Mito e realtà (ideologica) di un’Europa smarrita

In momenti di crisi e di particolare incertezza ognuno cerca di affidare il proprio destino a qualcosa di superiore nel celebrare miti che tentano di contenere momenti di evidente declino. Ma, altrettanto, la difesa del se politico, se non anche individuale, corre sul contestare lo stesso mito nella speranza di poterne offrire un altro avendo, magari, nel solito fatidico cassetto, un’opzione da spendere agli occhi degli altri. Di quegli “altri” cui si affida un consenso che, in casi come quelli vissuti dall’Unione europea e dai suoi membri originari, esclusi quindi i Paesi dell’Est che hanno una idea molto diversa se non opportunistica del condividere, che vedono disgregarsi l’idea di una Patria comune europea ormai alla resa dei conti con se stessa, cara forse solo a Gorbaciov ma dalla quale gli eurocrati di turno si sono ben guardati di considerare la Russia di allora parte d’Europa se non per fare affari o acquistare energia a buon prezzo.
Un’idea di Europa che poco ha a che vedere con l’utopia di Ventotene, di chi immaginava un continente unito, seppur costruito su un impianto ideologico ispirato alla somma di ogni ideologia comunitaria, sincera o meno sincera che fosse e caratterizzata da un socialismo qualunquista di fondo, e che poco avrebbe avuto, con buona pace dei soci del “club del coccodrillo”, a che vedere con ciò che l’Europa, nella sua dimensione comunitaria, avrebbe dovuto essere e che non lo è diventata. Né quella dei popoli, meno che mai quella degli Stati ma, sicuramente, oggi, dando ragione a De Gaulle, quella della Commissione. Ovvero, un’Unione europea fortemenete tecnocratica, votata a valutare l’interesse del più forte, o almeno considerato tale, o a stabilire linee guida che con il destino del continente hanno poco a che fare e che, al contrario, probabilmente dovrebbero suggerirci di rileggere Jürgen Habermas e il suo Nella spirale tecnocratica, testo che oggi avrebbe molto più senso considerare piuttosto che esercitarsi nel dissezionare il “Manifesto” dei desideri.
Ma lungi dall’entare nel merito di una polemica sulle vere intenzioni di Spinelli & Co., discussione che lascio volentieri ai cultori delle teorie del tutto, l’Unione europea - nell’illusione di poter passare al di sopra dei popoli e guardando ai nazionalismi distinguendoli tra buoni e cattivi come si fa con il colesterolo (buoni certamente quelli dei Paesi baltici o della stessa Polonia, meno buoni se fossero italiani) - rischia di essere vittima di se stessa. Di un preteso e pretestuoso, se non velleitario a condizioni politiche, economiche e strategiche date, eurocentrismo dell’ultima ora, a traino francese e votato al rilancio dell’industria tedesca. Un eurocentrismo rinnovato solo sulla volontà di riarmarsi senza guardare alla realtà, affidando la sua sopravvivenza all’esistenza di una nuova minaccia esterna che, per ogni regime autocratico in difficoltà, va sempre bene come carta di riserva per mantenere un consenso e una legittimità di facciata riempiendo le piazze piuttosto che le pance di chi le occupa.
Insomma, di fronte a un’Unione europea che vede la Commissione e la sua commissaria dettare le linee guida dei prossimi destini, senza escludere anche un possibile conflitto rigenerativo alla Marinetti con la Russia, ogni commento su Ventotene sembra di fatto superfluo. In fondo, il “Manifesto”, che lo si intenda come promozione di un’idea storica o solo quale mera propaganda strumentale ha ben poca importanza di fronte a quanto accade nei parlamenti eurounionisti di cui alla Commissione e alla commissaria poco importa. E non si tratta di essere poco atlantici - argomento anche questo stucchevole e poco compreso, dal momento che l’ombrello Nato già copre le paure europee grazie all’art.42 paragrafo 7 del Trattato sull’Unione europea agganciandolo all’art 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord - ma di essere accorti e, soprattutto, attenti a non cadere nelle trappole di un’Europa muscolare, visto che il momento geopolitico non richiede l’esercizio di una forza presunta data dall’uso di nuovi anabolizzanti ideologici.
D’altra parte, se ci soffermassimo solo sull’idea di una Difesa europea a tutto tondo dovremmo essere d’accordo a chiedere una modifica dei trattati, e quindi anche di alcune costituzioni, dovendo aggiungere a quella monetaria anche la piena delega di sovranita all’Ue in materia di difesa e sicurezza, riconoscendo un Comando unico e un’istituzione politica unica per quanto riguarda l’impiego delle forze, dimenticando, a memoria corta, il come e perché e su quali aspetti fallì la Comunità Europea di Difesa (la Ced). E dovremmo anche chiederci se come e in che misura l’ombrello nucleare francese potrebbe fare la differenza nel determinare il “peso” politico che dovrebbe essere, solo per questo non trascurabile aspetto, riconosciuto alla Francia per un Napoleone del nuovo secolo. E dovremmo chiederci, non essendocelo chiesto oggi, a che titolo una nazione non-Ue come il Regno Unito possa dettare l’agenda delle politiche, decisioni e azioni, e dell’impiego delle forze comuni europee in caso di intervento post-conflitto in Ucraina o nelle regioni occupate dalla Russia o, magari, decidendo come e in che misura impiegare forze di un’aggregazione che volontariamente ha deciso di abbandonare in un passato non molto lontano.
Così come, anche credere che un Rearm-Europe possa fungere da elemento utile a consolidare ciò che non è consolidato affidando a tale misura il rilancio dell’idea comunitaria, non sembra una strada percorribile senza conseguenze sul quotidiano di ogni cittadino europeo prim’ancora che sul suo futuro. Un riarmo indiscriminato, per il quale ogni Stato del’Unione dovrebbe riarmarsi senza che esista una dottrina comune di impiego e, soprattutto, a debito, sarebbe un suicidio politico oltre che economico che avrà effetti sul medio-lungo periodo anche sulle possibilità di approvvigionamento futuro di sistemi d'arma. E, questo, perchè sarà sottratta una considerevole parte di risorse necessarie a creare quella ricchezza su cui si sostengono gli sforzi di ogni Stato membro e dell’Unione in quanto tale che non è certo creata dal produrre o acquistare solo beni a domanda rigida.
Insomma, al netto delle diverse performance politiche e accademiche del caso, sul Manifesto di Ventotene si può discutere, nonostante modi, tempi e luoghi avrebbero consigliato di considerarlo per quello che è: un prodotto del momento, che guardava a una prospettiva possibile ma illusoria a condizioni storiche in evoluzione. Di certo, non si può credere che un’Europa unita a trazione solo franco-tedesca o ostaggio delle intemperanze dei Paesi europei di quell’Est oggi dominante possa dettare le regole del gioco. Un gioco pericoloso, che nelle vicende della Romania, ad esempio, vede la democrazia “occidentale” come un valore privo di anticorpi se non somministrati attraverso “scudi” giudiziari e normativi degni di una visione autocratica di ritorno cui una Commissione così condotta sembra voler aspirare Una visione, per la quale gli stessi “criteri di Copenaghen” sono ormai considerati proprio nelle nuove democrazie orientali - cosmeticamenmte ridefinitesi tali pur ereditando molti dei leader della precedente esperienza cosiddeta democratico-popolare - come dei requisiti di facciata da leadership improvvisate, che piegano la storia secondo crediti del passato da riscuotere e la cui riscossione varrebbe anche una possibile guerra: l’esatto opposto e la contraddizione più grave di un’Unione europea, degli Stati e dei popoli, che rinnega se stessa ogni giorno.