"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Il ruolo della Marina. Quando non è solo una questione di missili

Ruolo della Marina

Non ci sono dubbi che aprire alle novità del giorno con le news del momento rappresenta non solo una tentazione di conoscenza, ma anche una curiosità in una società diventata troppo in fretta iperconnessa, che tende a rendere protagonisti coloro che della notizia ne usano i termini e i contenuti.

Viviamo, infatti, in un clima di pervasivismo mediatico, di quotidiana preoccupazione che si unisce al mai sopito fascino delle cose militari, di fronte a crisi che vedono l’Italia, suo malgrado, porsi al centro di due fronti non così distanti, ma a quanto pare politicamente interpretati, in termini di sicurezza, da un imbarazzante atlantismo di maniera. Un atlantismo poco efficace non solo politicamente ma, drammaticamente, anche strategicamente. Ecco, allora, che titolare che la Marina italiana sia a corto di missili di certo non poteva essere una notizia che sarebbe passata inosservata sia agli esperti che ai profani.

In verità, non ci sarebbe molto da meravigliarsi dal momento che si tratta di dover fare i conti con budget destinati alla difesa che si dissolvono non solo per la loro asserita esiguità, pur decidendo di raggiungere quel 2% cui si ritiene di dover soddisfare le richieste minime di burden sharing, ma per spese collaterali; ovvero, di mantenimento degli assetti organico-ordinativi che non sempre rispondono a vere e definite funzioni a supporto dell’efficienza ed efficacia operativa.

È anche vero, va detto, che l’idea di considerare quale policy imprescindibile il mantenimento della capacità operativa di una Forza Armata come priorità su ogni scelta possibile non è una prerogativa culturale propria di un modello militare che, da decenni, si affida in ogni evenienza all’essere parte, e strumento quindi, di possibilità di azioni esprimibili solo in coalizione, limitando gli sforzi da condurre in autonomia a missioni di minor impatto per evidenti limiti di sostenibilità logistica nel tempo.

Vi è anche da considerare che l’industria della difesa italiana solo in parte alimenta con propri sistemi d’arma le Forze Armate italiane dovendo, per scelte di ammortamento dei costi fissi per beni a domanda rigida quali quelli militari, preferire il mercato straniero quale unica possibilità per realizzare valide economie di scala e nel quale l’Italia non manca di essere adeguatamente rappresentata.

Tuttavia, missili o meno, la questione è come e in che misura si intenda interpretare il ruolo dello strumento militare navale una volta definito con chiarezza non solo lo scenario di impiego, ma anche la distribuzione delle risorse per ogni Forza Armata, nessuna esclusa, in virtù delle scelte strategiche e delle “posture” che l’Italia intenderebbe assumere. Non ci sono dubbi che ancora oggi molto sopravvive di quel rapporto non idilliaco tra Aeronautica e Marina che da Capo Matapan a Punta Stilo e sino all’epilogo disastroso della corazzata “Roma” ha impedito che maturasse una piena e serena visione non solo congiunta, ma realisticamente condivisa dell’impiego di ogni Forza Armata secondo quello che è l’interesse nazionale sotteso ad una condivisione di ruoli, di assetti organico-ordinativi, di dottrine e di politiche di approvvigionamento di mezzi e sistemi d’arma adeguati a ogni specifico impiego senza creare costose e inutili ridondanze.

Una questione, sul piano delle acquisizioni, già vista in tempi non molto lontani e che riguardava, ad esempio, l’adozione per la Marina di velivoli VTOL (Vertical Take-Off and Landing), i Sea-Harrier, nelle diverse versioni. Un velivolo “benedetto” dalla guerra delle Falkland-Malvinas e poi ritenuto la salvezza della Marina che, nel dotarsene, aggirava così le restrizioni del trattato di Parigi del 1947 introducendo gli incrociatori “tuttoponte” per imbarcare tali aerei ma in un numero esiguo e non tale da completarne gli assetti operativi offerti dalle nuove navi. A ciò si aggiungeva, negli anni recenti, la non ancora definita querelle sugli F-35B (nella variante STOVL-Short Take Off Vertical Landing, ad oggi solo 3 consegnati) ai quali l’Aeronautica poneva non poche riserve a proprio favore.

Insomma, a risorse date, non ci sono dubbi che l’ammodernamento dei sistemi d’arma, il mantenimento di quelli in linea e/o operativi, così come i volumi organici del personale - senza dimenticare i costi delle missioni internazionali affrontate nel passato nel dover soddisfare gli impegni internazionali derivanti dal partecipare alle iniziative in ambito Nato e non solo - definiscono le voci del bilancio in multipli di milioni di euro.

