
Non ci sono dubbi che almeno sino al 1991 la storia del mondo è stata la storia dell’Europa e degli Stati Uniti. Una storia a noi prossima definitasi, e declinatasi, man mano nella sopravvivenza di un’idea di eurocentralità sopravvissuta nonostante il collasso degli imperi francese e inglese. Tutto questo, collocando il continente, e l’Unione europea, dietro il prevalere dell’egemonia imperiale di Washington secondo un disegno di affermazione di una cultura dominante in campo economico e nella volontà di affermare un’economia liberista in un modello globale costruito e cucito negli anni sulla supremazia del dollaro. Le scelte politiche e le condizioni economiche mutate di fronte alla crescita delle economie dell’Oriente hanno però capovolto i rapporti di forza in senso lato.
Al di là delle vicende in Medio Oriente, al tentativo di consolidare una sorta di potenza globale secondo una volontà neoconservatrice che ha pagato il prezzo della presunzione storica del dominio fine a sé stesso, al disastro afghano e al mal riuscito tentativo quale ultimo colpo di coda dell’Impero provocando il conflitto tra Federazione russa e Ucraina, dovremmo essere convinti di essere testimoni di un periodo di necessaria transizione verso un nuovo ordine internazionale.
Non un ordine così come presentato dalle presidenze americane degli ultimi decenni, quindi con gli Stati Uniti al centro e l’Europa quale complemento di un arredo geopolitico acquistato al saldo della Seconda guerra mondiale. Ma un ordine diverso, fondato su una distribuzione di potere e di potenza che riorganizza relazioni e rapporti. Rielabora concetti attribuendo nuovi significati ai termini centro e periferia, poiché la periferia di ieri è il centro di un mondo che torna in un altrove non europeo e il centro europeo guarda sé stesso dai margini del mondo di domani.
L’ordine euroamericano è prossimo al collasso. Una sorta di implosione da mancanza di prospettiva dovuta al sopravvivere di un’ipocrisia geopolitica che non ha più alibi di sorta per mezzo della quale giustificare l’ultimo assalto al dominio globale cercando di imporre valori propri, senza condividerne le diverse interpretazioni con culture ed esperienze storiche di tutto rispetto. Un ordine che collassa ogni giorno su sé stesso per mancanza di umiltà storica.
Il nuovo ordine mondiale non è solo multilaterale, ma è un ordine distributivo. Tecnologicamente orientato a conquistare mercati di ieri con proposte non replicabili nelle vecchie opulenze occidentali ed europee in particolare. Cina, India, Federazione russa, rappresentano potenze di ieri ma rinnovatesi sulla soglia del nuovo Millennio. Potenze che si sono restituite un ruolo globale facendo tesoro, oggi soprattutto, degli errori dell’Occidente piuttosto che emularne i pregi. Aspetto, quest’ultimo, superato già alla fine del secolo scorso.
Le agende dei BRICS hanno appunti di ben altro valore che collocare al centro dei loro destini l’Europa, se non considerarla solo un mercato di riferimento, di conquista. Un mercato subordinato al vassallaggio americano ieri, ma oggi non così protetto dallo zio d’America. L'Occidente resta ancora nel gioco, è vero, ma non lo controlla più, così come gli Stati Uniti sembrano non controllare neanche più i Paesi amici nel momento in cui alcuni di essi si ritagliano iniziative senza condividerle con l’alleato di ieri. Si pensi all’incursione in Qatar - Paese che gode di ottimi rapporti con Washington - condotta da forze aeree di Israele, altro alleato degli Stati Uniti, e poco importano le motivazioni presentate da Tel Aviv per giustificare tale raid.
E così, di fronte all’incapacità di ricondurre le parti sotto un unico quadro di insieme cercando di completare un puzzle ormai sempre più anarchico nello scenario euro-occidentale ed euro-americano, l’Unione europea si illude di poter avere margini di autonomia politica e di credibilità, soprattutto, nei confronti di un mondo che non le crede e che non ritiene di dovergli fare sconti nel prossimo futuro.
