
Come sembra ricordare un sito di analisi politica sembra che si sia ritornato al tempo del riarmo necessario perché, come ben titola il webzine, l’aumento delle spese per la difesa diventa necessario in un momento della storia, tra tanti uguali in verità, dove “la forza paga”. Ora, senza andare oltre le intenzioni e le volontà di una visione che pone quasi una sorta di nostalgica necessità europea da potenza mancata, probabilmente si tratta di un assunto di cui in molti sembrano essere convinti e, in verità, ci può anche stare. A condizione, però, che si gettino nel cestino tutte le ipocrisie di principio attraverso le quali l’Occidente euro-atlantico ha condito la narrazione dei nuovi ordini mancati, ergendosi a paladino pro domo sua di assunti paradigmatici, come la Guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerra aprendo la fase della Società delle Nazioni e affermando un principio wilsoniano rinnegato dagli stessi Stati Uniti che non avrebbero ratificato il Covenant della Società delle Nazioni, mentre Francia e Regno Unito l’avrebbero usata per mantenere in piedi i rispettivi imperi coloniali. Così come lo statuto delle Nazioni Unite per il quale all’art.2 paragrafo 4 si rifiuta il ricorso alla guerra come strumento risolutore delle controversie internazionali. Principio ribadito chiaramente e a vario titolo e con diverse modalità nelle costituzioni occidentali, come quella italiana. Ma non solo.
E’ interessante come e in che misura si affermi con sicurezza che nella corsa al riarmo, dettata anche dall’iniziativa degli Stati Uniti negli ultimi anni, sia la federazione russa che la Cina condividano un obiettivo di lungo periodo, Cioè, quello di favorire l’instaurarsi di un ordine multipolare ma organizzato su sfere di influenza esclusive. Cioè spazi, nei quali Stati Uniti e loro proxy non avranno alcun peso specifico, né economico né politico-strategico. E, questo, perché “se la forza rimane un mezzo efficace per raggiungere questi obiettivi, l’incentivo a utilizzarla in maniera continuativa e ampliata diventa strutturale”. Insomma, uno scenario di corsa alle armi, allora, alla supremazia militare cui subordinare nuovamente il destino del mondo senza considerare le cause politiche, oltre che economiche, che segnano le crisi e gli interessi che le determinano.
Non si tratta, in questo caso di fare una sorta di esegesi delle politiche di potenza, ma di dotarsi di una giusta prospettiva che coniughi un necessario realismo con la valutazione di principi che non sempre hanno lo stesso significato per tutti e, meno che mai, possono essere imposti dividendo il mondo tra Buoni e Cattivi, o tra i più democratici e virtuosi e i meno dotati di tale sensibilità verso il prossimo. A ciò si aggiunge uno scontento Macron che si è visto surclassare dall’iniziativa di Trump sottolineando come, secondo lui, Putin non vuole la pace ma la capitolazione dell'Ucraina. Potrebbe darsi che al piccolo caporale, nel vero senso del termine, non sia stato gradito il mancato invito in Alaska per avere a sua volta un “thank you Emmanuel” da parte del presidente degli Stati Uniti.
Per la Francia di Macron, l'Europa non sarebbe più terra di pace e, questo, probabilmente, perché due guerre mondiali nel Novecento nate in Europa non sono bastate, come non sembra essere bastata la guerra balcanica degli anni 90 e neanche e meno che mai quella russo-ucraina. Forse anche Macron, associandosi al pensiero del suo dirimpettaio tedesco, come Merz ritiene che la pace la si trovi solo nei cimiteri. E l’Europa di cimiteri con croci bianche ne è disseminata. Se così fosse, ci si chiederebbe cosa impedisce alla Francia di dichiarare guerra alla Russia, magari in una coalizione di virtuosi che la unisca a Londra e Berlino e di impiegare e saggiare la capacità nucleare e l’altrui, non certo quella americana, e la capacità di produzione industriale dell’Hexagone o britannica, meglio quella tedesca, oltre a dover poi fare i conti con la sostenibilità interna ai primi caduti.
Alle frasi di Macron si aggiungono quelle dell’Alto rappresentante degli Affari esteri dell’Unione europea, tale Kaja Kallas. Erede di un esponente di primo piano della nomenclatura lituana filosovietica - Siim Kallas, iscritto nel Partito comunista dal 1972 e poi giovanissimo viceministro delle finanze - reinventatosi indipendentista in pieno crollo dell'URSS come tanti, sembra oggi ridefinire la posizione democratica e liberale da persona che è sempre stata al riparo da ogni cosa e ben allineata alla narrativa Usa-UK per quanto tale narrazione avrà ancora un senso.
Geopoliticamente, oltre che storicamente, si presenta, nei suoi discorsi, come un esponente che non ha argomenti se non l'uso di luoghi comuni anti-russi. Gli stessi che giustificano, nei Paesi Baltici, una discriminazione delle minoranze russe post-sovietiche cui non si riconoscono i diritti sociali e previdenziali per lavori prestati quando i Paesi Baltici erano repubbliche federate dell'URSS. Un dato di fatto che giustificherebbe il chiedersi, da europei, quanto e in che termini sostenibili il suo Paese e gli altri Baltici osservino i criteri di Copenaghen. Criteri non negoziabili per aderire all’UE, che comprendono anche la tutela delle minoranze, e che se pur sottoscritti ma nel tempo non rispettati ne richiedono la sospensione se non l’espulsione.
A ciò si unisce una formazione informale di “volenterosi” ritagliati per differenza dalla Ue tra gli Stati più significativi che si muove nell’ambito dell’Unione senza un mandato specifico di un’Unione a 27 membri, occupando spazi oggi cui sino a ieri avevano rinunciato sostenendo interessi altrui che, sempre oggi, sono totalmente e radicalmente cambiati.
