Le vicende italiane sono sicuramente complicate e articolate nel loro manifestarsi quasi periodicamente come esempio di scarsa percezione del senso dello Stato che la politica sembra dimostrare, ormai molto spesso, allontanandosi dall’elettorato. Un elettorato confuso, sfiduciato, per certi versi rassegnato nei confronti di chi, da destra a sinistra, guarda solo a se stesso sopravvivendo nella gestione del potere, nel mantenimento di privilegi e benefici che incidono molto di più di ogni altro esborso dalle casse dello Stato. In uno Stato a identità limitata sembra quasi superfluo, purtroppo per molti, parlare di emergenza democratica.E, così, qualcuno oggi si chiede, ancora una volta, quanto ci sia di proletario a sinistra o quanto, per la destra ci sia di liberale e popolare coniugando sensibilità sociale ai servizi e necessità di capitalizzare rendite per pochi. Di fronte a tutto questo, ad una sinistra che stenta a modellarsi in termini più popolari e meno elitari e ad una destra confusa nella sua contraddizione liberale e social-populista, probabilmente vincono tutti e non vince nessuno. Ma guardando soprattutto al Partito Democratico, alla corsa alla leadership da parte dei leader di ieri, di sempre, ci chiediamo, nella confusione, ma riconoscendo la struttura culturale che sostiene da sempre il mondo della sinistra più matura, cosa sarebbe successo se a leader del Partito Democratico oggi ci fosse l’onorevole Berlusconi.
Probabilmente avrebbe capitalizzato un patrimonio di idee e di cultura storico-politica che la destra non ha mentre la sinistra la sciupa per mantenere privilegi e leadership vetuste, imborghesitesi grazie alla politica, certamente non per abilità imprenditoriali o per impegno civile. Ed è su questi aspetti che l’emergenza democratica si trasforma in una sensibilità apparente verso un valore sempre più contingente, tra una regata e l’altra, tra un riposizionamento di ruoli e il solito rimescolamento di poltrone.