Eravamo tutti consapevoli, diciamocelo pure, che la guerra fosse già decisa, che la volontà di porre fine al regime di Saddam Hussein fosse evidente e che gli sforzi di una diplomazia stanca di un diritto internazionale farraginoso negli effetti, ma fluido negli interessi, si fosse lentamente logorata fra le cancellerie del mondo. L’attacco all’Iraq dopo dodici anni rappresenta la fine di un’era nella quale si è cercato di realizzare un diritto internazionale realizzato per una comunità mondiale matura e capace di dirigere sforzi difficili di componimento delle crisi in via rappresentativa, alla ricerca di una volontà comune, o prevalente quanto meno, da cui far discendere una legittimazione politica, prima, ma giuridica immediatamente dopo.Le ragioni di questo conflitto non sono sufficienti a legittimarlo sia per difetto di qualificazione giuridica delle colpe di Saddam e sia per inesistenza del diritto degli Stati Uniti ad intervenire in Iraq. Ma un pacifismo gratuito e non propositivo rappresenta il terreno facile sul quale si muovono i dittatori di sempre di fronte alla debolezza di un sistema, oggi quello occidentale, incapace di essere promotore di una legittimazione giuridica dell’ordine mondiale. Ciò che interessa a noi europei, prima di tutto, e forse anche come italiani, nell’aleatorietà di una politica estera pirandelliana in scena, è il futuro. Quale ordine, su quale base giuridica e su quale rispetto delle norme ridefinire la vita della comunità internazionale? In quali casi e quali sono i presupposti giuridici e per quali crimini commessi è legittimo violare la sovranità di uno Stato che pone in pericolo la sicurezza internazionale?
Queste le domande che dovrebbe porsi chi, non combattendo, si accontenta di sostenere lo sforzo dei morti altrui con una poco impegnativa pacca sulla spalla. Sono questi gli interrogativi che dovrebbero dirigere la politica di chi, se veramente leale con se stesso, dimostrasse di avere il coraggio di discutere e di combattere la guerra del diritto, dove la forza, anche quella fisica, sia solo ed esclusivamente al servizio di un diritto, cercando una volta per tutte una risposta, credibile. A noi europei, prima di tutto, se ha ancora un significato politico esserlo, e italiani, poi, non interessa essere amici di Bush jr. oggi o di altri leader domani. A noi serve la certezza che il diritto prevalga sempre e se violato si reagisca con la forza, sì, ma legittimamente. Questa è l’unica condizione per giustificare una Forza Armata e per legittimare una guerra.
Al di fuori di questo, il rischio di un’anarchia diffusa regolata da un impero e non da una comunità internazionale democraticamente capace, il pericolo di salti in avanti di altre potenze che stranamente stanno a guardare consapevoli che da oggi saranno legittimate a difendere propri interessi nelle proprie zone di influenza. Nazioni Unite o meno. La guerra non è un mercato. Si farà ciò che diciamo noi? Noi chi? L’Israele di Sharon in Palestina o gli Stati Uniti di Bush jr. in Iraq e nel Golfo? O la Cina difendendo la prossima aggressione della Corea del Nord alla Corea del Sud? O la comunità internazionale nella convinzione che la pace del mondo non passa solo dall’Iraq di oggi o di domani, o dalla Gerusalemme eterna ma anche da Pyongyang? E non ci saranno più sante alleanze ma si giocherà su un campo unico, il mondo, con la scacchiera ferma in Iraq oggi, in Palestina oggi e domani e nell’Oriente Estremo quasi sicuramente in futuro.