"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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Nostalgie imperiali e pacifismo predatorio

La (s)vendita della pace

Nostalgie imperiali

     Mentre l’Unione europea scivola sui ghiacci c’è chi prova a conquistare le Alpi Svizzere, trasferendo le proprie ambizioni di nuovo Re del mondo nel cuore di quel Vecchio continente che non ha abbandonato il suo essere avvolto in una storia che non sa condividere. Quel vecchio continente che da ormai quasi più di due secoli e mezzo non riesce ad addomesticare quel prodotto della sua storia nato per differenza in un altrove della propria esperienza continentale.

    Dopo che Trump ci ha ricordato nostro malgrado che esiste la Groenlandia e che è territorio d’Europa, anche se nella sua autonomia è uscita dalla UE, dopo aver ricordato ai democratici europei che la democratica Danimarca impose una discutibile, per usare un termine educato, campagna di sterilizzazione forzata alle donne Inuit, l’Europa democratica si sente abbandonata. Sedotta dal globalismo decadente, dalle promesse americane e da uno stile di vita che ne ha reso irriconoscibile non solo il volto politico di ieri, ma la storia di un presente senza futuro. Un presente subordinato ai canoni politici di un presidente poco incline a comprendere giochi e sotterfugi che hanno contraddistinto una improbabile diplomazia europea degli ultimi decenni.

    Insomma, era tutto molto evidente da tempo. La disarmante scarsa prospettiva dei politici occidentali, capaci solo di chiudere le stalle quando le mucche sono già scappate. Il vedere leader inseguire i richiami dorati, per pochi, di un globalismo consumistico, devoti a una indistinta e fluida teologia gender-things. Leader ostaggi di sé stessi, ma pronti sino a ieri a fare ruota attorno al Re d’oltreatlantico nella speranza che distribuisse dolci carezze e non sonore sberle politiche e commerciali.

    Oggi, sembra quasi un incubo imbarazzante, ogni leader europeo, seppur con poche contate eccezioni, si sorprende delle intemperanze trumpiane dimenticandosi che, al di là dell’Atlantico, è almeno dalla fine della Grande Guerra che sanno con chi hanno a che fare. Trump, o gli altri presidenti di ieri, poco cambia quando l’interesse americano si antepone a ogni valore dichiarato e a ogni etica. Valori ed etiche che vengono puntualmente piegate alle ragioni di mantenere una leadership a ogni costo, assicurandosi buoni e fedeli esecutori se non servitori per la causa.

    Trump, sa con chi ha a che fare, con Xi e con Putin, ma sa anche che può alzare la posta nei confronti di una UE senza anima e senza leader. Un’Europa che si trova compressa tra un Macron - che propone scambi alla pari con Trump mentre cova velleitarie ambizioni di collocarsi a metà tra un bonapartismo d’occasione e un gaullismo senza spessore - e le pessime imitazioni di un thatcherismo improvvisato da un improbabile Starmer. Un’Europa che guarda a sé stessa, ma che lo specchio del Re riflette solo una grottesca rappresentazione della stessa Germania socialdemocratica declinata in salsa neoliberista grazie a un Merz votato alle armi e alla finanza, devoti a un’autocrazia post-germanica interpretata egregiamente dalla von der Leyen. Un’Europa che si cerca nell’imitazione italiana di un andreottismo inconsapevolmente similgiolittiano di cui non si è all’altezza.

    Alla fine, i Paesi europei, Canada compreso, svegliati dal letargo Artico dal Grizzly americano, scoprono di essere stati sostenitori di quel doppio standard che ha affondato quel diritto internazionale del quale si presentavano difensori e promotori se non ambiziosamente, e ipocritamente, testimoni violandolo compiacentemente con il loro alleato storico. Adesso, a condizioni date e a giochi già fatti, stretti dalla necessità degli Stati Uniti di rifarsi un nuovo trucco per ritornare a essere una potenza che fa la differenza nei difficili e non scontati equilibri mondiali, gli euroleader pretendono di recuperare ciò cui hanno rinunciato, per farsi belli al Re: sovranità e autonomia di azione politica internazionale. Ma Il Re non solo non ha imbarazzo della sua nudità, ma sceglie di indossare le vesti di un presidente di un neo-Consiglio di Amministrazione tradotto in una nuova versione imperiale nella quale è la borsa e chi ne detiene le corde colui che detta le regole del gioco.

    E in questo nuovo spirito hamiltoniano di Dio e Dollaro condito, solo per scrupolo di immagine, con un wilsonismo di circostanza, Trump gioca la sua carta nel Board of Peace. Si inaugura a Davos un nuovo corso che della Carta Atlantica e delle Nazioni Unite che ne sono seguite ne vuol fare carta da cestino della storia e del diritto, per inaugurare una nuova era di relazioni tra Stati dettata dalla partecipazione alla ricostruzione di spazi e territori, certo non di anime, con una propensione al pacifismo predatorio. Insomma, una sorta di nuovo corso per una realpolitik che tende, pagando la giusta quota di ingresso per essere soci, a ridefinire le gerarchie internazionali attraverso una proposta alternativa alle Nazioni Unite proponendo un Board of Peace. 

