Siamo tutti molto occupati in questi giorni ad osservare la nostra politica orientata verso una dimensione esterna, ambiziosamente internazionalista, occupata nelle scelte e nelle (poche) azioni concrete verso la crisi mediorientale. Molto ben occupata a disperdere energie e parole in analisi di parte e atteggiamenti di circostanza nei quali, pur distinguendo tra chi giustifica o meno i due attori, riesce almeno a ricordare che i veri sconfitti di ogni guerra sono le vittime. Tuttavia, senza nulla togliere alla gravità della crisi di Gaza, credere che il Paese possa ogni volta essere guidato da priorità emergenti può essere anche ragionevole, soprattutto dal momento che la politica in Europa si gioca sempre di più sull’emergenza. Tuttavia ciò non è salutare. Infatti, molto spesso accade che programmazione, obiettivi di medio termine e aspettative legate ad una crescita possibile si arenino man mano che l’interesse del leader del momento sfuma, oppure si riduce ad una possibilità per tempi migliori.Dalla politica estera in Medio Oriente, come se l’Italia fosse mai stata così determinante per la soluzione di crisi internazionali conflitto durante, e non dopo comode tregue unilaterali, al fronte interno che incombe. Un fronte, quello nazionale, dove si consuma una confusa, celata, corsa alla leadership prossima del centrodestra, dove ogni principe affina gli argomenti per competere con il leader massimo. Un fronte interno dove si risolve drammaticamente, in un’erosione progressiva, l’avventura di un Partito Democratico ostaggio delle lotte per la conquista di un partito che c’è sempre meno. Un fronte interno nel quale le possibili riforme sembrano assumere sempre di più le fattezze di slogan del momento, di nebulose volontà riformatrici nelle quali ognuno tenta di modularne l’esito secondo proprie prospettive, certo non ispirate alla sola ragion di Stato. Un fronte interno nel quale si osserva un’assente ruolo dell’opposizione e, quindi, una quasi nulla dialettica politica necessaria per affinare il processo di sintesi del quale ogni riforma o legge dovrebbe essere il risultato. Una situazione interna nella quale la confusione tra leadership regna sovrana e al di là di ogni sovrano.
La verità è che ogni processo utile a dare vita ad un panorama nuovo di una politica riformata si è fermato ancora una volta. Ferma la cultura politica di un’intellettualità di sinistra che si è dispersa al soffio delle varie correnti, ma difficile anche la realizzazione di una cultura unica e identitaria per la destra. Fermo il processo dialettico tra maggioranza e opposizione, se non apprezzato nei talk show o in qualche salotto televisivo. Ferma la possibilità di dar vita al confronto politico camerale. Per questo, al di là delle crisi in Medio Oriente, della paura del ricatto energetico russo, al di là dello spettro recessivo derivato, in tutti i sensi, da una crisi economica per difetto di regulation, che spostano la nostra attenzione di opinione pubblica, ciò che è in gioco allora non è solo un sistema di valori, da ricercare tra le nebbie delle segreterie politiche. Bensì sono in gioco una serie di leadership, presenti o latenti, che si sovrappongono tra di loro in una lotta ad affermare il senso di personalità che le caratterizza, e non la necessità di un impegno per tutti.
Una lotta tra leader che osserviamo ogni giorno e che, in realtà, ha poco di dialettico, ma molto di potere. Una corsa alla leadership che svuota la sinistra e il partito democratico di contenuti e di significato. Una corsa a riprendere spazio per gli alleati che consiglia al leader di governo di assumersi la guida in prima persona di ogni processo di riforma possibile convinto che, a parità di sentimenti e di lealtà e riconoscenza futuri, lo spettro della frammentazione che lacera l’avversario incombe anche sulla corte di oggi del futuro centrodestra.