Infatti, come ricordavo nel 2014 in un policy paper a ciò dedicato, voler contare su un modello efficiente, integrato, che esprima al miglior livello possibile le caratteristiche qualitative dell’interoperabilità delle componenti e la rapidità della riposta, soprattutto in ambito delle operazioni aeronavali, dovrebbe rappresentare il presupposto concettuale non solo di ogni riflessione dottrinale, ma anche delle politiche di acquisizione di mezzi e sistemi.

Operazioni, quelle aeronavali, che rappresenterebbero gli impegni più evidenti, ragionevoli e coerenti con il ruolo che l’Italia dovrebbe assumere nel Mediterraneo, che richiedono politiche, oltre che strategie, tali da assicurare una capacità di iniziativa possibile, oltre che di deterrenza credibile, soprattutto affidandosi ad un vero modello multidimensionale di risposta. Un modello che non lascerebbe, però, ad alcuna componente la possibilità di vivere di se stessa: cioè, di autoreferenziarsi nelle scelte.

Il semplice quadro delle operazioni congiunte, infatti, senza una razionale e interoperabile disponibilità di sistemi d’arma che si potranno integrare fra i vari scenari soddisfa, oggi, solo una necessità di comando contingente ma non definisce certamente uno schema di operazioni possibili e non fa maturare una cultura della cooperazione strategica tra le diverse dimensioni. D’altra parte, un conto è simulare sul piano dei framework Nato le possibili condizioni di ingaggio, tutt’altra cosa è affrontarle sul piano tattico con le risorse disponibili. In questo si aggiunge una procurement policy di sistemi d’arma dove ogni Forza Armata decide di se stessa e non colloca le proprie necessità all’interno di un quadro di assoluta interoperabilità dei sistemi e delle risorse.

In questa prospettiva, non è certo l’acquisizione dei sistemi d’arma che modella gli assetti organico-ordinativi e ne determina le procedure di impiego dei reparti. Al contrario, è la definizione di un ruolo strategico ben preciso, l’individuazione della/delle area/e di responsabilità e dell’interesse nazionale sotteso che decide come e in che misura disporre delle migliori forze, dei migliori e più adeguati strumenti e, quindi, dei più adatti sistemi d’arma per svolgere il compito e assicurare il risultato prefigurato. Stessa cosa si potrebbe dire per gli assetti organico-ordinativi che dovrebbero essere definiti in ragione del compito dell’unità e non costruiti sulla necessità di garantire una posizione di comando/impiego.

Senza scomodare von Moltke il Vecchio e la sua “griglia” di valutazione degli ufficiali di Stato Maggiore di certo vi è una sorta di reticenza da parte delle Forze armate a guardare nella complessità del mondo possibile l’orizzonte della sicurezza del Paese con le stesse lenti e magari decidere su come, in che misura e a quale prezzo - rivedendo la coerenza se non la funzione di livelli di comando a volte ridondanti - dare corso anche a un benchmarking strategico sugli assetti organico-ordinativi. Certo. Si tratterebbe di un’operazione di grande coraggio, ma che forse delimiterebbe i campi di responsabilità nelle decisioni e ne eviterebbe la nebbia della frammentazione.

Probabilmente la vicenda dei pochi missili a disposizione, potrebbe anche giustificare la mancata partecipazione dell’Italia a Prosperity Guardian avviata il 19 dicembre 2023 per rispondere agli attacchi alle navi nel Mar Rosso. Tuttavia, tale questione diventa quasi una cartina di tornasole dal momento che sulla scia dei missili insufficienti a rendere credibile lo strumento militare navale anche l’acquisizione di nuove navi sembrerebbe perdere di aderenza alla realtà politico-strategica mediterranea dovendo decidere tra una possibile rivisitazione delle LCS (Littoral Combat Ship) magari con formule di compromesso con le FREMM (Fregate Europee Multi-Missione) per assicurare quella velocità di impiego e quella versatilità necessaria per adattare lo strumento militare navale allo scenario mediterraneo.

Al di là dei programmi di acquisizione di nuove unità non vi sono dubbi, insomma, che la forza aerea della Marina, con buona pace dell’Aeronautica Militare, dovrebbe diventare fondamentale per l’Italia a patto che si decida di supportarla non solo con velivoli adeguati all’impiego, come gli F-35B, in versione STVOL, ma attraverso la condivisione di dottrine e sistemi integrati di condotta di operazioni con le altre Forza Armate in un quadro di reale condotta congiunta di missioni, complesse o meno che siano. Ad esempio, l’incremento delle capacità anfibie va sicuramente da sé dal momento che rappresenta una delle più coerenti modalità di impiego delle forze di cui l’Italia deve disporre e promuovere con il sostegno di unità aeronavali.  