    Per Trump, la rivincita degli Stati Uniti corre sul destino del dollaro e non potendo promettere un Piano Marshall per difetto di eccesso di ricchezza come nel passato, impone una volontà nuova riscrivendo a sua misura anche le relazioni economiche, trasformando la pace possibile in un’occasione di business economico e di rendita geopolitica. La pace, quindi, come affare e non come valore. Una pace che, nel suo peso economico, dovrebbe consentire a Washington di recuperare un ruolo di egemonia sempre più compresso dalla forte esposizione economica e dall’iniziativa cinese, dalla crescita indiana e dalla resistenza della Federazione russa.

    Che si tratti di Gaza o di Ucraina, il BoP non rappresenta altro che il banco di prova della sostenibilità di una pace da comprare senza ancora regole definite su come distribuire i dividendi delle speculazioni. Una evidente volontà di affidare a un club di Stati-azionisti, con gli Stati Uniti presidenti di un Consiglio di Amministrazione globale, destini che hanno ben poco a che fare con una volontà disinteressata nell’assicurare il futuro di popoli come quello palestinese o quello ucraino. Per questo, il filantropismo non è altro che la maschera che nasconde un pacifismo predatorio attraverso il quale gli Stati Uniti tentano di ricostruire una nuova politica neocoloniale e imperialista ai danni, paradossalmente, soprattutto dell’Europa. Tutto questo, dimostrando, per adesso, di voler accettare un ordine mondiale multilaterale magari a guida statunitense o in condominio con Russia e Cina. Una spartizione interlocutoria in attesa che si giochi in futuro la partita per l’egemonia globale per il cui obiettivo tutto è sacrificabile, tutto deve essere funzionale: Nato e Ue comprese; e, se così non fosse, dichiarandone la fine.

    La stessa ambizione di un Nobel per la pace si trasforma in una sorta di pretesa grottesca per presidenti di guerra che hanno ricercato negli anni la pace attraverso le bombe. Ciò vale per chi il Nobel lo ha ricevuto come Obama e per chi ha creduto di poterne pretendere i lustri, Trump, a margine di un velleitarismo che somma tra gli uomini del Board anche Netanyahu. E in tutto questo, tra avventurieri dell’integrazione europea pronti - come sperano i Baltici e Kiev - tra un Parlamento europeo di piccolo cabotaggio e una Commissione che ha assunto la guida in proprio di ciò che non doveva guidare, diventa singolare la posizione dell’Italia. In quel gioco del vorrei ma non posso, si cerca in una interpretazione forzata dell’art.11 della Costituzione una giustificazione per disimpegnarsi, per adesso, che non deluda il Re.

    Magari cercando di prendere tempo per trovare momenti favorevoli per partecipare o solo per far cadere interesse. Ma l’art. 11 della Costituzione in questo caso non c’entra nulla.

    Paradossalmente la questione di costituzionalità, fosse stato mai, andava eccepita sui provvedimenti di sostegno materiale, economico e ancor più militare, al conflitto russo-ucraino come nell’export di sistemi d’arma a nazioni in conflitto (come Israele). In questo caso, sulla carta del BoP, leggasi statuto, e a prescindere dalle condizioni di adesione, essere presenti a una iniziativa che ufficialmente è rivolta a favorire un processo di pace non presenta limiti costituzionali alla partecipazione dell’Italia non rilevando, costituzionalmente, chi è il promotore dell’iniziativa ma bensì il fine dichiarato. Tuttavia, se invece la si pone sul piano politico allora il giudizio geopolitico e non solo diventa rilevante.

    Questo, perché, una iniziativa unilaterale che rivendica un ruolo di protagonista rende il BoP una nuova maschera di una volontà neocoloniale e neoimperialista i cui termini diventa difficile condividerli. Tuttavia, se è comprensibile la posizione di Macron - al quale forse De Gaulle avrà tirato i piedi nella notte precedente - se è comprensibile l’imbarazzo di Londra - che vede ancora una volta sfumare vecchi ricordi imperiali - è comprensibile anche l’atteggiamento temporeggiatore italiano. Un atteggiamento, quello di Roma, consapevole che dopo aver compiaciuto zio Biden e provato ad assecondare un capriccioso Trump adesso comprende, tardivamente, che è in gioco la credibilità internazionale di un Paese e del suo leader. È vero: If you’re not at the table, you’re on the menu, se non si partecipa al pranzo si rischia di esser parte del menù. Ma se questo l’Unione europea sembra far fatica a comprenderlo, nell’ottica romana forse il ricordo di alcuni imperatori e dei loro tavoli consiglia di saltare il pasto al momento aspettando, magari, tempi migliori.

Riassunto by Google IA
 

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