"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
L'italia dentro l'Italia
Cronache italiane 27
Commentare il Paese dal di dentro non è semplice per vari motivi. Tra i tanti due in particolare. Il primo è rappresentato dal fatto che l’Italia è un Paese multisfaccettato, giovane per costruzione politica, diverso per esperienze culturali. L’Italia ha vissuto le ambiguità della fine di una guerra mondiale, la Seconda, trascinandosi nel tempo quel confronto tra antifascismo e anticomunismo che ha impedito ogni possibile processo alla propria storia e la costruzione di un modello politico semplificato nelle due aree ideali nelle quali l’italiano può riconoscersi. Un conservatorismo liberal-cattolico e una socialdemocrazia non autocratica. Un falso storico rappresentato dal quel monopolio culturale di un antifascismo comunista della resistenza che riporta l’anima liberale a rivendicare con non poche difficoltà il fatto che l’Italia ha vissuto negli ultimi decenni un contrasto politico e di potere dovuto ad una diversa visione di campo. Un’ambiguità che Edgardo Sogno mise molto bene in luce pagandone il prezzo ad un potere giudiziario politicamente molto ben “orientato”. Il vero antifascismo, la vera reazione al regime è stata e non poteva essere una che “[…] scelta di posizione e di lotta contro il totalitarismo e la violenza politica e morale, un dovere verso l’umanità e un interesse nazionale […]”. Antifascismo – parafrasando Sogno – era “[…] sinonimo di liberalismo, di tolleranza, di rifiuto della violenza politica, di rifiuto di qualsiasi rivoluzione marxista e non marxista […]”. Un’ambiguità culturale che ha fatto pagare al Paese il prezzo dell’instabilità, dell’ondivaga disciplina del proprio quotidiano, dalla scuola, all’economia, alla stessa sicurezza. Ma se guardassimo ad oggi si potrebbero richiamare le citazioni di Leo Longanesi, si potrebbe descrivere l’italiano come “[…]totalitario in cucina, democratico in Parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica […]” e affermare, senza rischio di errori, che se c'è una cosa che in Italia funziona è il disordine perfezionando tanto sentire con la perentoria riflessione prezzoliniana per cui in Italia “[…]non vi è nulla di più stabile, certo, del provvisorio […]”. Oppure ammettere che, in un certo senso, sopravvive la concezione ottocentesca abbastanza provinciale per la quale in Italia “[…]scemando il sapere e la potenza meditativa, crebbe l'amore spasimato ed irragionevole della bellezza dell'abito esterno, lasciando a digiuno la mente e poco nutriti e mal governati gli affetti […]” (Terenzio Mamiani). Oppure che “[…] l’Italia, come dice Calvino, ricorda il lampione della storiella: l'ubriaco sta cercando la chiave sotto la lampada, un passante gli chiede se è sicuro di averla perduta proprio lì; no, risponde l'ubriaco, ma qui ci vedo […]”. (Luca Goldoni). O credere che l’Italia sia un Paese in declino perché i propri argomenti sono ritenuti insufficienti a motivare una società che non reagisce nei contenuti ma solo nei sentimenti estemporanei. O dove la competizione, creando eccellenze (poche in verità) crea anche delle mediocrità; ed è allorquando queste ultime superano le prime che il conflitto si apre e l’orda dei potenti si chiude a riccio, per difendere uno stato di privilegi e di poche responsabilità.
Politica senza politica 49
È certo che il caos politico di questi ultimi decenni, l’incerto volgersi delle decisioni e l’altalenante pantomima delle politiche di partito hanno contraddistinto la minor qualità di una classe politica inadeguata a gestire il presente perché poco conscia del passato e priva di una visione del futuro. In questo è utile richiamare il pensiero di Weber manifestato all’indomani dell’affermarsi come grande potenza della Germania unita e che assumeva a tesi l’incapacità dei politici di professione e privi di una vocazione il maggior pericolo che potesse presentarsi all’orizzonte tedesco: “[…] Non abbiamo davanti a noi la fioritura dell’estate, bensì per prima cosa una notte polare di fredde tenebre e di stenti, qualunque sia il gruppo a cui tocchi ora la vittoria da un punto di vista esteriore. Giacché dove è il nulla, ivi non solo l’imperatore ma anche il proletariato ha perduto i suoi diritti. Quando questa notte andrà lentamente dileguandosi, chi sarà ancora vivo di coloro la cui primavera ha avuto apparentemente una fioritura così rigogliosa? E che ne sarà divenuto, interiormente, di tutti loro? Amarezza e avvilimento, oppure un’ottusa accettazione del mondo … o fuga mistica dal mondo. In ognuno di questi casi […] costoro non erano maturi per la loro azione, né per il mondo quale è realmente né per la sua realtà quotidiana […]”. Certo si potrebbe anche aprire uno spiraglio affermando che la realtà politica italiana sia, in fondo, il risultato di una transizione non risoltasi ancora oggi dalla fine del modello democristiano, ma ciò non potrebbe far assumere nemmeno al compromesso