L'Italia per posizione geografica e area di responsabilità (rectius di interesse) ha una sua dimensione mediterranea, ovvero marittima, ma non esprime un significativo, coerente e, quindi, adeguato sea power al peso politico-strategico che il Paese dovrebbe far valere. Quindi è evidente che la competizione tra AM e MM, in termini di acquisizione dei mezzi e sistemi d'arma, è deleteria oltre che dispendiosa senza alcun ritorno in termini di efficienza operativa. Ciò significa, che le risorse andrebbero concentrate sugli assetti e componenti aeronavali, affidando all'AM compiti di difesa dello spazio aereo prevalentemente con sistemi di scoperta e di difesa missilistica (ciò accade addirittura negli USA) attraverso migliori dotazioni anche di UAV.

In fondo, a ben guardare, una portaerei americana della classe Nimitz o, ancora meglio, della classe Ford alla fonda a Civitavecchia, paradosso non privo di un suo fondamento pratico, esprimerebbe una capacità di controllo dello spazio aereo italiano - con i sistemi di scoperta integrati con sistemi satellitari – che se non supera sono almeno alla pari, nel caso specifico, con le possibilità offerte dall’intera Forza Armata Aerea italiana. Una Forza Armata, quella aeronautica, che, pur schierando circa 600 velivoli, ha un organico di circa 40.000 uomini di cui più della metà non naviganti o non impiegati in linea di volo, con un volume di livelli gerarchici (dirigenziali) non strettamente correlati ad incarichi operativi.

Sempre a risorse date, come si vede, si tratta di dover fare scelte importanti anche a costo di rivedere gli assetti ordinativi e i volumi organici di ogni forza armata iniziando dalla individuazione di una dirigenza necessaria: operativamente necessaria. A conti fatti, tra missili e navi, se un disarmo di fatto non è un buon modo per conquistare una leadership di certo non consente di manifestare una credibilità strategica che richiede capacità operative di tutto rispetto, non limitata al raggiungimento dei limiti delle dotazioni, ma caratterizzata da una continuità nell’alimentazione e nel sostegno degli sforzi.

James G. Stavridis (ammiraglio e già SACEUR, autore del più conosciuto Sea Power: The History and Geopolitics of the World's Oceans, 2018 e poi di 2034: A Novel of the Next World War scritto con Elliot Ackerman) in attesa che sia disponibile anche se solo sul mercato a stelle e strisce The Neptune Factor: Alfred Thayer Mahan and the Concept of Sea Power scritto con Nicholas A. Lambert (febbraio 2024), ricolloca nella veste contemporanea il concetto di "Sea Power" coniato per la prima volta dal Capitano Alfred T. Mahan. Ricordando Mahan, dispersosi probabilmente tra i banchi di una scuola militare poco lungimirante in Italia. Stavridis sottolinea come e in che misura proprio il modo e i termini attraverso i quali le crisi lungo le rotte marittime prossime alle grandi nazioni ne hanno condizionato in modo decisivo il corso della storia moderna.

Per Stavridis vi è un Neptune Factor per il quale anche se l’idea tradizionale di Mahan di potenza marittima può sembrare cambiata nel tempo, pur presentando la potenza marittima in termini di combattimento, come spesso si pensa, resta immutata la funzione di controllo delle rotte di approvvigionamento, ovvero delle cosiddette linee di supporto strategico, che giustifica uno strumento militare navale. Una visione che resta di fatto ancora oggi valida dal momento che, in termini economici, il commercio internazionale che si svolge nei mari del mondo resta uno dei principali motori della ricchezza nazionale (e quindi del potere) nella storia. Un approccio che probabilmente ha fatto poca breccia in termini reali nelle dottrine europee negli anni passati escludendo, tutto sommato, le esperienze inglesi e francesi.

Nella rivisitazione post-moderna di Stavridis, ancora oggi resta un fatto che, nell’ottica di un’economia e di una sicurezza sempre più interdipendente, garantirsi il controllo dei mari rappresentava e rappresenta una condizione fondamentale per poter esercitare una politica di potenza credibile, soprattutto per quelle nazioni marittime per vocazione, oltre che per posizione geografica.

Ma l’Italia ha del suo mare una visione non propria, assunta secondo le interpretazioni, se non gli interessi, altrui. Interpretazioni alle quali essa guarda per decidere come e in che termini, cioè con quale postura, essere presente nel Mediterraneo piuttosto che in un altrove di comodo come nel Pacifico, se ciò potrebbe essere utile o meno a far valere una partecipazione a una iniziativa che vorrebbe, e richiederebbe, comunque ben altre capacità.

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