"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
Federalismo d'occasione
Il federalismo come categoria politica in Italia ha già perso il suo appeal. Da proposta politica si è ridotta ad una mera questione bagatellare che pone la sua sensatezza nella soluzione del superamento della spesa standard. Ma il federalismo come categoria politica si fonda sulle capacità di uno Stato e non sulle sue debolezze. Il vero problema non è solo riorganizzare il Paese ma è farlo su basi di equità e giustizia perché, parafrasando il Presidente Napolitano, nessun cambiamento che vuole essere davvero tale può essere contro qualcuno. Il federalismo in un’ottica di Stato moderno non può presentarsi come un modello che si realizza e si risolve nel garantire relazioni e rapporti concorrenziali ma, al contrario, nel definirsi e sopravvivere come sistema di governance attraverso rapporti e relazioni complementari. Le parole chiave di una prospettiva federale vera che possa perfezionare, e non superare, il regionalismo italiano – forma già in atto di decentramento politico e amministrativo – sono quindi responsabilità, partecipazione e solidarietà. Al di fuori di ciò il rischio di una frammentazione della comunità nazionale e il suo indebolimento nell’arena continentale e mondiale. Per questo il richiamo di Don Sturzo alle comunità locali, al popolarismo italiano, non è lettera morta ma vitale suggerimento per affermare l’unità nella diversità. Ovvero la stessa prospettiva di solidarietà che si vuole costruire nei rapporti internazionali in comunità sempre più multietniche e multiculturali. Qui non si tratta di valutare se viene prima l’autonomia o la comunità. Entrambe sono facce di una stessa medaglia e di uno Stato unitario che dovrebbe riporre nella sua diversità umana, economica e storica, il segreto della sua sopravvivenza nel tempo. D’altra parte la frammentazione non aiuta i processi identitari mentre i processi autonomistici, se condivisi, possono favorirli se si afferma un’idea di identità nella diversità. Una possibilità di crescita che si assume l’onere di migliorare e qualificare ogni singola cultura, riportando il valore della stessa al di là di ogni rischio di mistificazione del passato per far emergere comode dimensioni negazioniste. In fondo, come commentare ulteriormente un pensiero ancora oggi presente nella sua vitalità, una sintesi efficace tra la volontà autonomistica e la necessità di ancorare l’autonomia stessa ad una certezza di solidarietà tra le singole comunità politiche espressa da Tocqueville allorquando scrisse che “[…] l’eguaglianza delle condizioni al tempo stesso fa sentire agli uomini la loro indipendenza e mostra loro la loro debolezza: essi sono liberi, ma esposti a mille accidenti e l’esperienza non tarda a insegnare loro che, per quanto non abbiano abitualmente bisogno dell’aiuto altrui, viene quasi sempre il momento in cui non ne potrebbero fare a meno […] {A. De Tocqueville De la démocratie en Amérique. Paris 1840. Trad. It. La Democrazia in America. Rizzoli. Milano, edizioni successive 1992-2004 p.591, ndr}”.
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