La recrudescenza dell’offensiva talebana, la strage mancata a Casablanca in Marocco, l’attentato di ieri in Algeria, terreno non nuovo al confronto tra radicalismo islamico e modernismo, e l’ennesima efferatezza dell’attentato contro il parlamento iracheno sembrano tentativi di allargare sempre di più il fronte della guerra mediatica e verosimilmente ideologica dall’Asia Centrale al Maghreb. Ma può sembrare, anche, una deliberata necessità di ricordare al mondo che esiste un’identità ancora forte la cui sopravvivenza è affidata all’uso della minaccia imprevedibile. Tuttavia, nonostante l’attentato al parlamento iracheno, lo spazio maghrebino tra Casablanca e Algeri disegna un arco di vulnerabilità - come dimenticare i più di 200.000 mila morti nella guerra civile tra governo algerino e il GIA [1] - perché entrambi i governi, marocchino e algerino, partecipano al processo di partnership mediterranea avvicinando le loro fragilità ai nostri confini.Ma, dopo il fallimento in Marocco, la scelta dell’Algeria non è solo questo. L’Algeria rappresenta in un disegno dotato di una pur minima coerenza politica una sorta di difesa avanzata del radicalismo islamico religiosamente più permeabile nel Maghreb di quanto non sembra accadere in Iraq. Quella algerina, alla stessa stregua di quella marocchina, è una società politicamente fragile che, di fronte ad una possibile democratizzazione più evoluta del Marocco a spese delle forze reazionarie, non sarebbe avulsa in futuro da una domanda interna di una democrazia civile. Si realizzerebbe, in realtà, un arco della democrazia che è ciò che Al-Qaeda teme di più.
Da Casablanca ad Algeri all’attacco al cuore politico dell’Iraq si è di fronte ad azioni condotte contro la democrazia quale valore universale, indistinto nei princìpi, ma modellabile nelle forme. Rappresentano la minaccia violenta condotta da una concezione di Fede totalizzante che non vuole riconoscere, pur avendone i princìpi al suo interno, la possibilità di una democrazia fondata sulla separazione dei poteri, sulla liberalizzazione dei servizi, sull’economia di mercato, sul consenso conquistato nel libero confronto dialettico e non con la paura. Sono le manifestazioni più crude contro un’ aspettativa di inclusione nella quale sono in gioco le premesse per costruire opportunità sociali, giuridiche ed economiche di convergenze politiche e di dialogo paritario tra Occidente e Stati arabi moderati.
Aspetti, questi, che coinvolgono l’Occidente europeo nello spazio mediterraneo più di quanto dovrebbe coinvolgerci la paura e il dolore di una violenza inutile pagata con il sangue degli stessi arabi e delle comunità dell’Islam. Aspetti che richiedono, questa volta, una cooperazione vera e concreta quale condizione necessaria per organizzare un fronte unico, etico, morale e giuridico contro un terrore criminale che sa sempre di più di egoismo fanatico, di logiche personali e sempre meno di progettualità politica e di preoccupazione di crescita delle popolazioni arabe ed islamiche nel Mediterraneo come nel mondo intero.
[1] Gruppo Islamico Armato, operativo in Algeria dal dicembre del 1991.