"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
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Cannoni di primavera? Se l’Europa (e la Nato) o chi per essa, va alla guerra

Cannoni di primavera?
   Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, era famoso perché nel suo fare scherzoso soleva ripetere che “il tradimento è una questione di date” e che «il tradimento è in definitiva un costrutto sociale. Le definizioni variano a seconda delle circostanze» così come la “collaborazione” è “negli occhi di chi guarda” se si vuol guardare, e dipende con quali occhi, se i propri o attraverso le lenti di qualcun altro.
 

   Credo che sia necessario provare a offrire a coloro che si avventurano in queste pagine una descrizione aderente, per quanto possibile, ai fatti che ci vengono presentati, a come vengono presentati e al messaggio che questi contengono. Il giudizio morale e politico lo lascio al lettore. Una precauzione importante visti i tempi e le affrettate analisi che vengono distribuite a piene mani in ogni angolo dei salotti televisivi o nei cortili dei partiti legati, ognuno a suo modo, ad una prospettiva del mondo che risponde a regole di pochi convinti di deciderne le sorti.

   In un momento di sovrapposizione di crisi nel cortile di Casa Europa, sembra che la storia sia nuovamente chiamata in causa quasi come se cercasse di ritagliarsi, ancora una volta, spazi per differenza rispetto a un pensiero dominante che tende a negarla e negare fatti, circostanze o che si limita a condannare personaggi esponendoli ad un ludibrio da operetta a coloro che, a minor valore, pretendono di giudicarli.

   John Fitzgerald Kennedy allorquando si determinò la crisi di Cuba con la dislocazione di missili sovietici nell’isola aveva sul “comodino” un libro che è ormai iconico nella storiografia sulla Grande Guerra. Si trattava del lavoro di Barbara Tuchman, The Guns of August, quasi profeticamente pubblicato nell’agosto del 1962; ovvero, appena due mesi prima dello scoppio della crisi dei missili sovietici a Cuba. Il mondo era sull’orlo dello scontro nucleare e solo Kennedy e Kruscev potevano evitarne la deriva, il baratro di un overkill nucleare. Alla domanda di Kennedy “cosa dobbiamo fare nelle prossime 24 ore?” un disarmato ma non sprovveduto Robert Mc Namara rispose: “Signor Presidente dobbiamo fare due cose. La prima studiare un piano d’attacco preciso. La seconda, prendere in considerazione le conseguenze. Non so esattamente in che mondo vivremo dopo che avremo colpito Cuba. Come ci fermeremo a quel punto? Non conosco la risposta”.

   Era l’ottobre 1962 e il mondo intero avrebbe pagato il prezzo, se non si fosse risolta la crisi, di un inverno nucleare nel quale le possibilità di sopravvivenza si sarebbero man mano assottigliate in ogni angolo del mondo. La lettura del libro della Tuchman fu importante perché Kennedy ammise e comprese una lezione fondamentale: cioè, quanto fosse (sia) drammaticamente semplice, come accadde nell’agosto 1914, scivolare in un’immane tragedia per la sola incapacità di chi governa di riuscire a comporre una crisi politica internazionale.

   Ora l’idea che una sconfitta dell’Ucraina possa portare la NATO ad uno scontro diretto con la Russia, come auspicato dal generale Lloyd James Austin III segretario di Stato alla Difesa, sembra più assomigliare non al patetico povero Colin Powell con la sua provetta da Piccolo chimico alle Nazioni Unite, ma ad una sorta di nuovo Curtis LeMay, nel 1962 Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare statunitense e, quindi, comandante del SAC (Strategic Air Command). LeMay riteneva che fosse necessario approfittare della crisi cubana per una resa dei conti definitiva con l’Unione Sovietica; era a favore, quindi, di un attacco nucleare massiccio volto a distruggere completamente Cuba poiché convinto di poter contare sulla capacità di strike da “primo colpo” nei confronti della stessa Unione Sovietica.

   Una capacità che le dottrine nucleari, per tipologia dei relativi sistemi d’arma e per condizioni di approntamento e di impiego, si rivelò, già allora, non più percorribile dal momento che le condizioni di quasi parità strategica non ne consigliavano il ricorso.  Un insegnamento, questo, che probabilmente non ben digerito negli Stati Maggiori occidentali e che, altrettanto, nella sua assenza dai curriculum dei funzionari europei e atlantici determina, probabilmente, lacune profonde nelle rispettive leadership.

