Le offerte politiche pre-elettorali hanno dimostrato con l’esito del voto quanto fossero fragili le possibili aggregazioni fra eterogenei partiti di centro, centro-destra, centro-sinistra, moderati di destra, moderati di sinistra, neoformazioni minori. Sembra quasi che l’offerta sulla piazza, garantita da un saldo proporzionale, non sia stata capace di saturare la domanda e che, quindi, l’elettorato non sia stato altrettanto capace di comprendere, a giudizio di qualche leader, quali fossero le reali intenzioni degli agenti promotori dimostrando, pertanto, di non aver saputo scegliere fra i “prodotti in offerta”.
Un risultato poco lusinghiero che trova le sue ragioni nell’abbandono dell’elettore a se stesso, ritenuto un individuo da guidare nella valutazione dell’offerta attraverso il dominio mass-mediatico. In questa ricollocazione di un baricentro ondivago della politica del paese l’unico risultato chiaro è stato che il mercato politico, oggi, non è più uno spazio unico. L’incapacità di raggiungere un’ubiquità elettorale, negli animi e nelle piazze, ha di fatto presentato due Italie. Due mondi completamente diversi in ragione di logiche di opportunità politica che caratterizzano un evidente compromesso elettorale giocato sulle spalle del risultato. Un compromesso che, se garantisce ad una forza di spendere la sua nazionalità al Sud, lascia libero il Nord di dominare le amenità delle, giustamente proprie, verdi valli; permette ad una leadership in crisi, incerta ed insicura, di accorgersi che il federalismo può rappresentare il salvagente politico più utile per ricompattare una coalizione e assicurarle la sopravvivenza politica. Insomma, oggi non è più urgente sentirsi meridionalisti ed essere contenti di aver difeso un valore nazionale che dovrebbe appartenere a tutti senza esclusive alcune.
Oggi l’emergenza è impedire che logiche di mercato (politico) offrano una riforma urgentemente federale come se si trattasse di una manovra contingente, funzionale ad un recupero di credibilità verso forze politiche che sanno molto bene quando e come presentare il conto della loro partecipazione ad un governo o ad una corsa elettorale. Oggi non si tratta di barattare un ministero od un altro. Né si tratta di difendere classi medie, ammesso che ne esistano. L’emergenza vera è evitare che le contrattazioni aperte nel borsino della politica barattino un federalismo d’occasione per ottenere un recupero di crediti elettorali, pensando di riuscire nell’operazione di recupero di risultato e soprattutto di consensi. Una contrattazione non può affidarsi all’incertezza e all’insicurezza di una leadership. E cercare l’eternità politica non sarà possibile come non lo fu per movimenti o ideali, culturalmente strutturati, storicamente definiti, che hanno comunque subito l’erosione storica dei mutamenti di idee, di opinioni, di aspettative dell’individuo e delle comunità. Si può rischiare, insomma. Ma nell’interesse dell’esistenza dello Stato e non per la sopravvivenza politica di un partito o di un leader.
Un federalismo riformista e che non mortifichi il decentramento riconosciuto dalla Costituzione potrebbe ricercare nella solidarietà fra le comunità il suo vantaggio competitivo. Per questo, e per la difficoltà di mettere insieme animi diversi che parlano un’unica lingua, l’Italia non può essere oggetto di operazioni di scorporo come in un’impresa da risanare suddividendola in più società. Il Paese non è una merce di scambio. Non è un prodotto da offrire al mercato anche se è stato un prodotto voluto e confezionato dal Nord.