La seconda guerra in Iraq, il dopoguerra, la catena di attentati da Madrid a Beslan, i sequestri degli operatori civili occidentali o degli operai nepalesi, hanno dimostrato come il concetto di aggressione e di uso della forza secondo criteri di legittimità difensiva presentano un modo diverso di intendere i rapporti fra gli Stati e fra gli individui. Un modo diverso di concepire il confronto con conseguenze che non sfuggono alla sensibilità dell’intera comunità internazionale. È mutata la percezione strategica dei rapporti di forza in un clima di incertezza giuridica che indebolisce quel minimo assetto internazionale conquistato all’interno delle vecchie logiche di potenza. È mutato il ruolo del diritto che perde di centralità e il valore della vita si svuota di fronte a una violenza senza controllo. Siamo di fronte a una contrazione politica degli effetti delle scelte per la quale valori etici, morali, religiosi, non sempre condivisibili per l’altro, determinano uno spostamento sostanziale dei termini relazionali così radicale da mettere tutto in discussione: interessi di potenza, fattori e modalità dei rapporti di causa ed effetto fra soggetti non omogenei che si confrontano, rispetto della dignità umana. Non solo.Il dopoguerra iracheno, la totale anarchia all’interno della quale si muovono le stesse truppe di una coalizione priva di una strategia definita, l’incapacità politica di guidare un paese da parte di una classe dirigente - inventata ad hoc ma priva di una propria radice culturale tranne l’offerta sciita dell’Islam - e la sopravvivenza del Baath disegnano un quadro confuso dove proprio all’indecisione strategica si somma la confusione tattica con le conseguenze che ogni giorno si osservano. Il vero nodo centrale della crisi, quindi, non è se il terrorismo sia più o meno virulento o più o meno vulnerabile nel medio termine: questa è una storia antica. La realtà è se si è in grado di proporre alternative politiche capaci di riempire vuoti di potere senza ricorrere al solo uso della potenza, riconducendo l’uso della forza in un quadro di legittimità giuridica che ne sostiene anche gli effetti più spiacevoli.
Il ricorso alla guerra preventiva, la possibilità di attaccare il proprio nemico ovunque si ritenga possa trovarsi, prescindendo da qualunque coinvolgimento della comunità internazionale rientra anche questo nella stessa logica del terrore. Creare confusione, sovvertire un ordine giuridico, minare gli assetti istituzionali della stessa comunità internazionale significa esasperare l’incapacità di una potenza di reagire, costringendola e legittimandola ad andare al di là di ogni equilibrio condiviso, affermando una propria dimensione unilaterale. Ciò che sfugge al prevalere della logica militare dello scontro è la dimensione politica dell’avversario. Il terrorismo è un fenomeno politico. Va sconfitto quindi sul terreno politico. Attraverso politiche che riducano gli spazi sociali all’interno dei quali il terrorismo si alimenta sia ideologicamente che materialmente. La strategia dei sequestri, comunque la si vorrà interpretare, colpisce chi crede in una soluzione politica della crisi, a chi crede nel tentativo di offrire un modello diverso di crescita sociale antinomico rispetto alla proposta offerta dal terrorismo radicale.
Per questo, se un confronto militare è più facilmente rivendicabile e giustificabile nelle dinamiche di azione e reazione, la competitività politica di modelli diversi di crescita e organizzazione sociale è molto più pericolosa per chi volesse affermare disegni unilaterali di potere. Perché sia il terrorismo che l’azione politica offerta in opposizione mirano a conquistare l’unico obiettivo che potrà dare equilibrio e stabilità a un nuovo soggetto istituzionale: disporre del consenso delle comunità. Ed è la conquista di ciò che sfugge ancora all’Occidente e che doveva rappresentare, al contrario, il principale scopo nel decidere di condurre una guerra giusta, internazionalmente giuridicamente giusta.