Da qualche settimana siamo tutti europei. Europeisti convinti che hanno superato l’euroscetticismo anglosassone, paladini di un’integrazione che possa accreditare uomini e partiti in un consesso più ampio. Leaders e gregari, che si sono progressivamente convertiti all’idea di un’identità politica che cerca una propria, originale ed originaria affermazione giuridica che superi l’assetto comunitario. Una creatura politico-istituzionale che fonda il suo diritto su un progetto di carta costituzionale che la possa accreditare all’interno di ogni Stato come all’esterno nella comunità internazionale. Non vi è angolo della regione, e del Paese, in cui non vi sia uno slogan euroconvinto. Un’euroconsapevolezza di voler diventare, a quanto pare, testimoni, in Europa, di una terra che ancora oggi si sente lontana dal resto dell’Italia. E così c’è chi crede in un’Europa che si costruisce e si realizza da Sud. Chi inverte l’ordine geografico delle locations meridionali cercando di guardare al Mediterraneo da Nord, non riuscendoci prima quando ne era prossimo alle coste, e chi, ancora, crede che l’Europa sia l’espressione geografica di una possibile, conveniente, formula politica quale speranza di successo personale.Così oggi si parla di un’Europa più prossima. Quella che verrà, dopo il 13 giugno. Non so quanti siano convinti che le consultazioni per il Parlamento Europeo potranno favorire la crescita del progetto unionista. Probabilmente in tanti, a giudicare dalla proliferazione delle candidature e dalle liste che ravvivano ogni angolo, affissibile o meno, al di là della sensibilità europea verso l’ambiente, le vie del Sud. Ma la realtà, quella vera e non apparente, è un’altra. Ora, è vero che le consultazioni per il Parlamento Europeo rappresentano l’espressione massima affidata ai popoli dell’Unione di esercitare un diritto tipico dei sistemi a democrazia stabilizzata. Un diritto che garantisca, nella rappresentatività, la possibilità di condividere fini ed obiettivi nel gioco delle coalizioni di fronte ad una dialettica di reciproche possibilità. Ma il Parlamento Europeo, però, non è un’istituzione legislativa. È un’istituzione politica. Un’istituzione che partecipa, solo dal 1993, al processo decisionale senza, per questo, esserne il dominus. Escluso in passato, salvo alcune competenze specificatamente attribuite in materia di bilancio, recuperata una dignità giuridica dopo la firma del Trattato sull’Unione Europea a Maastricht, il Parlamento partecipa al potere legislativo alla pari della Commissione, espressione dell’Unione in quanto tale e del Consiglio, istituzione intergovernativa, ovvero che rappresenta l’interesse degli Stati membri.
Tutto questo ha determinato anche altri due effetti. Il primo è che nelle singole regioni, e nella nostra regione in particolare, si esprimono candidature d’èlites affidando le sorti europee, e la nostra immagine a chi ormai si sente calabrese d’adozione e veicola la propria figura su collegi dilatatisi verso Sud perchè, altrimenti, molto più difficile sarebbe stato affermare la propria capacità di garante nazionale al Nord in un confronto a verde prevalente.Il secondo è che l’Europa resta una comoda astrazione politica priva ancora di contenuti, per molti, e che deresponsabilizza, per questo, meglio dall’impegno politico in ragione della minor visibilità locale che fisiologicamente ciò comporta in termini di aspettative di risultato del singolo. Così il quadro è completo. L’assenza di programmi e di politiche è tanto significativa dell’approssimatività della percezione che si ha dell’Unione quale soggetto Istituzionale quanto il sentirsi europei, ed il sentiment relativo, si perdono nelle logiche locali delle scelte.