Liberi (forse) ma non uguali (remake)

Liberi (forse) ma non uguali (remake)L’ambiguità di una storia mai processata non è certo una garanzia di maturità per un popolo e per la nazione che lo identifica nella comunità internazionale. Anzi. L’ambiguità di una storia mai processata e ridefinita in termini di valori fondamentali condivisi rischia, nel suo perdurare, di spostare in avanti una necessità che è allo stesso tempo, per l’Italia, un’emergenza: definirsi come casa di tutti gli italiani.
 
L’ennesimo teatrino messo in campo da un talk show a caccia di improbabili share - vista la poca credibilità che l’informazione italiana può vantare sia verso gli ascoltatori che in ambito internazionale in questi anni - con protagonisti un giornalista di una sinistra ortodossa sopravvissuta a se stessa e una signora che per il solo fatto di portare un cognome non gradito ai democratici a parole, sembra necessariamente dover subire un processo pubblico alle intenzioni. Una berlina di pessimo gusto, che rasenterebbe un intervento di un organo di garanzia se non di un ordine professionale nei confronti del conduttore, per quale la colpa della signora sarebbe di portare un cognome, per quanto non facile, e di essersi candidata in una libera consultazione elettorale. Un’ennesima rappresentazione di come e in che misura la cultura antidemocratica, di una sinistra sia sprofondata nell’ipocrisia storica oltre che nel cattivo gusto. Una sinistra che di sinistra non ha più nulla e che vede frantumarsi ogni retaggio del passato nella verità sorta da una rilettura obiettiva della storia. Una lettura non revisionista, ma che mette al centro risultati e drammi e fa sì che antifascismo e anticomunismo siano di per sé facce della stessa medaglia: dell’autoritarismo e del culto di personalità affermatesi per patologie della vita politica e culturale se non economica di società deboli.
 
E, allora, tutto torna nuovamente indietro nel tempo. Al significato stesso, divenuto strumentale, di un 25 aprile che invece di liberare animi e pensieri ha diviso per decenni una nazione, che da fascista prima si è poi scoperta antifascista, se non comunista e certamente indistintamente metademocristiana.. Una nazione, sprofondata nella confusione più disarmante e preda di una politica di avventurieri che si ergono a paladini di valori democratici violentati da una verità unica e, per questo, manifestamente faziosa. Ecco perché, celebrare delle ricorrenze può significare molto o nulla. Può essere il trionfo di un ricordo o l’apoteosi di un’ipocrisia. Il dramma mai svelato di un’incoerenza culturale e politica, sulla quale l’opportunismo costruisce la sua esistenza e mantiene la sua longevità assicurandosi l’esercizio di un potere che non dovrebbe aprire porte alle mediocrità, alle falsità tipiche di storie narrate solo per giustificare se stessi. Storie, nelle quali si dissolvono passati scomodi o si ricostruiscono nuovi pedigree ideologici per coloro che ambiscono a essere salvatori di popoli che subiscono piuttosto che essere artefici della loro libertà. Popoli che non riconoscono i migliori, che si rifugiano dietro predicatori prestatisi alle arti di una politica di partito. L’Italia repubblicana, l’Italia nata dalla resistenza ad un totalitarismo prima voluto e poi rinnegato è di per sé il laboratorio di come la crescita di un popolo non la si misura solo con le dietrologie o con le vittorie.
 
Ogni resistenza è di per sé una guerra civile e una guerra civile è una sconfitta per una nazione. Perché divide i suoi figli tra buoni e cattivi, tra chi ha la verità nelle sue mani e chi è portatore di imposture, senza chiedersi, poi, se le imposture possano avere un colore, nero, rosso o giallo. Un giallo, dopo il rosso, con qualche stella adamantina, magari, che stenta a splendere ormai nascosta dall’essere partigiana dello stesso potere da cui voleva nuovamente liberare questo popolo sperduto. Un popolo dissoltosi nelle nebbie di un virus che liberamente fà e disfà ogni libertà conquistata, che contagia e interdice ogni libertà di pensare, di muoversi, di vivere insomma. Negli imperituri 25 aprile in cui si distendono tricolori un tempo offesi perché troppo nazionalisti o perché usi a chiamare Patria l’Italia - termine vietato da una narrativa di parte per decenni - il culmine dell’ipocrisia si raggiunge nel dover sperimentare, in nome di un costituzionalmente non ben compreso valore della salute pubblica, misure oggi liberticide. Misure che rappresentano la negazione stessa di ciò che coloro che le propongono dicono di difendere: la Costituzione repubblicana.
 
Il popolo italiano è da mesi ostaggio della paura e non reagisce alla vita dimostrando come e in che misura tutto sia stato inutile se non per una semplice, piccola parte di una storia già decisa da altri e altrove. Dai vincitori ieri, dagli eredi di una politica senza anima giunta ormai alla sua massima espressione di inconsistenza, dopo aver bruciato ogni residuale dignità culturale e anche ideologica se mai fosse, il passo verso il banale è breve. D’altra parte, da una nazione che dimentica quanto non fu convincente neanche la proposta repubblicana con un futuro presidente della Repubblica, pluricelebrato economista liberale, che ammise di aver votato monarchia al referendum, che cosa ci si poteva aspettare se non un esercizio a giocare ad un nuovo monopoli pseudodemocratico? Così come non mancarono leader definiti Migliori che guardavano come luce divina da grande timoniere europeo, un certo Josif Stalin, un filantropo incompreso per Togliatti, un fine politico che per garantire il futuro del suo potere non esitò a far assassinare Trotsky come milioni di kulaki (noi li chiameremmo oggi coltivatori diretti) e milioni di perseguitati morti nelle celle della Lubjanka o nei campi siberiani di sterminio progressivo; campi, questi ultimi, che chiamarli Gulag è sembrato per decenni politicamente più dignitoso. Ma certo. Lo stesso Migliore che non mancò di isolare Gramsci, unico vero ideologo e sincero promotore di un socialismo rivoluzionario italiano per poi, alla morte di quest’ultimo, assumersi il diritto, se non il discutibile monopolio, di essere l’unico a definirsi erede, l’unico a ritenersi degno di interpretare il pensiero del Trotsky italiano. Capisco. Ricordare questo diventa complicato perché alla fine, tra ex professori di mistica fascista rigeneratisi in democristiani di alto profilo e falsi rivoluzionari con i portafogli a destra e l’Unità sottobraccio tutto poteva sembrare possibile come il tradire le aspirazioni degli italiani dell’Istria e della Dalmazia per svendere quanto restava di un sussulto possibile di dignità ad Osimo nel 1975.
 
