vorrebbero depotenziare non perché non efficaci costituzionalmente, ma solo perché chi avrebbe dovuto attuare le previsioni del costituente si è dimostrato inadeguato al compito.
 
Un Paese ostaggio di un’idea neoliberista che archivia ogni memoria di esperienze politiche, sociali ed economiche che - per quanto sufficientemente distributive, nonostante gli sprechi e le comode ridondanze istituzionali e corporative - riducevano il divario tra italiani più ricchi e italiani più poveri. Un’idea, quella neoliberista, che ha aumentato e aumenta la distanza tra chi ha accesso alle opportunità e chi alla fine rischia di dover fare fagotto e approdare a lidi migliori. Un Paese, l’Italia, che si divide tra chi ha un sentimento obiettivo e sincero di legalità - e pone il rispetto dei diritti e delle garanzie al di sopra della competizione politica o delle proprie convinzioni personali - e chi si serve della legalità presunta per manifestare e giustificare un proprio potere, un proprio ruolo o legittimare una propria funzione, calpestando la dignità di persone che sono parte di quel potere sovrano cui si deve rispetto: gli italiani.
 
Una dimensione, quella della legalità, che avrebbe ispirato un buon Kafka del nostro tempo facendogli riscrivere il Processo in una versione tutta italiana. Ecco, allora, che si tratti di politica interna o estera, quest’Italia da salvare anche nelle ultime convulse ore di un esecutivo dimissionato ben due volte sembra vivere in un suo psicodramma dopo essersi affidata a politiche compulsive in un’emergenza che non richiedeva approcci alla Alan Ford o il cercare sostegno di gruppi TnT, ma idee chiare che stentavano ad essere messe in campo.
 
Se ci fossimo trovati in guerra, lo ha confermato l’esperienza dell’emergenza sanitaria, avremmo già avuto il nemico in casa senza sapere come. Ciò che si osserva, insomma, è una rappresentazione triste di un’Italia che si affida a nuovi Indiana Jones della politica e non solo, ma senza indicare delle Pietre verdi risolutrici da inseguire, ma solo per conservare e capitalizzare vanità politicamente e costituzionalmente poco corrette. Un’Italia che perde periodicamente il timoniere di turno, eletto o nominato poco importa, e che cerca di trovare rotte nuove per navigare in acque meno pericolose di quelle dove ogni volta, e con ogni esecutivo, finisce per caderci rischiando di annegare sicura, però, di poter contare sul salvagente altrui senza, poi, badare a (e alle) spese. Un’Italia che alla fine, conquistata dalla rivolta degli esclusi oggi ben saldi a non perdere posizioni di potere, non nega di potersi affidare al tanto peggio tanto meglio di una rottamazione ancora possibile del passato anche recente ma che, se non mutano i presupposti e se non si avvia un processo di onesto rinnovamento nei modi e nei termini di pensare la politica e il Paese, sarà anche la rottamazione della nostra, piccola, fragile storia repubblicana.

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