L’Italia ha, ormai da alcuni giorni, un nuovo esecutivo. Nuovo nelle forme ma non nella sostanza. Così, ancor prima della discussione sulle tematiche che rientrano nel quadro programmatico dell’esecutivo prodiano e su cui è stata confezionata la campagna elettorale, gli appuntamenti di fine mese e di fine giugno si dimostrano particolarmente perniciosi. Elezioni amministrative in molte città che hanno un peso politico determinante nel delineare le tendenze dell’elettorato e il risultato possibile del referendum sulla costituzione sono i momenti che molti si aspettano per capire dove andrà il Paese nei prossimi mesi.Nel caso delle elezioni amministrative si confronteranno con i risultati i ripensamenti o le conferme degli elettori. Tra Milano e Roma si definiranno a breve due scenari che hanno poco di amministrativo ma molto di politico dove l’elezione di un sindaco è solo un’occasione di verifica: saggiare le potenzialità esistenti dell’una e dell’altra coalizione nelle due capitali del Paese. Nel secondo caso, ovvero nelle prossime consultazioni referendarie, si confronteranno due aspetti rilevanti della coscienza costituzionale.
Il primo, solo apparentemente riformista e federale, che ostenta un cambiamento nel decentramento ma che non offre funzionalità alla dimensione locale, abbandonandola ad illusorie capacità di far da sé; il secondo, di immobilismo conservativo senza promuovere progetti di modifica che non ne stravolgano il contenuto, ma che ne aggiornino i processi decisionali e i poteri delle istituzioni costituzionali. I due appuntamenti sembrano non sovrapporsi e, forse, sembrano non essere nemmeno complementari. In realtà non è così. Amministrative di Roma e di Milano e referendum costituzionale sono due appuntamenti che si presentano alle porte dell’esecutivo per chiedere chiarezza di programma e di verifica di capacità di governo.
Di vera legittimazione a governare e a riformare l’assetto dei poteri costituzionali convinti che la costituzione stabilisce le regole del gioco e del potere. Un potere di governo e una volontà riformatrice che saranno messe in discussione in meno di un mese. Un confronto che se sarà trasferito sul tavolo delle riforme, qualunque sarà l’uso del potere attribuito e confermato magari, se inciderà sulla Costituzione con un federalismo da saldo di fine stagione, il rischio di una riforma in corsa sarà di deformare tutta la storia politica, sociale e giuridica dell’Italia e con essa le regole future della governabilità del Paese.