"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Mare Nostrum o Mare Monstrum

L’Italia in alto mare

Mare Nostrum o Mare Monstrum. L’Italia in alto mare.

 

Diciamolo, se vogliamo essere onesti con noi stessi, che prima o poi si sarebbe raggiunto quel punto di non ritorno che avrebbe condannato l’Italia a vedersi sola. Sola e abbandonata. Dall’incontro di mesi fa tra Draghi e il presidente algerino alle nuove imprese dell’Italia in Tunisia se non libiche di un governo che oggi grida al complotto europeo contro l’Italia, si giunge alla vera linea rossa, al saldo geopolitico della credibilità di una nazione. Dopo aver permesso e sostenuto ogni ragione dell’Europa e della Nato, in un viatico che doveva rispondere alle volontà di Washington di aprirsi una porta verso la Russia nel contenere la stessa Europa e la Cina, nel Mediterraneo e nel Nord Africa, l’Italia è oggi come un burattino in un teatro, volto a recitare una parte nella speranza di fare gioco al generoso dominus di sempre. Un gioco a perdere, per l’Italia, per il quale la stessa instabilità dei paesi del Nord Africa rientra nella strategia del caos rivolta a non dare segni e, soprattutto, offrire condizioni di linearità di governance favorevoli a competitor europei, funzionalmente utile, come la crisi russo-ucraina, a impedire la crescita di un’Europa mediterraneamente forte e non più appendice neoimperiale degli Stati Uniti.


Una realtà crudele, di un Risiko ben giocato nelle porte chiuse della leadership democratica neocon ma non solo a stelle e strisce, con la compiacente apparente ingenuità dell’Europa delle lobby di Bruxelles. Non per nulla alla von der Leyen andrebbe offerto un piccolo corso di storia dell’europeismo anche se in ritardo, soprattutto su quello che erano, e dovevano essere, le politiche europee nel Mediterraneo e le soluzioni economiche che avrebbero dovuto aprire la porta a un insieme di relazioni strutturali e strutturate tra i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, sia realizzando un mercato delle risorse commerciali che delle materie prime nel tempo, aggregando ed elargendo loro, oggi, aiuti a perdere. Ma sarebbe tempo sprecato e una inutile fatica per chi si compiace di se stessa e gioca con l’Italia la partita di sempre: quel gatto con il topo in attesa che quest’ultimo finisca le energie e si pieghi ai voleri e piaceri d’oltrealpe e d’oltreatlantico.

Smarritasi ormai, nel multiverso delle ondivaghe politiche da salotto, lasciata a fare i conti con le promesse mancate, il tutto mischiato con promozioni televisive che ricordano le migliori televendite, l’Italia è di fatto geopoliticamente agonizzante al capezzale di un Occidente euro-ma-più-atlantico alla ricerca di se stesso e di un ruolo che gli attribuisca una nuova egemonica collocazione in quell’Africa e in quell’Asia che nel G-20 di Nuova Delhi ha visto arrossire, se non farsi timide, le certezze italiane.

L’Italia, ancora una volta stretta nella morsa di un cerchiobottismo di maniera se non qualunquista sui problemi della sovranità nazionale, vede oggi trasformare il valore di una identità in un luogo comune facendo perdere di significato e di contenuti ad ogni piccolo tentativo di riconquistare una piccola dignità di Paese che conta. Tutto questo, risultato di una visione cosmetica del rilancio italiano e di una politica mimetica proatlantica, che ha trasformato il Paese in una utile vittima sacrificale, costretto a dover continuare ad assorbire scelte altrui e servire da piattaforma per le politiche strategiche ed economiche decise nell’altrove geopolitico, ma non certo all’interno dei nostri ormai fluidi se non vaporosi confini.

Forse mai come oggi, a distanza di mezzo millennio, Dante si trasforma in un Profeta nel non aver torto nel decantare in quel canto del Purgatorio quell’ «Ahi serva Italia, di dolore ostello/nave sanza nocchiere in gran tempesta/non donna di provincie, ma bordello!», nell’offrire una visione di una entità storico-politica che solo nella virtualità poteva raggiungere un suo scopo ma che, in fondo, anche nella finzione lo ha rigettato. Ma va bene così! In fondo, per una nazione nata e cresciuta per volontà e rendiconto inglese nel Mediterraneo e con la Francia a fare da buon guardiano dei propri interessi - con buona pace degli eroi risorgimentali e al netto delle delusioni mazziniane - di certo non si può pretendere che essa potesse  assumere quel ruolo di guida nel mare di casa che di fatto le sarebbe almeno geograficamente dovuto.

L’Italia non era la Roma antica dell’impero transnazionale e neanche il fascismo se ne rese conto costruendo una mistica da operetta. Essa era ed è solo la controfigura, purtroppo, di una nazione cresciuta all’ombra della storia e per interessi e volontà di altri. Una nazione, dove ogni classe politica ha cercato e cerca, con il proprio piatto proteso sull’uscio del potente di turno, quell’appannagio utile per sopravvivere scegliendo, nel non poter essere pienamente protagonista, almeno di essere un buon e apprezzato gregario.

Ed è in questa subalternità quasi paradigmatica che si risolve e si spiega ogni azione, ogni sorriso e ogni stretta di mano, passi pure il colore politico dei polsini della camicia che si sfoggia, ottenuta dal tutore di sempre. E, questo, a prescindere se il tutore sia oggi il presidente in assoluto meno adatto alle sfide del momento espresso dalla grande nazione che vorrebbe guidare il cosiddetto “Mondo libero”. Il tutto, mentre le eurodemocrazie francesi e tedesche chiudono frontiere e porti lasciando all’Italia il compito di gestire un fenomeno che di fisiologico non ha più nulla.  