  La crisi di Cuba non impedì, per fortuna, che venisse portata avanti una nuova linea generale di politica estera dell'Urss. Una politica che sottolineava l'importanza della distensione internazionale, riconoscendo che lo scontro tra i due "blocchi" (socialista e capitalista) non costituiva una fatalità storica e che la guerra era quindi evitabile.

   Guardando al nostro contemporaneo, dovremmo riconoscere, von der Leyen suo malgrado, che la verità è rappresentata dal fatto che la difesa europea è certo un traguardo non trascurabile da raggiungere. Tuttavia tempi e capacità, sia industriali ma anche dottrinali, non sono a favore dell’Unione europea - nonostante varie, e mascherate da decisioni di alto profilo, dichiarazioni di intenti distribuite in Strategie Globali o Bussole Strategiche tipico di un Risiko per burocrati - soprattutto se dovesse privarsi del sostegno della NATO.

   Il vero problema oggi, a crisi russo-ucraina ancora in corso e alle difficoltà a rendere concreta una capacità NATO di poter assumere, se fosse, i costi umani e materiali di un conflitto di lunga durata - se si esclude una escalation verso l’uso di sistemi d’arma nucleari - è che ogni parola pronunciata sul piano del politicamente corretto sembra sottendere quel pericolo di affidarsi ad una sorta di politica parossistica e paranoica dell’autocompiacimento se non dell’autoesaltazione, magari pensando di intimorire avversari che dispongono di anticorpi storici molto ben consolidati.

   Una sorta di politica volta alla ricerca di una supremazia che resterà apparente in un continente che, in ogni caso, anche ammesso che si possa negoziare a breve, si spera, sulle sorti del Donbass e della Crimea se non delle stesse Ucraina e Russia, non sarà uguale a quello di oggi, né tantomeno identico a quello prefigurato sino a ieri nelle cancellerie occidentali se non altro per un motivo: che nessuna delle parti in gioco, in caso di guerra nucleare continentale tra NATO (UE) e Russia, potrebbe ritenersi vincitrice.

   In questa prospettiva, che possa piacere o meno, al netto delle dichiarazioni della Ursula europea o del puntuale ex generale e neopolitico Austin, Putin sembra aver imparato molto bene la lezione di Kruscev mentre gli occidentali meno quella di Kennedy, ovvero di McNamara. Da una parte, infatti, Vladimir Vladimirovič afferma che non si ritorna indietro; d’altra parte i negoziati sul campo si fanno secondo la situazione data dal …campo. Dall’altra, che è disponibile a negoziare.

   Eppure, considerando le dichiarazioni rese dalla von der Leyen, per le quali l’ipotesi di un conflitto allargato non si escluderebbe in caso di insostenibilità da parte dell’Ucraina dello sforzo bellico - nonostante gli aiuti finanziari e militari in termini di sistemi d’arma ricevuti in questi mesi - si dovrebbe supporre che vi sia una visione chiara delle capacità operative e dei rischi che si intende correre considerato che uno scontro diretto trasformerebbe nuovamente l’Europa in un ancora più tetro, ammesso che esista una gradazione di macabro, cimitero della storia.

   Questo perché, nell’impiego dell’arma nucleare non vi sono limiti imposti da regole stabilite sul campo di battaglia da cavallereschi ufficiali settecenteschi visto che anche le regole sulla non proliferazione, (trattato TNP), e sui missili a raggio intermedio, (trattato INF), sono ormai prive di valore lasciando il campo ad una targetizzazione predefinita non solo di infrastrutture militari, destinata a porre in essere un possibile attacco counterforce ma, soprattutto, countervalue. Cioè, su obiettivi, leggasi città/capitali e altre istituzioni e simboli ad alto impatto civile sul quotidiano di ogni europeo e americano, come di ogni russo.

   Una considerazione semplice, in fondo, che al di là del restituire valore alla domanda se “si può morire per Kiev?”, forse sarebbe meglio chiedersi se sia possibile capovolgere i termini del confronto in un esercizio dialettico che esprima al meglio la consapevolezza che sarebbe più promettente negoziare per Kiev e per il futuro dell’Europa. Certo, la partita è aperta sulle condizioni di oggi. Ma coloro che propongono una pregiudiziale di non negoziabilità di principio sul riconoscimento delle “conquiste” russe dovrebbero anche tener conto sul come e in che misura si sia giunti all’invasione, illecita giuridicamente come altre compiute da chi si erge oggi a paladino del diritto internazionale, ma politicamente provocata ben prima del febbraio 2022.

