"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

La Nato e la Ue, o ciò che ne resterà, non saranno per tutti

    I negoziati richiesti dalla Russia e non rifiutati a oggi da Zelensky, nonostante alcune condizioni poste sulla durata di un possibile cessate-il-fuoco e rifiutate da Mosca perché offerte secondo i canoni di un velleitario ultimatum, segnano un momento interessante. Forse uno dei momenti più significativi che si siano presentati perché capovolge la narrazione ufficiale che vorrebbe una Unione europea ancora convinta di essere protagonista, magari affidandosi alle ambizioni neogolliste di un non rassegnato Macron nel dover vedere la Francia soffrire di una perdita di grandeur e che tenta di imitare, e in malo modo, posture da controfigura di Napoleone. Il tutto, mentre, al contrario, l’angolo dell’insignificante fagocita Bruxelles.

 
    Si è giunti, ormai, a una necessaria resa dei conti dove si sommano errori su errori da parte occidentale nel sottovalutare, come sempre, interlocutore che ha dimostrato di conoscere bene l’animus dei suoi competitor. Una resa dei conti che sottolinea una incapacità, per difetto di credibilità e per presuntuosa saccenza, di affermare e sostenere principi di democrazia e di ragionevolezza sempre più piegati su una presunta superiorità di merito e di valori che in fondo ben pochi riconoscono all’Occidente europeo nel mondo.
 
    La rinuncia ad assumere sin dai primi momenti una posizione di precauzione sulle ragioni, non certo lecite ma comunque considerabili, della Russia nel condurre ciò che era prevedibile pesa ancora come un macigno sulla coscienza europea. La rinuncia ad assumere una postura di credibile diplomazia europea mettendo in discussione le ambizioni di una potenza in difficoltà, gli Stati Uniti, -pronta a giocare le carte di una guerra europea per rilanciare se stessa ottenendo, al contrario, l’ennesima sconfitta politica- si è trasformata nel prezzo da pagare per un disastro politico ed economico degno delle migliori crisi da miopia strategica. Una sconfitta, di fatto, quella del Biden smemorato, cui Trump tenta di ovviare in uno sforzo da lesa maestà, cercando di spostare sull’irresponsabilità del predecessore e degli europei il prezzo del dramma.
 
    Dalle scelte di riarmo senza una politica di difesa chiara che metta ordine nelle menti dei leader europei al ritenere che la Russia non sia Europa e per la cui difesa dalla prima si è pronti a comprimere libertà e valori democratici -grazie a uno scudo giuridico di ingerenza legalizzata negli affari interni degli Stati membri posto a difesa della libertà della Commissione- si ammette, ormai, come e in che termini l’Unione si sia trasformata in una oligarchia istituzionale dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, la fragilità dell’idea europea e di un significato del termine non così valido per tutti.
 
    Un assetto, quello dell’Ue oligarchica e tecnocratica, che rinnega se stessa nascondendo le proprie debolezze con un’alterigia di cui una Commissaria ne sembra ben interpretare i modi e i termini ottenendone, lei e chi si associa alla sua politica autocratica, solo un rifiuto a considerare vincolanti ricatti politici che hanno già diviso ciò che rimane di un sogno comune.
 
    Minacciare un Vucic (leader di uno Stato europeo, ma non membro Ue anche se in animo di diventarlo), o un Fico, circa la non libertà di scegliere se onorare una memoria in nome di una ridefinizione dei significati della storia, ha dimostrato come e in che misura il gioco democratico rischia di tradursi in una pericolosa scommessa sulla disponibilità altrui a sottostare a compressioni di sovranità che si presentano come atti, se non pretese, prodotte al di fuori dei trattati.
 
    Le parole inequivocabili della Kallas hanno e mantengono il sapore di una convinta possibilità di considerare l’autorità rivestita e quella della Commissione e di chi la rappresenta nei vari ambiti. Si presentano, tali parole, come obbligo di comportamenti necessari anche se ciò dovesse ridurre la libertà degli Stati membri impedendo loro di potersi ancora autodeterminare nello scegliere come e in che termini intrattenere rapporti con sovranità non-Ue senza avere, Commissione e derivati, alcuna autorità che possa andare oltre il rispetto delle scelte degli Stati in politica estera.
 
