Così, l'ultima provocazione del leader libico sul riconoscimento dell’Islam quale religione europea è, in realtà, la consapevole convinzione di poter man mano approfittare del credito apertogli per rilanciare la competizione tra Islam e Occidente portando dentro casa altrui, la nostra ovviamente, le contraddizioni di una religione "politica" estremamente competitiva e totalizzante. Se per Gheddafi l'Islam può diventare religione d'Europa, se il leader libico usa l’immagine di proporsi quale nuovo Dottore della fede, approfittando delle italiche intemperanze mediatiche di un’estate agitata e politicamente vanagloriosa, il messaggio di “conversione” rischia di essere un motivo di rilancio per un nuovo confronto politico.
Un confronto rivolto a garantire ancora più spazi in futuro alle comunità islamiche in un gioco di sovrapposizione e non di pari dignità tra le religioni riconosciute e liberamente professate in una comunità giuridica e culturale laica, ma di tradizione cristiana, come quella europea. A tale messaggio, e con tanti onori e curiosità che ci distraggono dall’intima percezione della volontà, ci si potrebbe chiedere, già che ci si trovi, se a ciò non si possa associare anche una proposta di conversione possibile verso un modello di governo collaudato altrove che superi quei valori sui quali si è costruita la civiltà politica e giuridica occidentale.
Quella civiltà di democrazia, tolleranza, solidarietà, rispetto interreligioso che ci distingue e ci permette di crescere nel rispetto dell’uomo. O se a tanto si possa associare una ulteriore conversione ad un modello giuridico e politico che istituzionalizza la religione per finalità di potere e relega il diritto del singolo, personale o di difesa nei confronti del potere medesimo, ad un accessorio. Un’esperienza che l’Europa ha già pagato con guerre, massacri e sangue nella sua storia di scismi e riforme che non credo sia auspicabile riproporre. La verità è che l’Italia e l’Europa si sono dimenticate di avere qualcosa di mediterraneo da dire.
Si sono dimenticate di avere qualcosa di mediterraneo da vivere e che la politica mediterranea non è monopolio di un leader piuttosto che un altro, ma è, o dovrebbe essere, il risultato di una comune volontà di non prevaricare culture e religioni dal momento che non esistono pensieri unici e unici e soli profeti. E soprattutto, che non esistono compromessi possibili tra democrazie e totalitarismi in nome di una qualunque fede, politica o religiosa che sia, o in ragione di un interesse economico o di potere del momento.