Se la paura sconfigge la Pasqua

Se la paura sconfigge la Pasqua
Tutti pronti a festeggiare la Pasqua. O, meglio, si fa per dire, tutti pronti a vedere come e in che misura poter risolvere il problema di un pranzo. Tra misure di contenimento, non si capisce se dal virus o dalla vita, l’idea che la Pasqua possa rappresentare un motivo per celebrare la luce sembra lasciare il posto a quel senso di paura che in un inglese che assume significati più ampi nel suo colorarsi di noir si risolve nel termine «fear».
 
Una parola che avvolge in sé schizofrenie esistenziali oggi, al tempo della peste forse più intellettuale che fisica del nuovo millennio, estremamente contagiose e non chimicamente curabili e senza antidoti da scorciatoia. Dovunque, nel mondo dell’incomprensibile gioco al dominio delle anime e delle economie, ci si affida a nuovi Salvatori. Nuovi profeti che tra chiusure e aperture, cure sperimentali o meno, come se la vita fosse una porta a combinazione, credono di distruggere quella lotta atavica dell’esistenza umana che si gioca da millenni.
 
Affidiamo oggi i destini a coloro che passano sopra la vita dei diritti uccidendone il significato, barattando capacità e conoscenze come se la scienza di per sé possa diventare una nuova religione e non, al contrario, continuare ad essere quel luogo di ricerca e di interpretazione della natura che sul dubbio cartesiano, vera conquista della civiltà occidentale, realizza il pieno senso della conoscenza. Aspettiamo la Pasqua come una risurrezione dell’anima di chi ha ucciso per potere e vanagloria non solo il Cristo di tutti, ma l’idea di un mondo capace di reagire al male nelle sue forme più aperte e, soprattutto, a quelle più nascoste, mistificate dal buonismo delle sane regole di tutela di una salute che alla morte fisica sembra aver scelto la morte civile.
 
In questa Pasqua da zone arancioni o rosse, con poche se non nessuna tinta di giallo-uovo, ognuno fa del feticcio protettivo un simbolo di autodifesa senza comprendere che ci si difende con il trionfo di quella ragione e di quello spirito critico che il dominio dei media tentano di azzerare. Quest’ultimo, il vero rischio per ogni disegno di guida delle scelte, di profilazione progressiva delle menti da ricondurre ai desiderata del dominus economico e commerciale e non alle vere volontà del clientes. In questa corsa alla costrizione da difesa la scelta non è nella vita ma nel sopravvivere, cosa ben diversa e con ben altro significato.
 
La Pasqua è il trionfo di una vita che non ha paura e che guarda in faccia la sua nemesi piegandola alla luce e non lasciando che l’oscurità si impadronisca del futuro. Le malattie di oggi saranno quelle del domani come sono state quelle di ieri. Giustificare la rinuncia a vivere i propri diritti nella speranza di sopravvivere a noi stessi significa autorizzare ogni recondita forma di sopraffazione a poter contare su minacce e pericoli giocando proprio manipolando l’istinto di sopravvivenza dei popoli. Non mi abbandono a visioni post-eroiche o a fantasy alla Tolkien e ne ho intenzione di scimmiottare e male un «Warrior of Light». (Warrior of the Light: A Manual, trad.it. Manuale del Guerriero della luce) di Coelho.
 
Tuttavia, il mondo, questo nostro mondo, piccolo e grande nello stesso tempo, richiede nuove interpretazioni della Pasqua. Visioni e prospettive che riprendano un disegno universale di lotta contro il Male nella sua dimensione antiumana a cui nessuno può rinunciare. Salvatori e sacerdoti di oggi, prestati all’egoismo di un potere e millantatori della salvezza degli altri hanno già dominato epoche e storie, dalle più grandi alle più piccole e nessuno di questi è sopravvissuto alla scure della vita pagando le sofferenze dei popoli miopi. D’altra parte, richiamando uno scrittore contemporaneo statunitense come Clarence Wilbur Hall autore di Adventurers for God del 1959 dovremmo capire una volta per tutte che «Non si può seppellire la verità in una tomba» … e che «questo è il senso della Pasqua». Auguri!

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