    Ciò che si legge in tali parole distribuite in questi mesi, a crisi russo-ucraina data, è l’idea che ci sia un desiderio di vendetta non risolto che deve durare negli anni e che sembra voler superare ogni limite della storia altrui, cercando di coinvolgere nelle intemperanze o nei compulsivismi dei Baltici come della Polonia, le diplomazie di Stati che hanno aderito al progetto europeo proprio per far finire o rendere vano ogni possibile desiderio di vendetta rispetto al passato. Probabilmente, Polonia e Stati baltici, e con essi la Francia pseudo-gollista e la Germania ormai a purezza riconquistata, ignorano lo spirito dell’Unione credendo che l’Ue o la stessa Nato sarebbero stati buoni strumenti all’occorrenza per arginare o rendere marginale il loro antico padrone.
 
    Andare oltre la memoria storica nel rendere vana una cerimonia si è trasformato in boomerang politico ottenendo un consolidamento, invece, di un fronte euroasiatico di certo non così ingenuamente pro-Ue e, se si aggiunge l’“amore” di Trump verso il competitor eurounionista, il quadro dell’emozione di sentirsi parte di ciò a cui si è rinunciato si completa da se. Giocando per differenza, è sin troppo semplice poter vedere come e in che termini l’Ue non conti nulla. Fico, Orban e Vucic viaggiano per loro conto, e come dar loro torto? Oggi, dopo la disponibilità di Putin a riprendere i negoziati con Kiev senza condizioni e ripartendo da ciò che fu lasciato a Minsk e fatto naufragare a Istanbul, Erdogan abbandona la facile posizione di chi sta alla finestra e si presenta come la porta che apre le sale alle prossime danze. Danze cui la storia d’Europa ci ha abituati più volte e dove il ballo a carnet precompilato ha portato il continente verso nuove tragedie, trasformando la diplomazia danzante di Vienna del 1815 nella diplomazia tragica, lugubre, del 1914 e del 1939 e in quella del nostro quotidiano.
 
    Negoziati o meno, cessate-il-fuoco nonostante, resta il fatto che sia la Nato che la Ue hanno perso e continuano a perdere di aderenza e di credibilità lasciando fare a Macron e ai suoi soldali o affidandosi a chi l’Ue l’ha rinnegata il 31 gennaio 2020 e oggi pretende di porsi a sacerdote di un Occidente confuso e nel caos. O rinnovando fiducia alla von der Leyen, prima responsabile nell’aver rinunciato all’occasione storica per porsi a guida dei negoziati sin dalle prime ore della crisi in quel 23 febbraio 2022, cercando almeno di salvare il salvabile di un conflitto di fatto provocato e poi giocato sulla pelle degli ucraini e che si approssimava per cercare di cambiarne il corso.
 
    La Russia ormai farà il suo gioco sino in fondo e credere che imporre un cessate-il-fuoco di trenta giorni per dare tempo a Kiev di riorganizzare le proprie forze e rimettere in cammino un viatico di riconquista rappresenta l’epilogo dell’ignoranza storica di come e in quali termini ci si confronta sul campo di battaglia. Un gioco all’azzardo per il quale anche un Trump si trova costretto a giocare di rimessa nonostante tenti di ritagliarsi un ruolo alla Theodore Roosevelt ma, questa volta, non si è a Portsmouth in quel 5 settembre 1905 che avrebbe posto fine al conflitto tra la Russia dello Zar Nicola e il Giappone dell’Impero.
 
    La storia, insomma, sembra sostenere la Federazione russa solo perché l’Unione europea e la stessa Nato non hanno voluto sostenerne una europeizzazione politica e militare nel tempo. In quel tempo promesso e dimenticato. In quella pace violata da partenariati non sinceri.
 
    La storia sembra sostenere, a qualunque costo, la leadership russa attraverso una figura a metà strada tra un leader autocratico e il retaggio zarista che sembra colmare i vuoti sempre più ampi determinati da una classe politica europea che usa i valori democratici ma solo per poter distendere la nebbia della democrazia, mentre tutto si decide al di fuori dei parlamenti nazionali e al di sopra dei popoli.
 
    I Baltici e la Polonia farebbero bene a ridimensionare il proprio malcelato sentimento di vendetta storica cercando di favorire una soluzione equa per tutte le parti in conflitto, Russia compresa. Se così non fosse, e purtroppo non lo è, allora dovremmo ricordare i Quisling, i Pétain, i Bandera e tutte quelle forze europee di nazionalismi compiacenti con il nazismo che oggi si nascondono, con make-ups rinnovati, dietro la difesa della democrazia dimenticando responsabilità e dignità di popolo. D’altra parte, se fosse vendetta, allora anche la Federazione russa dovrebbe presentare conti illimitati ancora oggi a Germania, Ucraina, alla stessa Italia e a quei Paesi che hanno espresso regimi compiacenti con il nazismo.
 
