Quello che è in gioco, in un confronto domestico ma non troppo all’interno del PdL, è una visione diversa della politica e dello Stato. E’ l’imbarazzo per Fini di veder annullati tutti i valori, se ancora oggi hanno un senso, di identità nazionale, giustizia, meritocrazia e equità sociale sui quali si era costruita l’immagine di un leader di destra moderno, occidentale. È la sensazione che, costretto a chiudere la partita suo malgrado a favore della Lega e dell’anima forzista, con ciò si risolva definitivamente e a vantaggio d’altri un percorso politico sempre più annullatosi nelle dinamiche di un partito che normalizza idee, uomini e capacità alla stessa stregua di un metodo veterocomunista ammantato da un dirigismo di maniera.
Ciò che rimane da tali considerazioni per Fini è l’imbarazzo di aver rinunciato ad una politica orizzontale tanto quanto la sinistra, assumendosi la responsabilità storica di aver favorito una politica di vertice e autoreferenziale, sostenendo una leadership tutt’altro che inclusiva e aperta alla dialettica interna. Una leadership che fa della democrazia un gioco utile all’occorrenza. E’ l’imbarazzante consapevolezza che un Paese di più di sessanta milioni di abitanti possa essere testimone di un dissenso sostanziale nei valori che dovrebbero distinguere un partito per coesione interna. E’ l’imbarazzo di una riflessione personale necessaria sulle scelte compiute indotta dal successo della Lega che si appropria, nel vuoto di capacità di un’anima forzista molto presa dai propri giochi di potere interni e dagli individualismi sul territorio, dell’anima popolare sulla quale AN faceva affidamento. E’ l’imbarazzo di essere testimone senza possibilità di agire della capacità della Lega di aver saputo aspettare, di potersi avvalere oggi degli errori dei nemici di ieri e “alleati” di oggi e chiedere il banco. E’ l’imbarazzo di aver abdicato alla propria vocazione popolare per accreditare quanto poteva accreditarsi scegliendo una più facile strada elitaria nelle forme e populista nei modi rinunciando a mantenere un coerente profilo di partito che oggi si intenderebbe riaffermare.
Il ritorno ad un nuovo passato potrà forse restituire a Fini quell’alea di politico sensibile verso un’Italia vilipesa nella sua intima, seppur fragile, fisionomia politica e sociale. Tuttavia non lo assolverà dall’aver scelto la via più rapida nel passato salendo sul carro più veloce abbandonando sentimenti, idee e possibilità più lente ma che oggi avrebbero pagato meglio in termini di risultati e di opportunità. Oggi si tenta la strada di un riscatto possibile. Si cerca di riaffermare - superando egoismi e offerte che ben hanno acquistato nel campo di AN e che non saranno più riconoscenti al leader/amico del passato - la storia di un partito che, guardandosi indietro, è anche la storia di un uomo che si confronta con i suoi dubbi e con le sue scelte. Dubbi e scelte sulle quali questa volta anche su Fini cadrà la responsabilità di dimostrare agli italiani la propria credibilità. Perché è in gioco anche per l’Italia una nuova frontiera. Una scelta che, parafrasando Kennedy, “[…] non è solo tra due uomini […] ma tra l’interesse pubblico e gli agi personali, tra grandezza nazionale e declino […] tra l’aria fresca del progresso e l’atmosfera viziata della “normalità”, tra una dedizione risoluta e una strisciante (io aggiungerei dilagante) mediocrità […]”.