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"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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Dagli scacchi ai dadi. Quando Europa e Stati Uniti perdono il banco (e la credibilità)

Dagli scacchi ai dadi
 
     Arrivare alla resa dei conti a volte non è così lineare e semplice. Si tratta, spesso di riconsiderare posizioni assunte, errori commessi e, in particolare, rivalutare gli interessi in gioco soprattutto quando dal come si manifestano e si definiscono le priorità dipende la tenuta di una leadership se non la sicurezza di un intero continente.
 
     La crisi russo-ucraina dettata da ragioni geopolitiche di una potenza in declino e in cerca di credibilità internazionale, gli Stati Uniti, ha visto proprio il partner per eccellenza della Nato ritornare sui suoi passi e concentrarsi su altre latitudini, seguire nuove traiettorie dettate da nuove priorità di potenza, economica e militare che non necessariamente coincidono con quelle europee. E si badi bene: non è solo dovuto all’effetto Donald Trump. Nei termini nei quali si era cronicizzata la crisi russo-ucraina anche un Biden, se fosse sopravvissuto alla tornata elettorale, avrebbe dovuto riconsiderare l’impegno di Washington in Europa orientale fallito il regime-change al Cremlino sul quale avrebbero investito nel breve termine. D’altra parte, le situazioni politiche ed economiche mutano repentinamente sui campi di battaglia e i conti si fanno sempre a condizioni date e… necessariamente con l’oste.
 
      In tutto questo, di fronte all’ennesimo disastro dovuto alla improvvida scelta di aprire un altro fronte per riconfigurare i termini di potenza scegliendo nuovamente il Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno trascinato nella loro messianica missione di convertire il mondo l’Europa in una nuova scommessa senza prospettiva alcuna di giungere ad un ordine possibile e condiviso. Non solo. Se la diplomazia acrobatica messa in campo oggi da Trump - con limiti ben definiti da incapacità e misconoscenza dei termini storico-politici - nei quali si muove l’amministrazione americana ostaggio delle vanesie messianiche di Israele soffre di uno stallo nel Golfo Persico, l’Europa dei ventisette meno qualcuno si barcamena cercando di sostenere un conflitto non più sostenibile per difetto non solo di risorse economiche, quindi materiali, ma per assenza di prospettiva.
 
     Pur cercando di mantenere vivo l’interesse per un conflitto che rischierà di trascinare il continente in una ennesima tragedia economica ed umana l’Ue, nonostante la chiara qualità assunta di belligerante visto il sostegno militare agli sforzi di Kiev, ad oggi non sembra aver fatto nulla di concreto per evitare sin dal febbraio 2022 che tale crisi giungesse alle conseguenze di oggi. L’Europa dei volenterosi e la Nato, per quanto sopravvive di tale alleanza considerato lo smarcamento degli Stati Uniti, si cimenta anch’essa in un funambolico, per quanto tardivo, esercizio diplomatico decidendo chi, tra von der Leyen o Draghi dovrà trattare con la Russia di Putin. Trattare, in un momento nel quale si gioca una partita dove la convinzione di poter affidarsi a una strategia da brinkmanship, ovvero del rischio calcolato nel credere di poter deliberatamente spingere la Russia in una situazione pericolosa o in un conflitto per costringerla a negoziare, dovrebbe avere quale presupposto almeno la convinzione basata su fatti reali che Mosca sia sull'orlo del disastro per costringere Putin a fare concessioni.
 
      Una condizione che, pur nella sua pericolosità dettata dall’essere, comunque, una strategia nella quale l’azzardo si presenta come costante concettuale, non sembra essere presente e che, al netto dell’incontro tra Putin e Xi Jinpig, si dimostra priva di una sua percorribilità senza considerare la marginalità alla quale l’Unione europea è stata relegata a essere periferia dell’Oriente e dell’Occidente atlantico. Insomma, dopo aver risparmiato sui condizionatori estivi per evitare le torride estati europee come suggerito da un leader italiano per sostenere lo sforzo bellico ucraino, dopo aver tentato la carta del riarmo sconfessata nei conti dal dover ripensare se viene prima la benzina e poi le armi o viceversa, l’Ue si appresta ancora una volta a muoversi secondo emozione. Seguendo intemperanze e affidandosi a leadership il cui pensiero non colloca al centro la sicurezza continentale ma solo la sopravvivenza politica di coloro che non vogliono assumersi le responsabilità di una crisi evitabile, di quattro anni di errori su errori. D’altronde, come ricorda Clausewitz, se la strategia è sbagliata, la situazione non migliora aumentando i mezzi e le truppe. Tutto questo, con il rischio di far diventare la prossima estate molto più torrida del passato e… senza condizionatori.
 
     Probabilmente mancano molti passaggi nelle stanze europee siano esse quelle della Commissione o quelle sempre meno atlantiche della Nato. Passaggi che in passato sono stati ben definiti quale risultato di esperienza dallo stesso Clausewitz per il quale Folle è colui il cui fine politico supera il potere strategico; illuso chi non fa corrispondere la sua strategia alla sua politica; ignorante chi non vede la correlazione fra i due termini; pazzo chi consente di effettuare sforzi superiori a quelli ragionevolmente commisurati con i suoi fini”. Un monito che forse avrebbe dovuto avere un significato perché non lontano, in fondo, da quel buon senso che oggi rende ridicolo ogni sforzo negoziale messo in campo da chi questo sforzo, necessario, lo ha rifiutato in tempi nei quali tutto avrebbe avuto un’altra storia. D’altra parte, giocare a scacchi senza strategia contro chi ne conosce i segreti da sempre non è certo una garanzia di vittoria e passare ai dadi significa affidarsi al caso. Un gioco cui neanche l’essere più perfetto intenderebbe giocare.
 
Riassunto by Google IA
 

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