Se lo Stato persegue il dissenso e i suoi figli

Se lo Stato persegue il dissenso e i suoi figli
Ci sono momenti nei quali la storia mette a confronto letture diverse di esperienze di governo, di comportamenti e di interpretazioni del cosiddetto politicamente corretto che di corretto hanno poco o, se vi è qualcosa di corretto, è solo il risultato di un mero esercizio di un potere che ritiene di legittimarsi al di sopra dei cittadini se non, fatto ancora più singolare per non usare altro e più incisivo termine, al di sopra della stessa Carta fondamentale sui cui principi si costruisce l’ordinamento giuridico che garantisce la pacifica convivenza.
 
In questo quadro complessivamente derivato da precise e a volte dolorose conquiste di civiltà giuridica, sembra oggi giocarsi una sorta di autogestione del potere di esecutivi senza mandato, che autointerpretano cosa sia meglio e cosa no imponendo norme che passano sopra la sovranità popolare espressa da un Parlamento depotenziato delle sue stesse funzioni. In un clima da emergenza post-sanitaria ormai chiaramente e sempre di più diretto verso una emergenza politica che tende a dividere il Paese, attribuendo alla dialettica vax vs no-vax o green pass vs no-green pass il crisma di nuova frontiera ideologica, si osserva una sorta di distanza tra le ragioni democratiche e quelle di chi impone la propria autorità senza ri-leggersi la Costituzione della Repubblica Italiana.
 
Si respira da tempo ormai una sorta di autoritarismo che ritiene di poter comprimere diritti incomprimibili, non negoziabili e che tali sono per conquista di civiltà giuridica e non per concessione del Leviatano di turno. Nell’esercizio dell’art.21 della Costituzione come di altri articoli della Prima e ormai dimenticata Parte, non vi sono preclusioni di alcun tipo ne differenze tra cittadini di seria A o di serie B dettate dal rivestire una carica o meno. Credo che non percepire, in linea di principio, una tale obbligatorietà nel garantire e rispettare l’esercizio di un diritto fondamentale sia di fatto la negazione dello spirito del costituente e la negazione di un’autorevolezza che contrasta apertamente con il patrimonio giuridico che chi tende a censurare dimostra di disconoscere nonostante, come per colui che lo esercita, abbia prestato lo stesso identico giuramento.  Che si tratti di militari o di funzionari della Pubblica Sicurezza i diritti di poter esprimere le proprie opinioni sono insopprimibili, non negoziabili e non comprimibili soprattutto se esercitati a titolo personale, liberi da vincoli di servizio, con opinioni non espresse per conto dell’Amministrazione, Istituzione o Corpo di appartenenza.
 
Si potrebbe discutere sulla opportunità o meno di manifestare proprie riflessioni o considerazioni, in pubblico o in privato poco cambia, ma quest’ultimo aspetto rientra non in una dimensione giuridicamente (leggasi disciplinarmente) rilevante, ma nella libera discrezione di colui o colei che intende esercitare quei diritti fondamentali riconosciuti, indistintamente, dal costituente ad ogni cittadino. Un esercizio che non può trovare un limite nel semplice fatto di aver dichiarato la propria professione poiché, nel caso specifico di quanto accaduto a Roma negli ultimi giorni, ricade nella sola ed unica evidenza per impiego o per mansioni esercitate nella vita e non come un modo per coinvolgere l’Amministrazione di appartenenza. Ma non solo.
 
La pubblicità fatta con un comunicato stampa di voler far accertare eventuali responsabilità disciplinari senza che il destinatario fosse informato preventivamente, con contestazioni poste in termini di legittimità procedurale e di giusta autotutela della stessa Amministrazione, rendono del fatto e del suo seguito una immagine difficile da valutare secondo quei principi di efficacia, di efficienza e di buona amministrazione ricondotti all’interno della giusta precauzione che deve essere posta a premessa di ogni avvio procedimentale. Non comprendere questo, e perseguire un dissenso espresso in termini privati da un cittadino o cittadina la cui colpa sarebbe quella di indossare, in servizio, una uniforme non rende buon gioco ad un’autorità che dovrebbe essere sicura di se stessa, ma a quanto pare non lo è, di ciò che obbliga e di ciò che governa, ovvero amministra.
 
Chiunque può avere una sua opinione su una norma ritenuta giusta o ingiusta e chi ha il compito di difendere tale norma contestata, se crede per obbligo di autorità, ha il dovere di replicare dimostrando il contrario e non trincerandosi dietro posizioni politicamente di forza, escludendo il dissenso o volendolo perseguire. Sospendere dal servizio un funzionario pubblico che ritiene di dover seguire e difendere il giuramento prestato esercitando lui stesso una libertà riconosciutagli rappresenta la negazione di anni di conquiste di libertà e di democrazia nella Polizia di Stato come nelle Forze Armate. Che si guardi alla legge 382/1975 per i militari arrivando solo di recente al riconoscimento dell’associazionismo anche sindacale o alla legge 121 del 1981 che ha non solo smilitarizzato il Corpo della Guardie di Pubblica Sicurezza ma che di fatto ha permesso alla Polizia di Stato di conquistare libertà sindacali importanti e pari diritti civili come ogni cittadino nell’esercizio e nella difesa poco importa.
 
Entrambe rappresentano passaggi epocali che non possono essere ignorati o sospesi negli effetti di diritti riconosciuti in nome di un’emergenza che non trova nella Costituzione un suo locus standi. Non comprendere questo significa far arretrare il Paese e la Repubblica a momenti della storia che non hanno più colore nel loro essere stati, e rischiare di esserlo, la manifestazione più buia di un abbattimento della coscienza civile e dell’affermazione di un potere burocratico senz’anima. Credo che chi decide se sospendere o emettere un provvedimento a carico di chi esercita la propria libertà di pensiero in piena indipendenza dovrebbe riflette sulla stessa formula del giuramento prestata. Formula che non muta per un Ministro come per un agente. Formula che non va oltre la fedeltà alla forma repubblicana, alla Costituzione e alle leggi viste queste ultime quali manifestazioni sovrane derivate e legittime se conformi al dettato costituzionale. Non vi sono altri debiti di fedeltà nei confronti di alcuno. Ed è molto triste che tale rilettura, tale sensibilità non sembri albergare in chi detiene la responsabilità sulla vita del personale in servizio e, soprattutto, ancora più triste osservare la prontezza nel censurare mentre non si è vista pari celerità di azione in altre situazioni sensibili per l’ordine e la sicurezza pubblica che il Paese ha vissuto e vive. Situazioni, spesso lasciate al buon senso di quel poliziotto o carabiniere che pur operando vede, nella sua sfera privata e di libero cittadino, messo in discussione quel diritto di esprimere il suo libero e pacifico pensiero che la Costituzione, su cui ha giurato, gli garantisce l’esercizio e gli chiede di difendere e per gli altri… e per sé.

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