Volenterosi, che dopo l’esclusione dal ferragosto di Anchorage sono volati a Washington a chiedere conto al dominus di sempre circa le sue intenzioni reali nei confronti di una crisi voluta dagli Stati Uniti e a cui oggi, proprio questi ultimi, vi rinuncerebbero volentieri. A questo punto, però, dovremmo chiederci, sempre oggi, noi comuni cittadini d’Europa, meno avvezzi alle analisi strategiche di Bruxelles, come mai gli Stati membri più importanti, secondo loro, hanno rinunciato a negoziare con la Russia sin dal primo giorno dell'avvio dell'operazione militare di Mosca - ovvero ben più di tre anni fa - dopo aver fatto fallire gli accordi di Minsk per appiattirsi sulla narrazione (leggasi interesse) degli Stati Uniti affinché tale conflitto annunciato si determinasse. Quindi, perché con tale atteggiamento di certa e sicura fedeltà agli ideali di Biden o di chi per lui, l'UE ha rinunciato ad assumere un ruolo decisivo, lasciando che per tre anni la gente morisse e che la guerra tornasse in Europa.
E, sempre oggi, dovremmo chiederci perché, avendo rinunciato quando si doveva negoziare per evitare vittime e dolori, sempre gli stessi volenterosi personaggi, chiedono a Trump, ovvero agli Stati Uniti, i quali non hanno più interesse alla guerra, di poter partecipare ai negoziati. Anzi, sottolineando che negoziati senza l'UE non sarebbero possibili. Inoltre, dopo non aver fatto nulla per impedire il conflitto, se non provocarlo e sostenerlo, pretendere anche, dopo aver lasciato sacrificare le popolazioni russofone da parte d regime di Kiev, che la Russia decida di abbandonare i territori conquistati e, quindi, ammettere di aver sacrificato migliaia di soldati per nulla, speso risorse per nulla e ammettere di essere condizionabile, rectius di dover rinunciare a essere ciò che è. Insomma, dovremmo far sì che si celebri una vera ignoranza del realismo che governa le relazioni politiche misurate sulla forza non solo militare, ma storica.
Ora, per carità, gli europei volati a Washington possono essere anche volenterosi potrebbero e i loro motivi se accettati utili per far cadere un Putin se fosse. Purtroppo, però, anche se ciò avvenisse - ovvero una rinuncia totale da parte russa ai risultati conseguiti sul campo dalle forze di Mosca - rischia di trasformarsi in un disastroso epilogo dal momento che, sempre se mai fosse, al posto di Putin potremmo ritrovarci un nuovo leader più radicale, meno accomodante e poco pronto a salire sull’ultimo aereo per un negoziabile altrove. E, ovviamente, senza gli scrupoli che Putin, piaccia o meno riconoscerlo, si è posto limitando le aree di attacco e rinunciando a impiegare sistemi d'arma nucleari seppur definiti tattici.
Alla fine, come il realismo suggerisce, i conti si fanno con le condizioni sul campo di battaglia e con i rapporti di forza visti al presente e non determinati al futuro. Putin, comunque la si voglia pensare, darà un senso a tali sacrifici di vite e risorse russe e non solo russe. Può sembrare indigesto, ma in uno sforzo di onestà intellettuale, il presidente russo ha ben chiaro il significato anzitutto storico poi geografico e politico delle sue azioni, contrariamente ai leader europei che hanno ideologizzato la crisi abbandonandosi a un delirio di illusoria onnipotenza woke. Questo, seguendo processi mentali che non hanno nulla di intellettuale e autocompiacendosi reciprocamente in modo avulso da storia e spazio.
In questa prospettiva ogni dichiarazione è inutile e fuorviante come la volontà di introdurre una versione modificata dell’art.5 del Trattato dell’Atlantico del Nord a sostegno dell’Ucraina, ma senza che Kiev faccia parte della Nato. Una proposta che, a condizioni date, segnerebbe la fine dell’Alleanza perché, fermo restando la necessità che tale modifica sia approvata dai parlamenti nazionali perché riscriverebbe il Trattato dell’Atlantico del Nord, essa prevederebbe la necessaria approvazione all’unanimità da parte di tutti i membri della Nato al primo Consiglio atlantico utile. Insomma, una sciocchezza giuridica prima e un azzardo politico perché, per sano spirito di autotutela, dovremmo allora avere giuste e sufficienti garanzie che Kiev non metta in campo pericolose provocazioni in un quadro di fiducia così compromesso.
Il vero problema, insomma, e che nell’arido panorama di leader ormai senza qualità, l’Europa attraversa una congiuntura astrale pericolosa dove si ideologizza tutto perché più facile e ci si muove senza guardare in faccia una realtà che mette a nudo, se tale esercizio fosse fatto, l’insignificanza delle cancellerie d’Europa.
Con la sola forza militare non si può vincere. Se così fosse, allora dovremmo avere il coraggio di scatenare un conflitto risolutivo consapevoli, però, che si tratterebbe di una guerra che non avrebbe vincitori perché il prezzo da pagare sarebbe così alto che anche chi ne dovesse sopravvivere si troverebbe sconfitto il giorno dopo. Alla fine sembra prevalere quanto ricorda un esperto Nato. E, cioè, che "in questi consessi internazionali esiste un effetto di autosuggestione psicologica che imprigiona coloro che non dispongono del controllo delle informazioni..." e, aggiungo, che sono vittime consapevoli di un non senso della storia che li sottrae da ogni capacità di riconoscere propri limiti e proprie debolezze. Ed è questo il pericolo maggiore. Forse rileggere di questi tempi un Machiavelli o, ben prima, un Tucidide, potrebbe essere utile.
Riassunto by Google IA