Per Washington, nel vedere mutate le proprie priorità economiche e politico-strategiche, l’Unione europea diventa un interlocutore ma solo all’interno di un quadro di subalternità oltre il quale, se fosse, ci sarebbe per la presidenza Trump solo la scelta di abbandonarla ai propri destini e cercare di limitare eventuali danni di ritorno sul piano finanziario oltre che commerciale. In questo senso, per chi è fautore di un’Unione europea della difesa sdoganandone, se fosse, una possibile capacità operativa in prospettiva si tratterebbe di rendere l’Unione forte attribuendole e facendo sì che sia riconosciuta una capacità di deterrenza.
Ma, agli occhi di osservatori attenti e onesti è proprio il linguaggio della deterrenza che per Bruxelles è incomprensibile poiché tale postura non si esaurisce armandosi a casaccio. Qualunque possa essere il retropensiero presente nelle menti dei burocrati europei bisognerebbe chiarire loro che a poco più di cento anni dalla fine della Grande guerra, quella delle grandi potenze, con alleanze e assetti ritenuti fortemente deterrenti, un qualsiasi incidente potrebbe innescare una catastrofe mondiale svegliando quei sonnambuli che continuano a credere in una sconfitta della Federazione russa lasciando combattere gli ucraini illusi sulla via atlantica o usando droni di polistirolo.
Certo, come si ricorda spesso tra i banchi delle scuole militari, le guerre si preparano e non sono casuali. Ma a ben guardare ciò che chi brama vittoria e non vuol vederne il sangue, significa che il sonnambulismo sia diventato nuovamente contagioso rischiando di nascondere una volontà chiara di voler riconquistare credibilità attraverso un conflitto per leadership europee sempre più ologrammatiche. Tutto questo, in un mondo che non crede più nelle controfigure.
Eppure, l’Unione europea, questa sonnambula entità metagiuridica, pseudopolitica che vive grazie a un esoscheletro finanziario che sostiene la sua dimensione tecnocratica affida al Rearm Europe il proprio destino, il proprio futuro rinunciando a essere ciò che di fatto era già di per sé una contraddizione in termini: una potenza, SI!, ma civile (sigh!). Con 150 miliardi di euro a debito e 650 miliardi presi dai mercati finanziari l'Unione, senza un progetto vero e idee chiare su come costruire un’architettura di difesa comune, dopo aver confermato anche per il prossimo anno l’accorpamento del Fondo di Coesione e del FESR (Europeo di Sviluppo Regionale) oltre a prevedere l’eccezionalità del superamento del vincolo di bilancio per quanto riguarda le spese militari, si appresta a bruciare risorse e speranze.
Spese che non realizzeranno nessuna deterrenza dal momento che non sosterranno programmi integrati di acquisizione e riconfigurazioni delle Forze Armate in senso organico-ordinativo e di comando quale alternativa alla stessa Alleanza Atlantica. La deterrenza europea, ammesso che Regno Unito e Francia possano e vogliano utilizzare i propri sistemi d'arma nucleari, si risolve in una capacità sulla carta di un totale, tra entrambi gli arsenali, di 515 testate, nelle varie tipologie e configurazioni, contro le 5.580 testate complessive della Russia. Ma non solo. Sempre in termini di quantità di testate, se si dovessero sommare le testate nucleari di USA + UK + F si arriverebbe a 5.559, quindi, sempre meno di quelle russe. Se si dovessero sommare le testate nucleari dei Paesi facenti parte dei BRICS con tali capacità sarebbero 6.530 (Cina compresa, ovviamente). Resterebbero fuori Israele (90) e Corea del Nord (50). Insomma, è facile, con tali numeri, comprendere che l’Unione europea esprime una deterrenza monca e che, anche se fosse oggi, dovrebbe assicurarsi che Regno Unito e Francia, di fronte a un disimpegno degli Stati Uniti - i quali molto difficilmente correrebbero il rischio di essere distrutti da ICBM provenienti da Est ma anche da Ovest - siano disposte a mettere in campo le proprie capacità nucleari a costo zero.
In quest’ottica, rifarsi un’identità politica e geo-politica a fronte dell’incapacità di assumersi sin dall’inizio la responsabilità di risolvere la crisi russo-ucraina attraverso la creazione di un nemico unitario è non solo patetico, ma fallimentare. D’altra parte, come visto, gli Usa non controllano più gli alleati e le gerarchie cambiano rapidamente spostando il baricentro della potenza nei suoi vari aspetti verso il non poi così Estremo Oriente, disegnando nuove geografie di potenza e definendo nuove morfologie; ovvero nuove forme di cooperazione politica ed economica se non anche militare organizzate in un modello relazionale estremamente chiaro in cui le polarità di moltiplicano e gli attori aumentano.
