Partite ad un giocatore. L’Italia, Draghi e il suo prossimo (necessario) giro di boa

Partite ad un giocatoreNella Introduzione al volume Stelle, strisce e tricolore del 1983 Leo Wollemborg, esordisce richiamando un suo articolo apparso sul Washington Post del novembre del 1959 nel quale indicava come e in che misura fosse estremamente difficoltoso per un corrispondente straniero capire le dinamiche della politica interna italiana, in genere frutto di capricci tra i partiti e che, tra svolte a destra e scivolamenti a sinistra, alla fine ogni articolo sull’Italia poteva sempre concludersi con una situazione sostanzialmente immutata.
 
La realtà di oggi non è poi così diversa. L’Italia stenta ancora una volta a porsi come protagonista non solo nel mondo, ma anche in quell’Europa di cui ne canta le lodi quando serve. Ora, al di là delle osservazioni sui modi di interpretare la politica estera, di certo il governo Draghi si pone, pur nell’aver scelto di far sopravvivere funamboliche maggioranze possibili solo in Italia, al centro di una transizione necessaria se non improrogabile. Al di là dell’emergenza sanitaria, che ha messo in luce vizi, molti, e virtù, quasi assenti, di esecutivi d’occasione impegnati più a trovare i modi per sopravvivere, tra rese dei conti e divorzi eccellenti nell’ambito del movimentismo populista italiano, Draghi ha tentato la carta di un appeasement tutto italiano, consapevole che le maggioranze di oggi si frantumeranno ben presto, il tempo di un’estate.
 
Per questo, la tenuta del Paese è stata tutta riposta in questi mesi nella capacità del Presidente del consiglio di riuscire a riunire su di sé sia la responsabilità degli esteri che degli interni, oltre che quella dell’economia. Un’unità di indirizzo politico riassunta in un’unica persona e il cui primo risultato è aver posto termine alla confusione e alle intemperanze individuali. La scelta di una sorta di un corretto, ed apparente, low profile risponderebbe alla necessità di guardarsi attorno garantendo non solo la propria credibilità, ma quella di un’Italia che possa rilanciare se stessa senza essere teatro di ulteriori sperimentazioni politiche o di nuove vendette da segreterie di partito.
 
Per questo, e in una fase nella quale l’economia e la credibilità del Paese sono quotidianamente in gioco, anche il rapporto tra tentazioni neoliberiste e politiche sociali non può essere lasciato al caso. Nell’europeismo di Draghi, come nelle pieghe di una politica estera realista degli Stati Uniti, l’Italia giocherebbe una possibile partita anche nella riapertura delle relazioni verso Est, verso la Russia in particolare. In un momento nel quale Pechino detiene ben stretto nelle sue casse la maggior parte del debito dei Paesi africani e con investimenti significativi in Nord Africa come in Europa, la rideterminazione dei rapporti con l’Est diventa quasi una necessità, nonostante Biden e nonostante le pantomime atlantiche.
 
La partita, infatti, va ben oltre le sole ragioni italiane di ripresa post-pandemica e chi si approssima a volersi presentare come una nuova Thatcher in tricolore forte dei sondaggi o chi si è reso neoeuropeista e possibilista per opportunità di maggioranza dovrebbero ben guardare ad un valore diverso del ruolo del Paese. E nel dare un ruolo, un senso diremmo se non una legittimità e credibilità ad una nazione fondamentale per gli equilibri economici non solo europei quale dovrebbe essere l’Italia Draghi sembra volersi dirigere con quella che potrebbe essere una prossima versione del suo esecutivo dichiarando, come primo momento di inversione di rotta, proprio la fine dell’emergenza.
 
Ciò rappresenterebbe un buon motivo per accreditarsi come leader pragmatico e al di fuori di una ormai insostenibile, per quanto anche miserevole, ideologizzazione di un’emergenza sanitaria. Un’emergenza rivolta più a consolidare assetti di potere che non ad arginare e dare sicurezza ad una nazione in balìa di se stessa. Una scelta per dare quel colpo di spugna che nelle prime ore del suo governo ha di certo ha evitato per buona strategia, per lasciare domani che alla sbarra finiscano gli ignari ministri che oggi ancora regnano sovrani su deboli se non già franate certezze.

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