Così sembra che ogni giorno sia un 25 aprile e che, per questo, vorremmo celebrare la libertà. Ma, visti i fatti e gli esempi dei sacerdoti della Liberazione, non si comprende da cosa ci siamo liberati se il risultato è l’intolleranza verso l’altro italiano o la negazione di diritti fondamentali. O, forse è sin troppo chiaro, ma ci vogliono menti illuminate o chiaroveggenti che penetrino le nebbie di una storia non per tutti per scoprire l’arcano di una costruzione che per anni ha permesso carriere politiche e buoni conti correnti. Ciò fa sì che il faro costituzionale, ormai, sembra avere solo periodi di ombra e pochi di luce, dove c’è chi depone corone o recita lezioni di circostanza usando dall’alto della sua autorevolezza una grammatica limitata ad un lessico essenziale per dire che la Resistenza fu solo o soprattutto rossa e che cantare una Bella Ciao sia il giusto Cantico senza ricordarsi di quanti cantassero in passato, tra i nuovi comunisti, Faccetta Nera. La Resistenza come la conquista della democrazia fu bianca, azzurra, verde e grigioverde o nera con bande rosse o con pantaloni stracciati. Perché resistere era per molti un modo di pensare e di credere senza riserve mentali e di ricominciare senza rinnegare, ma riconoscendo gli errori di un popolo e riscattare il valore di una fede di nazione. Eppure alla sinistra democratica, che vede oggi sfilare nuove reclute senza storia pronte a sostituirsi ad una narrativa che ha distrutto, nel suo essere massimizzante e poco incline al confronto, la sua memoria da sola perché continua ad escludere e non a includere. La stessa narrativa che celebra eroi che eroi non furono. Come coloro che dopo aver deciso l’attentato di via Rasella non si consegnarono alle forze occupanti tedesche, assumendosi la responsabilità dell’azione condotta e per tentare almeno di salvare 335 fratelli italiani o, se ciò non fosse accaduto, di seguirne almeno le sorti: ma non tutti gli “eroi” sono dei Salvo d’Acquisto. Nell’assenza di questo coraggio - che non mancò invece ad altri italiani senza per questo declinare appartenenze politiche, ma solo l’essere uomini e donne e uccisi per gesti che non furono loro - nell’assenza della forza di un’idea di nazione si è costruito un mito fragile e che oggi giustifica, nella sua debolezza, pericolose derive autocratiche che attentano alla nostra libertà e che di nero hanno ben poco se non la tristezza che tanto avviene con la compiacenza dei cosiddetti difensori della Costituzione.
 
Conobbi da piccolo a Taurianova un vero partigiano. Ne avrei poi conosciuti tanti altri negli anni a seguire e di ogni colore possibile. Tuttavia ricordo questo signore perché uno dei pochi che poteva definirsi tale in Calabria. Ci passavo spesso e a volte vi compravo la frutta. Una figura che non aveva una storia costruita su misura per avere potere e vantaggi. Non fu né senatore, né deputato, né sindaco o consigliere di nulla. Era e rimase un negoziante di frutta, ma fu un combattente con Pertini. Non l’ho mai visto vantarsi di nulla e non lo vidi parte del gioco politico. Ma capii che anche lui era vittima di una verità a più facce non comprensibili in tempi non maturi. Era un partigiano socialista, non un partigiano tinto di quel rosso vivo che piaceva alle piazze perché la differenza tra partigiani di serie A e di serie B fu certo un sistema di selezione. Ecco, allora, che compresi, e ebbi le conferme man mano che mi avventuravo nelle storie del Nord Italia, che la libertà non ha colori. Essa finisce per aprire squarci inimmaginabili prima o poi. Il tempo ripaga sempre dalle mistificazioni e dalle rese dei conti spacciate per antifascismo, confondendo ciò che è storia e ciò che è comportamento.
 
Quanto accaduto a La 7 non è che un ennesimo risultato di tale colpevole ambiguità. Antifascismo, anticomunismo, un velleitario post-maoismo pentastellato, autocratismi democrat da operetta che sopravvivono grazie a liberali postberlusconiani liberticidi ormai parti di una grande melassa di governo, e che non vogliono essere uguali ad un popolo che vive in una condizione distopica del quotidiano, sono tutti sinonimi del declino del Paese. Responsabili dell’ennesimo scempio della storia di una giovane e ingenua democrazia…o almeno, di ciò che di essa ne rimane e delle cui paure, delle ipocrisie storiche e delle strumentalizzazioni di comodo, per alcuni, dovrebbe decidere una volta buona per tutte di “fare - davvero - piazza pulita”!

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