Il vero problema per un’Unione così distratta e troppo concentrata a dover far sopravvivere leadership inadeguate e che tentano la carta dell’emergenza e del nemico alle porte per giustificare il loro essere alla guida di un’Europa ridotta al ridicolo è come e in che modo tornare a essere protagonista dopo aver fatto tutto ciò che non andava fatto per uscire fuori dalla storia, o farsi buttare fuori.
In questo senso, bisognerebbe ricordare alla Kallas, rampolla di un ministro ex-sovietico riconvertitosi alla cosiddetta democrazia e ai baltici in generale che sgomitano per compulsività o ai polacchi - che sperano finalmente di riprendersi Leopoli (a spese dell'Ucraina però) - che in caso di conflitto gli Stati Uniti non interverrebbero, se provocato giocando la carta del dubbio (esperti come sono di operazioni false flag), mettendo in conto che gli ICBM russi seguirebbero traiettorie da Est a Ovest e da Ovest a Est (senza considerare il possibile supporto cinese); che l'Ungheria non interverrà facendo venire meno il suo consenso e ciò è indispensabile per attivare l'art. 5 del trattato dell'Atlantico del Nord e la Slovacchia di Fico altrettanto; che la Turchia di Erdogan deciderà un disimpegno per il solo fatto di non farsi sfuggire l'occasione di vedere distrutta l'Europa e sperare di fare liberamente il Sultano magari collocandosi al vertice di una nuova proposta di sicurezza nel Mediterraneo.
Come si potrà intuire, questa Unione europea avrebbe necessità urgente di rifondare sé stessa come qualità, rinunciando a doversi affidare a leadership di replicanti capaci di inneggiare alla guerra definitiva con la Russia senza sapere come combatterla e, soprattutto, senza potersi contare al momento decisivo. Per questo, l’Unione europea, ma anche gli Stati Uniti dovrebbero guardare a come e in che misura gli imperi sono crollati nella storia del mondo e al come, nonostante il declino, le esperienze storiche più consolidate e più forti per intima identità sono sopravvissute seppur riorganizzando i termini di governo. Ciò valse per la Cina Qing quanto pel l’India Moghul sino all’India britannica e all’impero russo, poi sovietico e oggi tornato in auge come Federazione transcontinentale.
La riconquista di una nuova dignità internazionale non è data solo dal riarmare ma dal riconsiderare nuove traiettorie e nuove prospettive per ricostruire un’idea comune continentale che non lasci indietro nella storia esperienze snobbate per inseguire ambizioni di circostanza, assumere come propri obiettivi altrui oggi non realizzatisi ma i cui costi sono tutti a carico dell’Unione. Un nuovo ruolo della Nato, unica Alleanza che può disporre di assetti condivisi e norme di impiego univoche sia in campo operativo che di sostegno logistico, dovrebbe far riflettere sulla possibilità di rinegoziare il Trattato dell’Atlantico del Nord questa volta puntando su una maggiore eurocentralità e aprendo la porta chiusa alla stessa Federazione russa ricacciata indietro e offerta in dote alla Cina di un accorto Xi Jinping.
Una scelta necessaria dal momento che la politica internazionale di Trump è molto chiara nel non voler assumere per adesso ruoli egemonici presa com’è dal ristabilire una competitività economica degli Stati Uniti e rinviando a migliori momenti la competizione globale.
La verità, insomma, al netto delle considerazioni geopolitiche da massimi sistemi, è che i cittadini europei dovrebbero rendersi conto che le difficoltà politiche di leader consapevoli della loro inadeguatezza non possono giustificare il fatto che si attinga dalle difficoltà nazionali per nascondere lo scarso peso economico e la crisi dei modelli sociali che hanno reso l’Ue un esempio di opulenza positiva negli anni. Nell’usare le crisi esterne per nascondere le difficoltà interne di ogni nazione-parte, sia essa la Francia di Macron o la stessa Germania di Merz senza memoria e senza storia o per giustificare i fallimenti in politica estera si rischia, infatti, di essere un continente nuovamente in cammino verso il baratro.
Riassunto by Google IA