Nella vicenda dei conti pubblici italiani e del loro risanamento ci sono aspetti che a volte rasentano l’assurdo. Che il debito pubblico rappresenti per il Paese un incubo ricorrente non è una novità. L’Italia convive da decenni con la propria esposizione debitoria (con buon pace di ogni economista, di destra o di sinistra) interpretando secondo proprie necessità politiche una finanza funzionale di cui ne è stato stravolto completamente il significato economico. E, questo, non perché siano cambiate le ragioni del ricorso all’indebitamento strutturale se finalizzato alla crescita dei servizi e al ridimensionamento progressivo sulla rendita, sociale ed economica degli stessi. Né perché il pareggio sia la strada migliore dato che non esiste alcuna possibilità di giustificare economie e finanze autarchiche in un sistema internazionalizzato. Ma perché è mutato lo scenario produttivo, dei servizi e dell’economia complessiva del Paese sempre più agganciata all’andamento dell’euro.La verità è che il Paese, per fortuna e non per merito nostro, ma dell’aggancio al modello euro, non è ancora oggi a rischio di default. Sicuramente vi è una sofferenza da indebitamento che rende meno competitiva la produzione e, soprattutto, meno efficienti i servizi per carenza di risorse dovuta ad una spesa pubblica incontrollata. Una spesa pubblica, ed un’incapacità di combattere l’evasione fiscale dei redditi più alti, gestita in maniera poco adeguata per l’incapacità di applicare correttamente l’approccio funzionale, e per una dispersione politicamente opportunistica di risorse. Detto questo, sembra che la proposta del premier sia l’ennesima scelta della strada più facile tenuto conto che, in Italia, se davvero vi fosse un diffuso senso civile della cosa pubblica, e quindi anche della finanza, e un altrettanto senso dello Stato, probabilmente sarebbe meglio contribuire, iniziando dall’alto, dai politici e dai top manager di Stato, a ridurre dispersioni finanziarie, rendite e redditi garantiti puntando sulle efficienze di spesa e di gestione.
Il monito dell’Unione europea sul tesoretto, con il quale si indicava di impiegarlo per “saldare” una parte dell’indebitamento non era fuori luogo. Gli stessi italiani lo avrebbero capito se si fosse trattato di un sacrificio condiviso da tutti in maniera proporzionale alle possibilità di rendita e di reddito, considerata poi la minima incidenza di aumenti che si sarebbero avuti, come è avvenuto, spalmandone i fondi sui destinatari. Per questo, sembra molto singolare che un premier non si sia accorto, ormai, che qualunque scelta di politica economica e finanziaria non possa più prescindere da una concertazione obbligatoria con la Banca Centrale Europea. Ma d’altra parte si sa i sacrifici non piacciono a nessuno e meno che mai a chi per non farli, e non rinunciare a posizioni di garanzie di reddito, dalla propria posizione di dominus si dimostra solo opportunisticamente solidale con i più deboli. A svendere c’è sempre tempo, e qualcuno lo dovrebbe sapere, soprattutto se il patrimonio non è il proprio. A ricostruire no, quando l’interesse è del Paese.