Dopo l’undici marzo dell’Occidente, e non solo della Spagna, andando oltre i commenti dei risultati elettorali che modificano la compagine governativa di Madrid, nonostante si sia consolidato per il momento il dominio dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte della potenza occidentale per antonomasia (gli Stati Uniti) e nonostante gli annunci di una prossima cattura, Bin Laden non è stato ancora preso. Supponendo che sia ancora libero di gettare il mondo nell’ennesimo terrore di un’apocalisse a rate, alcune riflessioni si impongono sui rischi e sulle possibilità di azione che la presenza dello sceicco del terrore determina nella comunità internazionale.Un’abilità data dalla forza non solo dell’organizzazione ma dall’efficace capacità di inserirsi nella comunità internazionale come soggetto politico, prim’ancora che religioso. Ma la struttura di Al-Qaeda ha anche condizionato, mutandoli, gli stessi termini delle relazioni fra Stato e movimenti. Fra il soggetto per antonomasia delle relazioni internazionali, lo Stato, e le realtà del contropotere. Un mutamento che non ha risparmiato Kabul nel momento in cui la struttura istituzionale dell’Afghanistan, rispondendo all’islamizzazione reazionaria talebana, si era approssimata alle volontà del gruppo dominante e della sua ala militante: il fondamentalismo sunnito-wahhabita. E non ha risparmiato nemmeno la Spagna, e con essa l’Europa segnando, in questi giorni, un pericoloso spostamento del quadro strategico dell’azione condotta in una dimensione allargata di diffusione della paura che abbandona i confini iracheni o afghani si stende su ciò che rimane della fortezza Europa.