   Si può credere che empatizzare con il proprio avversario non è certo un esercizio semplice. Non si vedono all’orizzonte un McNamara né a dodici né a cinquanta stelle e meno che mai un Kennedy a fronte, però di un quasi Kruscev (Putin), più scaltro e miglior conoscitore dell’animus dei suoi corrispettivi occidentali, se non altro per averli dossierati nel periodo di Dresda.  O si potrebbe pensar male per poter indovinare con un esercizio al contrario, ritenendo che le dichiarazioni fuori contesto dello stesso Austin (non è certo il segretario della NATO e ci si dovrebbe chiedere a che titolo indirizza un messaggio sulla possibilità di guerra tra NATO e Russia dal momento che non ha titolo alcuno per parlare a nome degli alleati) sarebbero da ritenersi preoccupanti se non ci fosse il dubbio che il gioco al rialzo a chi la spara più grossa non sia altro che un modo per rendere dolce la pillola dei negoziati futuri potendo dire, domani, che in fondo grazie al compromesso possibile raggiunto con Putin si è evitata, per la seconda volta, il pericolo di una guerra nucleare in Europa.

   Certo rimane aperta l’offerta di Macron a supportare una Difesa europea che possa affidarsi alla force non più de frappe del nucleare francese. Ma Macron non è De Gaulle e il suo maldestro tentativo, per quanto rischioso, di alzare il prezzo a sua volta per mettere Parigi al vertice della difesa continentale in chiave di alternativa alla NATO, non sembra essere così realistico proprio in caso di conflitto. Si potrebbe dire che Macron e von der Leyen tentino l’azzardo di rilanciare su un rischio possibile per la sicurezza europea dettata da una, improbabile perché suicida se fosse, intenzione russa di spostare l’asta strategica ben oltre i territori ucraini occupati, magari preparando un consenso al riarmo europeo e cercando sostegno in una sorta di pedagogia della paura che dovrebbe sostenere simili sforzi.

     Ma il vero rischio è che a furia di alzare i toni qualche volenteroso alla Macron possa crederci e determinare quel punto di non ritorno per il quale si supera quella strategia del brinkmanship (ovvero del “rischio calcolato”) che nell’escalation degli ultimatum alla Serbia da parte di Vienna, e nella mobilitazione russa non più richiamabile a migliori valutazioni, determinò il precipitare della gradevole estate del 1914 nella Grande Guerra rovinando la crociera sul Baltico allo steso Guglielmo II. Il rischio, infatti, è che così come nell’estate del 1914 non si fermò la mobilitazione russa perché ormai non si poteva comunicare con i corpi d’armata in movimento verso il fronte, non si fermerebbe con un semplice contrordine un conflitto nucleare per la rapidità di decisione e di impiego dell’arma nucleare sottesa alle ragioni stesse di utilizzo.

   Ma, non solo. Con l’allargamento alla Svezia, dopo la Finlandia, della Nato, Macron e von der Leyen dovrebbero anche riflettere se per caso l’asse meno euro e più atlantico non si sposti di più verso il …Nord-Atlantico e non verso il …Sud-Atlantico - i cui effetti disastrosi nell’abbandono di tale area si vedono con chiara evidenza ogni giorno nelle vie di Gaza - con una possibilità che nuovi scenari e nuove prospettive di contrattazione a sorpresa con Mosca possano ri-aprirsi.

   I conti, infatti, si fanno con l’oste e, l’oste, meglio gli osti oggi con i quali l’Europa, leggasi UE, deve ri-fare i conti sono due: Stati Uniti e Russia. La prima, potenza oggi dai piedi di argilla ai quali si attaccano crisi diffuse che ne ritardano il passo e drenano risorse economiche non di poco conto con una penosa crisi da leadership che la priva di credibilità strategica in molte regioni del mondo. La seconda, consapevole del proprio ruolo di potenza continentale, alla ricerca di un possibile dialogo tra nemici che, come un attento Charles Kupchan nel suo How Enemies Become Friends (2010), si trasformerebbero in amici in ragione dei “nuovi” interessi russi e statunitensi in Europa.

   In fondo, in caso di conflitto nucleare gli Stati Uniti sarebbero i primi a chiedere di negoziare e, nel frattempo, abbandonerebbero quell’Europa che si trascina in coda al potente di turno, per rivolgersi in un altrove geopolitico a maggior rendimento, magari lasciando ad una Russia rinnovata il compito di essere la nuova garante della stabilità continentale condividendone, però, termini e condizioni.

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