l’esser metodo dell’agire politico nell’unico senso nobile del termine. Un conflitto di interessi sorge allorquando un sistema sociale implichi una divergenza di fini allora solo in questo caso il compromesso può rappresentare un tentativo utile per porre rimedio a questa differenza, in modo tale che nella società la soddisfazione sia la più diffusa possibile. In quest’ottica, e solo in questa, le soluzioni politiche prive di compromesso rappresentano un fallimento dell’ideale della politica. È evidente che il compromesso in Italia si è posto su presupposti diversi. Ovvero finalizzando la convergenza anche al di fuori delle schermaglie di partito se ad essere compromessi erano gli interessi dei pochi. La realtà è che il modello politico italiano, con i personalismi dell’ultima ora, si è scontrato con l’unico aspetto particolare che lo caratterizza veramente nella sua debolezza: l’essere il risultato di un compromesso fra interessi d’élites e partitocrazia rivisitata. L’essere, cioè, il prodotto di un’incerta dimensione neocentrista dotata di una trasversale capacità di far confusione ma non di una reale, e responsabile, capacità di creare sintesi di programma e di scelte. Una miscela all’interno delle anime dei due poli fra coerenza e contraddizioni ideologiche che non sono supportate, oggi, dalla magmatica ottica democristiana di ieri. Per questo, fra federalismi di pochi, sterili antifascismi di ieri e politiche sociali di destra e di sinistra privatizzatesi nella leadership del singolo, il confronto fra alleati diventa così dominante in una dimensione frammentata del quadro politico complessivo al punto tale da emarginare parti dell’elettorato di entrambi gli schieramenti che certamente credono nella politica quale strumento per la crescita sociale dello Stato, e quindi anche economica.
Riflessioni politicamente (s)corrette 50
Federalismo, riforme, paventate o realisticamente volute, non è semplice poter agire soprattutto se le finalità sono quelle di mutare radicalmente il modus dell’agire politico. Dai contenuti e dalla qualità della politica dipendono sia il successo di un governo come la credibilità di un’opposizione. Nel confronto dialettico sui grandi temi non ci sono spazi per individualismi o strategie di partito. Nella crescita politica di una comunità è necessario recuperare un ethos condiviso, essere consapevoli della necessità di dover superare, sacrificando vantaggi e privilegi possibili, l’incapacità di non voler giudicare i fatti per quello che sono. La verità è che oggi il cittadino è sempre di più vittima di una trappola psicologica e sociale costruita su un’architettura mediatica invasiva di cui la politica se ne serve per annichilire ogni possibilità di critica e di autonoma riflessione. Ciò significa che ognuno di noi, anche sui grandi temi della politica, dimentica il passato e si lascia sedurre da una interpretazione del mondo che viene condotta attraverso delle pre-figurazioni se non proprio attraverso pre-concetti, pre-spiegazioni, pre-convincimenti. Un modello di condizionamento che mette da parte le conquiste di un popolo e mistifica l’autonomia regionale con un federalismo usato come bandiera issata contro ciò che resta di un centralismo sopravvissuto più per egoismo che non per difetto costituzionale. D’altra parte, la realizzazione di una nuova offerta politica non può non tenere conto degli errori dell’avversario, così come la vittoria di un nuovo progetto politico non può seguire che da una precedente sconfitta. Ma la forza e la longevità futura di un’idea vincente saranno il risultato della consapevolezza degli errori del passato e la conseguenza dei rimedi posti nel presente.
A proposito di (in)sicurezza 12
La sicurezza in Italia si pone come un alter ego dell’insicurezza data dal regno del caos che si manifesta nell’indeterminatezza delle norme, nel dubbio dell’esistenza di un diritto certo, dalla provvisorietà di un esecutivo e da una fondamentale necessità di consolidare sulle paure altrui la credibilità di un governo. Questo nella nazione ma, sempre più in particolare, nelle aree a maggior permeabilità criminale come il Sud e la Calabria in particolare. Si potrebbe anche pensare che la sicurezza senza valore è come una nave senza timone. Ma “[…] valore senza sicurezza è come un timone senza nave […]” (Henry Kissinger). Tuttavia è emblematica la considerazione di Ilvo Diamanti per il quale se l'andamento dei reati può anche rilevare un declino, ciò non ha impedito, così come avvenuto in questi ultimi anni, che ciò sia anche la conseguenza di un sentimento che si è sviluppato, di una percezione della sicurezza che non ha subito variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti. Ma, in ogni caso, non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni. Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti e ciò suggerisce che i cicli dell'insicurezza sono a loro volta favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica.
