pdf Afghanistan. Un Gioco a perdere della storia …ma solo per l’Occidente

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Ci sono due punti di vista, tra i tanti, che segnano la storia o, se si vuole, la narrativa di uno spazio complesso e multidimensionale come l’Asia Centrale e si possono attribuire, rispettivamente, a Joseph Rudyard Kipling e a Peter Hopkirk. Due autori, due osservatori che guardano a distanza di più di un secolo l’uno dall’altro verso gli stessi orizzonti che sembrano non solo non essere mutati, ma anche di aver insegnato poco o nulla all’esperienza europea nonostante due guerre mondiali, i passaggi dalla colonizzazione all’indipendenza, e una visione umanitaria delle missioni militari al limite dell’ipocrisia se non della colpevole miopia geopolitica. Joseph Rudyard Kipling nella sua interpretazione molto ortodossa - votata all’affermazione di un paradigma imperiale consolidatosi nella diffusione della via anglosassone alla visione del mondo - non mancò di definire come e in che misura l’egemonia europea avrebbe dovuto prevalere. In una interpretazione missionaria del ruolo dell’uomo europeo e in una prospettiva quasi politico-pedagogica, Kipling nel suo Kim - un romanzo non solo per ragazzi, ma per adulti attenti che accomuna nella vicenda umana del tredicenne Kimball O'Hara, orfano di un sergente irlandese e di una madre indiana, culture diverse - tenta di proporre una sintesi possibile tra due mondi portatori di diverse concezioni del valore e del senso della vita e del potere. Nel gioco delle parti, siano essi individui protagonisti di guerre dichiarate, di giochi sommersi tipici dello spionaggio o che si tratti del ruolo degli Stati, l’idea che il cuore del mondo - quell’Heartland di Halford Mackinder che ha affascinato quanto il Rimland di Nicholas Spykman i politologi della modernità - possa tornare a declinare la storia sembra nuovamente affacciarsi con nuove traiettorie.

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