    Le parole della Kallas rappresentano l’ammissione di una visione oligarchica di ciò che l’Ue è non dovrebbe essere. Probabilmente perché l’esercizio democratico e la forza della libertà a prescindere da ogni condizione non sembra essere un valore o una virtù maturata nell’altrove europeo da cui la Kallas proviene. Forse si dovrebbe ricordare, come ben fatto da Fico, che la memoria non ha solo geografie ma anche coscienza, che il pragmatismo rappresenta il vero metro di misura delle relazioni tra Stati e interessi di popoli poiché è l’unica condizione che può andare oltre ogni deriva strumentalmente ideologica.
 
    Ciò che si è osservato ieri e si continua a osservare oggi è la trasformazione di possibilità di condurre azioni diplomatiche a favore della pace in drammi politici nei quali la paura del nemico rappresenta l’ultima possibilità di legittimare leadership alla fine della loro storia.
 
    Gli stessi ricatti alla Serbia sull’adesione o meno ogni volta che Belgrado assume posizioni sovrane rispetto al dettato eurounionista non sono di certo ammissibili e contrastano con lo stesso spirito dei Trattati. Giocare con le identità di popoli, credere di poterne piegare o di cercare di riscriverne la storia o obbligarli a riscriverla secondo nuovi suggeritori rappresenta un rischio di non poco conto che dal 9 maggio in poi trascina l’idea di una casa comune in una casa per pochi e con tanti senza tetto in futuro.
 
    A tutto questo si aggiunge, facendo seguito a quello franco-tedesco, l’accordo di Nancy tra Francia e Polonia. Un accordo, anzi un trattato formale, manifestamente inutile dal momento che la sicurezza di tali Stati è garantita, o così dovrebbe, dallì’essere parti del trattato dell’Atlantico del Nord oltre che destinatari degli effetti della clausola di reciproca sicurezza prevista dall’art. 42 p. 7 del TUE (Trattato sull’Unione Europea).
 
    Accordi che scimmiottano, nel loro essere decontestualizzati, quelli dell’Eliseo del 1963 sottoscritti in contesti storici molto diversi e da leader di certo non di seconda o terza schiera, di fronte a una visione dei destini dell’Europa di un De Gaulle o di un Adenauer che oggi non aprirebbero alcuna porta ai loro omologhi, siano essi un Macron o un Merz o un Tusk. Accordi inutili… a meno che, a pensar male, non intendano, Berlino, Varsavia sotto la guida francese, di volersi ritirare o denunciare l’inutilità della Nato o ritenere conclusa l’esperienza UE nel campo della Pesc/Psdc.
 
    Accordi, questi, che assomigliano maldestramente, ai trattati di controassicurazione dell’Ottocento che, alla fine, non hanno controassicurato nessuno e gettato nel baratro l’Europa nell’estate del 1914 con la sconfitta dei particolarismi suicidi di piccole e presuntuose potenze aprendo le porte, nell’incapacità di disegnare un futuro equo dei popoli europei, alla guerra civile europea dei totalitarismi.
 
    Un esempio disarmante di ignoranza storica e di ipocrisia politica di partner, meglio di leader, ormai inaffidabili sia per gli altri Stati-parte della Nato se sopravviverà alla fine del conflitto europeo, che della UE se questa non riuscirà a far coagulare su nuove traiettorie politiche e diplomatiche sentimenti di cooperazione e di composizione riportando i poteri della Commissione all’interno di un quadro di principi comuni al momento completamente capovolto. Questo, per rendere il negoziato possibile, evitando di alimentare giochi diplomatici imponendo ultimatum tendenti solo a far riorganizzare le forze e mantenere aperto il conflitto nella speranza di raccogliere una vittoria sul campo che non giungerà mai. Al di fuori di questo non ci sono altri paradigmi possibili.
 
    Nel tempo presente, a Istanbul, alla corte di Erdogan, si tratterà di promuovere nuovi sentimenti che possano far archiviare ingiustificabili sopravvivenze di odio etnico, compresa la russofobia, e di vendetta che negli opportunismi di alcuni Stati ex comunisti anche per loro volontà e non solo per costrizione geopolitica della storia, oggi dischiaratisi democratici sembrano non essere stati banditi. Una sopravvivenza d’odio che non può trascinare con sé i destini di chi, dal 1957, nell’esperimento euro-unionista ci ha, suo malgrado, creduto. Ma per questo ci vogliono dei volenterosi veri, sinceri e credibili e non facili illusionisti ostaggio di deliri di onnipotenza già pagati a caro prezzo dalla gente comune d’Europa.
 
Riassunto by Google IA
 
 

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