Nei commenti e nelle opinioni di questi ultimi giorni, fra doveri di agenda e campagne elettorali, sembra esserci un dato costante che caratterizza ed accomuna entrambi gli schieramenti: la ricerca di una legittimazione popolare. Cioè una sorta di rincorsa a legittimarsi agli occhi degli elettori e del popolo italiano quasi come se ci si sentisse in debito, per alcuni, o vittime per altri, di derive estremistiche. Sia per l’opposizione che per la compagine di maggioranza. La realtà, però, è molto diversa e, soprattutto, è il risultato dell’azione politica condotta da un’esperienza di centrodestra, demagogicamente orientata alla costruzione del consenso più che alla conquista degli animi con i fatti e un’eredità di centrosinistra che riemerge nelle logiche di ripartizione del potere quasi come premio per la riuscita di una competizione vinta di misura.In questo si gioca la vera partita sulla legittimazione dell’esecutivo e sul rispetto delle regole democratiche di confronto alle quali nessuno potrà sottrarsi, né fischiando in aula, né contestando norme e comportamenti sui quali si fonda l’architettura istituzionale. La legittimità popolare di chi governa oggi è in mano allo stesso esecutivo che non potrà non fare i conti con la limitata forza rappresentativa che esprime quale maggioranza. La legittimità popolare dell’opposizione sarà, al contrario, destinata a manifestarsi solo se capace di offrire di sé un’immagine di umiltà politica. Un’immagine di sobrietà necessaria per chi crede in valori e princìpi di democrazia liberale più che ai proclami individuali e miti della personalità che hanno fatto scomparire dalla storia ogni possibile tentativo neoperonista di populismo militante.
Solo in questa partita complessa si potrà guardare ad un Paese che vuole affermare la pienezza dell’essere un modello democratico. Un’Italia nella quale la democrazia sia espressione di un consenso popolare fondato sul giudizio sui rappresentanti e non più sul condizionamento degli elettori da parte dei singoli partiti. È questa la vera differenza tra l’esistenza di una coscienza popolare e democratica e la promozione di un populismo strumentale, autoreferenziale e poco democratico da un lato e di un antagonismo da ambizioni minoritarie molto partigiano.