Il 22 gennaio scorso la delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, ha iniziato dal senato il suo corso. In questo modo, si è adempiuto un primo momento di costruzione di una prospettiva di Stato dotato di una diversa percezione di se, della sua unità, della sua stessa identità. Un’identità che si vorrebbe definita nella leale, e reciproca, capacità di ogni singola regione di potersi autodeterminare fiscalmente in virtù di un quadro diverso di gestione amministrativa ed economica che abbandoni il dogma della spesa storica. Che affidi alla spesa standard il superamento di un sistema che ha centralizzato la gestione delle risorse drenando fiscalità decentrate senza trasferirle, proporzionalmente al prelievo, nell’ambito delle comunità che ne hanno sostenuto l’onere. Che la spesa storica -ovvero la cristallizzazione di un modello rigido di fiscalità, di trasferimento del gettito verso lo Stato centrale e della successiva redistribuzione dal livello centrale verso le regioni con criteri non partecipativi tanto meno equitativi- sia stata interpretata negli anni più come una prassi che come un modello si può anche capire per ragioni, appunto, storiche e politiche che non ne giustificano oggi l’esistenza.E’ evidente, allora, che si dovrebbe fissare un concreto criterio di valutazione attraverso il quale definire una perequazione tra le stesse regioni, e nell’ambito di ogni singola regione tra gli enti locali che la compongono. Ovvero, fondare il criterio della perequazione non sulla base della spesa possibile, ma delle entrate stimate una volta individuati, e programmati, i costi standard di ciò che si vuole offrire. In questo senso, allora, il sistema fiscale federale sarebbe solidale se la capacità contributivo/perequativa delle regioni più favorite venisse commisurata al volume delle entrate delle regioni a minor opportunità. Regioni, queste ultime, che senza un simile meccanismo potrebbero assicurarsi solo servizi non pari in qualità ed efficacia rispetto al resto del Paese dal momento che dovrebbero partire da uno standard di spesa inferiore tenuto conto delle entrate possibili.
Ora, nessuno mette in discussione il diritto/capacità della regione di poter disporre delle proprie risorse. Ma la capacità di impiego dei gettiti, e l’uso della stessa autonomia fiscale così riconosciuto, dovrebbe garantire -in un saldo di equilibrio nazionale delle opportunità/capacità- le regioni più deboli da comportamenti politicamente precostituiti messi in campo dalle regioni più fortunate per aggirare qualunque obbligo di perequazione della fiscalità. Tale rischio nasce dal fatto che il disegno di legge delega si presenta senza una stima chiara dei costi per il passaggio ad un modello federale della fiscalità nazionale, ma con una sola certezza: quello di essere una riforma fondata solo sul trasferimento di entrate senza porre precisi vincoli, e fissare chi li controlla, circa l’autonomia impositiva futura delle regioni. Questo, vista la genericità del principio di abbattimento della pressione fiscale che sta a monte della riforma a costo zero e che sembra assumere per adesso solo il carattere di una clausola di circostanza.
Si creerebbe, in altre parole, una situazione interlocutoria che un modello già così ineguale di distribuzione della ricchezza, e delle opportunità possibili, tra le singole regioni rischia di non essere colmato per tempo. Un vuoto dovuto non solo al ritardo accumulato nell’adeguamento dei servizi a Sud, dai trasporti e infrastrutture alla spesa sanitaria, ma al fatto che una riforma così importante, e tecnicamente difficile per il Paese, implicherebbe un nuovo modello di classe dirigente. Una classe politica dotata di una cultura completamente diversa e che oggi non sembra essere disponibile dal momento che l’esempio della Lombardia non è sufficiente da sola a fare scuola ne è tale da sopravvivere in chiave di una possibile, perfetta autarchia fiscale nel computo dei costi/servizi in un futuro prossimo. Una classe politica e di amministratori matura e consapevole di dover porre al centro della gestione delle risorse la capacità di spesa e di obiettivo. Una classe politica capace di dare attuazione ad un modello di governance complessiva delle regioni che non mini l’unità nazionale e le aspettative di solidarietà che contraddistinguono un’idea di Stato. Una classe politica che sia in grado di evitare il rischio di una possibile deriva regionale di una riforma fiscale ambiziosamente a costo zero, ma che domani potrebbe rivelarsi difficilmente controllabile dallo Stato centrale regione per regione presentando i costi ai cittadini.
Il rischio da evitare, e da arginare riforma durante, è proprio impedire che si possano affermare due criticità pericolose per la tenuta dello Stato nazionale. La prima, una fiscalità che non rispetti le ragioni di una perequazione solidale e controllata tra le regioni, artificiosamente ricercata dalle più favorite per evitarne la partecipazione grazie a modelli regionali di stima e di calcolo del gettito. La seconda, soprattutto al Sud, che possa lasciare campo aperto ad un’imposizione, e ai volumi della stessa, incontrollata magari orientata a soddisfare ancora una volta i costi della politica locale piuttosto che le necessità dei cittadini/contribuenti e la crescita di una società nuova e più efficiente.