"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Opinioni in libertà vigilata

Qualche tempo fa scrissi della Calabria con un articolo dal titolo semplicisticamente lapidario: Che sia Annozero! L’occasione era rappresentata dall’ennesima Calabria politica, protagonista da sempre di una rappresentazione unica nel suo genere di trasversalismo e di logiche accomodanti che superano il limite dell’ovvietà quasi sfidando un senso comune di condanna che sempre meno si riesce a contenere.
 
La nuova, recente, ennesima puntata di Annozero ha ripresentato, ancorché su argomenti diversi ma, si badi bene, concatenati e non a se stanti, lo stesso scenario, questa volta lasciando parlare i protagonisti dell’altra frontiera: quella della società civile. O, meglio, di quella società civile che cerca di crescere attraverso il coraggio delle manifestazioni mirate, questa volta favorite da una sincera consapevolezza che non possono esistere zone franche né in politica, ma nemmeno nell’amministrazione della giustizia. In tutto questo, al di là del giudizio di lunedì, che segnerà un momento di riflessione qualunque ne sarà la portata, credo che Annozero sia stata una prova di democrazia partecipativa, aperta al confronto, in alcuni aspetti anche bipartisan se si vuole, che si è posta come epilogo di un’analisi attenta di un mondo politico ormai a deficit di credibilità.
 
Una credibilità che subisce un processo lento ma costante di erosione dei contenuti dove la Calabria, con le sue contraddizioni, rappresenta null’altro che il controsviluppo allegorico di un sistema di opportunistiche sovrapposizioni fra politica, giustizia e diritto di informazione. Una Calabria che rappresenta, insomma, un sistema di logiche trasversali fermo, però, ad una dimensione antica, difficile da scardinare perché ancorata ad una società che ha cristallizzato potere istituzionale con potere politico, che considera l’informazione soltanto uno strumento elettorale del momento e non una risorsa per far crescere una dialettica seria, obiettiva, mirata alla partecipazione del cittadino alla vita politica della regione quanto del Paese.
 
Nella vicenda di Annozero, nelle prese di posizioni di una certa corrente politica in passato favorevole al presentatore, un po’ meno se gli happening non sono adeguati alle aspettative di lealtà, si dimostra quanto non solo esista una deriva dell’informazione e dell’uso della stessa ma, soprattutto, quanto non esista alcuna possibilità di fronda ideologica che possa affermare un’indipendenza di pensiero e di valutazione dei fatti che vada al di là dello stesso convincimento, dello stesso animus di un conduttore. In tutto questo, c’è molto poco di tutela della privacy, dell’indagine o altro.
 
C’è molto, al contrario, sul diritto o meno del cittadino di conoscere aspetti importanti della vita pubblica e, quindi politica e istituzionale, di chi si è assunto l’onere di rappresentare ogni elettore. Di chi amministra i soldi pubblici, di chi dovrebbe garantire, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, l’imparzialità della giustizia, il corretto funzionamento degli uffici attraverso i quali questa viene amministrata, di chi dovrebbe manifestare e difendere l’onestà intellettuale di ogni magistrato, di chi dovrebbe dirigere il proprio ufficio perché consapevole che non esistono margini di prossimità possibile con interessi che non siano quelli del Paese che rappresenta, della comunità a cui offre il proprio servizio.
 
C’è in gioco il diritto del cittadino di essere certo che non esistono, soprattutto, provvedimenti preventivi possibili quali previsioni di guarentigie non scritte per alcuni, ma solo, così come per chiunque, il diritto di far valere le proprie ragioni con gli strumenti garantiti dalla legge, che si tratti di successi o di errori degli inquirenti o di giudizio. In una società civile, aperta, libera da condizionamenti, esiste un diritto di cronaca e di informazione a cui tutti devono rispetto per le idee espresse sino a provarne il contrario se prive di contenuti o offensive, ricorrendo alle previsioni di legge e non a commissioni di vigilanza che rinviano a modelli di cultura statalista poco liberale.
 
Esiste una necessità, un bisogno di conoscere come e perché si è amministrato in un certo modo la giustizia, la politica, l’economia di una società bloccata da molto tempo come quella calabrese. Una società nella quale la ‘ndrangheta continua a maturare le proprie capacità d’impresa favorita proprio dall’immobilismo trasversale, politico, istituzionale ed economico-amministrativo che da tempo regna senza timore alcuno.

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