"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
(Dis)Economia
Ci sono alcuni aspetti che caratterizzano un Paese e la sua credibilità internazionale. Tra questi l’economia e la competitività della propria offerta sui mercati e la politica estera. Sul primo aspetto credo che la chiave di lettura sia evidente a tutti noi. L’Italia esprime un sistema economico capace di esportare prodotti di nicchia, prevalentemente agganciati ad un’imprenditoria medio-piccola che si è affermata in mercati difficili attraverso la conquista di posizioni dominanti ma limitate al proprio segmento produttivo; un sistema che non ha completato la competitività di un Paese nel momento in cui le attività industriali a largo impiego di risorse hanno sofferto e soffrono della competitività di altre regioni del mondo favorite non solo per i costi sociali molto più bassi, ma da un sistema di produzione che studia il mercato definendo le migliori strategie d’attacco. In tutto questo, il nostro Paese si confronta inoltre e da tempo con una cultura politica prevalentemente determinata da orientamenti moderati. Una visione popolare, e a volte populistica che consiglierebbe di tener conto delle indicazioni di voto, passate e recenti, per capire che è necessario mediare in un bacino di elettori che nella loro eterogeneità guardano alle politiche di mediazione come la vera possibilità di condividere azioni non solo politiche, ma soprattutto economiche e fiscali che non penalizzino le classi medie ed operaie più di quanto non sia necessario per garantire redditi per rilanciare in questo modo i consumi e favorire le produttività ed il mercato. Dalle elezioni politiche del 2001 sino ad oggi, nell’incerta guida economica del Paese, in realtà è sempre emersa come costante anche la difficoltà di gestire in termini programmatici il destino del Sud. Un’assenza non trascurabile dal momento che le politiche utilizzate sono state la dimostrazione di una classe dirigente incapace di fare economia, di programmare, e favorire, con azioni e idee concrete, lo sviluppo del Mezzogiorno in una dimensione non solo nazionale, ma europea e mediterranea. L’economia italiana, poi, trasformandosi da economia reale in finanziaria, non solo ha man mano depauperato i propri capitali, ma ha man mano deindustrializzato sommando a ciò una delocalizzazione al di fuori dello spazio produttivo e di mercato, non solo nazionale, ma europeo. In tutto questo, privandosi di un proprio, importante, know-how industriale cresciuto negli anni.
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