(Dis)Economia 20
Ci sono alcuni aspetti che caratterizzano un Paese e la sua credibilità internazionale. Tra questi l’economia e la competitività della propria offerta sui mercati e la politica estera. Sul primo aspetto credo che la chiave di lettura sia evidente a tutti noi. L’Italia esprime un sistema economico capace di esportare prodotti di nicchia, prevalentemente agganciati ad un’imprenditoria medio-piccola che si è affermata in mercati difficili attraverso la conquista di posizioni dominanti ma limitate al proprio segmento produttivo; un sistema che non ha completato la competitività di un Paese nel momento in cui le attività industriali a largo impiego di risorse hanno sofferto e soffrono della competitività di altre regioni del mondo favorite non solo per i costi sociali molto più bassi, ma da un sistema di produzione che studia il mercato definendo le migliori strategie d’attacco. In tutto questo, il nostro Paese si confronta inoltre e da tempo con una cultura politica prevalentemente determinata da orientamenti moderati. Una visione popolare, e a volte populistica che consiglierebbe di tener conto delle indicazioni di voto, passate e recenti, per capire che è necessario mediare in un bacino di elettori che nella loro eterogeneità guardano alle politiche di mediazione come la vera possibilità di condividere azioni non solo politiche, ma soprattutto economiche e fiscali che non penalizzino le classi medie ed operaie più di quanto non sia necessario per garantire redditi per rilanciare in questo modo i consumi e favorire le produttività ed il mercato. Dalle elezioni politiche del 2001 sino ad oggi, nell’incerta guida economica del Paese, in realtà è sempre emersa come costante anche la difficoltà di gestire in termini programmatici il destino del Sud. Un’assenza non trascurabile dal momento che le politiche utilizzate sono state la dimostrazione di una classe dirigente incapace di fare economia, di programmare, e favorire, con azioni e idee concrete, lo sviluppo del Mezzogiorno in una dimensione non solo nazionale, ma europea e mediterranea. L’economia italiana, poi, trasformandosi da economia reale in finanziaria, non solo ha man mano depauperato i propri capitali, ma ha man mano deindustrializzato sommando a ciò una delocalizzazione al di fuori dello spazio produttivo e di mercato, non solo nazionale, ma europeo. In tutto questo, privandosi di un proprio, importante, know-how industriale cresciuto negli anni.
Federalismo d'occasione 7
Il federalismo come categoria politica in Italia ha già perso il suo appeal. Da proposta politica si è ridotta ad una mera questione bagatellare che pone la sua sensatezza nella soluzione del superamento della spesa standard. Ma il federalismo come categoria politica si fonda sulle capacità di uno Stato e non sulle sue debolezze. Il vero problema non è solo riorganizzare il Paese ma è farlo su basi di equità e giustizia perché, parafrasando il Presidente Napolitano, nessun cambiamento che vuole essere davvero tale può essere contro qualcuno. Il federalismo in un’ottica di Stato moderno non può presentarsi come un modello che si realizza e si risolve nel garantire relazioni e rapporti concorrenziali ma, al contrario, nel definirsi e sopravvivere come sistema di governance attraverso rapporti e relazioni complementari. Le parole chiave di una prospettiva federale vera che possa perfezionare, e non superare, il regionalismo italiano – forma già in atto di decentramento politico e amministrativo – sono quindi responsabilità, partecipazione e solidarietà. Al di fuori di ciò il rischio di una frammentazione della comunità nazionale e il suo indebolimento nell’arena continentale e mondiale. Per questo il richiamo di Don Sturzo alle comunità locali, al popolarismo italiano, non è lettera morta ma vitale suggerimento per affermare l’unità nella diversità. Ovvero la stessa prospettiva di solidarietà che si vuole costruire nei rapporti internazionali in comunità sempre più multietniche e multiculturali. Qui non si tratta di valutare se viene prima l’autonomia o la comunità. Entrambe sono facce di una stessa medaglia e di uno Stato unitario che dovrebbe riporre nella sua diversità umana, economica e storica, il segreto della sua sopravvivenza nel tempo. D’altra parte la frammentazione non aiuta i processi identitari mentre i processi autonomistici, se condivisi, possono favorirli se si afferma un’idea di identità nella diversità. Una possibilità di crescita che si assume l’onere di migliorare e qualificare ogni singola cultura, riportando il valore della stessa al di là di ogni rischio di mistificazione del passato per far emergere comode dimensioni negazioniste. In fondo, come commentare ulteriormente un pensiero ancora oggi presente nella sua vitalità, una sintesi efficace tra la volontà autonomistica e la necessità di ancorare l’autonomia stessa ad una certezza di solidarietà tra le singole comunità politiche espressa da Tocqueville allorquando scrisse che “[…] l’eguaglianza delle condizioni al tempo stesso fa sentire agli uomini la loro indipendenza e mostra loro la loro debolezza: essi sono liberi, ma esposti a mille accidenti e l’esperienza non tarda a insegnare loro che, per quanto non abbiano abitualmente bisogno dell’aiuto altrui, viene quasi sempre il momento in cui non ne potrebbero fare a meno […] {A. De Tocqueville De la démocratie en Amérique. Paris 1840. Trad. It. La Democrazia in America. Rizzoli. Milano, edizioni successive 1992-2004 p.591, ndr}”.
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