Certo si può coinvolgere il G-20, altra italiana speranza o, perché no? Le Nazioni Unite con i loro tempi, convinti che potrebbero essere con noi magnanimi. Ma ci si dovrebbe chiedere, anzitutto, quanto il G-20 dei non europei vorrebbe essere coinvolto se non considerando che parte dei membri auspica un tracollo dell’economia occidentale e lascia che l’Italia sia una utile camera di compensazione delle tensioni sociali che all’interno delle presunte democrazie di comodo del resto del mondo maturano per scelte economiche neoliberiste o nelle autocrazie amiche che tendono a consolidare potere e ricchezza ai danni dei loro popoli.

Si potrebbe pensare che la soluzione sia nel decidere tra via della seta o via del cotone, come vorrebbe far credere Washington nel tentativo di separare i Brics manovrando sull’India. Ma gli indiani conoscono bene l’Occidente se non altro per averlo sconfitto e senza sparare un colpo. Qualcuno ricorderà un certo Gandhi? Ma non solo. Non è certo un caso che dell’emergenza migranti non si trovi traccia nelle religiose pagine di magazine francofoni, di certo non di second’ordine come, ad esempio, Jeune Afrique ecc. Probabilmente, però, la stampa in Italia, nel suo intero universo delle fonti, si legge solo al caffè o si chiede una sintesi all’assistente di turno, ma di certo non sembriamo distinguerci per curiosità verso il pensiero altrui anche se, selezionando quello più utile, poi ci piace subirlo.

Una subalternità al pensiero del più forte dimostrato nell’aver scelto di essere atlantisti senza battere ciglio neanche per porre eccezioni necessarie in ragione dell’interesse di una nazione, come nell’aver giustificato un europeismo che rinnega con piena evidenza e al netto delle ipocrisie di circostanza, nei fatti e nelle parole, il vero scopo della costruzione di una casa comune europea nella quale ogni membro dovrebbe esprimersi con pari dignità e non essere scaricato con un comunicato. O pensare che ci salverà Frontex con le diverse opzioni che già i nostri partner dell’Europa di mezzo sono pronti a porre sul piano delle eccezioni se non la stessa Turchia.

Insomma, la crisi dei migranti, proprio perchè non è solo fonte di sfruttamento da parte della criminalità, ma strumento di ricatto politico dei regimi con i quali trattiamo è una crisi di leadership, di ogni leadership nazionale espressa sino ad oggi dal Paese dai confini più inutili del mondo. E’ una crisi di capacità politica, di previsione e di governo degli eventi, di assenza di una prospettiva strategica che, nell’ambiente militare che conta, vi alberga solo per farcire buone pagine di memorandum, “Libri bianchi” o nel formulare concetti strategici passati in grassetto, mentre nei fatti, nella loro trasparenza, li si negano.

L’idea stessa di impegnare una squadra navale italiana ormai dall’aprile di quest’anno e nei prossimi mesi per contenere ogni possibile tentazione cinese di dire la propria in una regione nella quale insistono interessi di Pechino e, soprattutto, l’aver ricondotto tale sforzo all’interno di uno scenario da “Mediterraneo Allargato” che arriva sino al Mar Cinese, sembrano ridisegnare una geografia su nuove carte. Una geografia,  dove il successo del Paese non si giocherebbe sulla capacità di essere protagonista nel Mediteraneo vero e proprio, ma nel portare a spasso una portaerei con i suoi pochi aerei lontano dalle nostre coste e dalle più prossime del Nord Africa. Già!. La nuova sfida dell’Italia sembra risolversi nell’Indo-pacifico. Una regione che per noi può avere un significato geografico, ma di certo non geopolitico e che non giustifica una presenza avanzata quale parte di una strategia che vedrebbe (vorrebbe?) l’Italia, se avesse capacità militari tali, quanto meno co-protagonista.

L’Indo-pacifico è così grande e forse troppo grande anche per gli Stati Uniti, la cui flotta di certo non ha bisogno delle poche navi e di qualche aereo italiano sottratte dal vero impegno nel Mediterraneo. In verità, l’invio di una squadra navale italiana lontano dalle nostre coste, dimostra come e in che termini vi sia una volontà strategicamente ben definita di rendere impossibile, semmai fosse, una capacità di risposta dell’Italia di fronte ad una emergenza maturata alle porte di casa.

In quel giardino a noi prossimo dove la confusione regna sovrana per volontà anglo-americana e con buon gioco di Parigi la cui instabilità dovrebbe sottendere una proiezione a Sud della Nato in quanto tale, e non certo, e finalmente, dell’Italia come nazione. Una disarmante se non sconsolante incapacità di calcolo delle risorse che vede anche il buon vecchio Alfred Thayer Mahan relegato in un cestino della storia anche da coloro che, per vanità accademiche, magari si sono detti conoscitori delle formule sul sea power, ma che nel garantire un minimo di power a casa propria non saprebbero da dove iniziare.

D’altra parte, la storia tra l’Italia e il suo mare ha già dato e, forse, tenere lontano dal troppo vicino teatro di crisi le proprie navi e la propria bandiera potrebbe essere politicamente opportuno delegando all’Europa quella responsabilità che ad oggi non si è assunta. Così come sarebbe forse anche troppo ritornare sui banchi con i testi di Clausewitz o del semplice Raimondo Montecùccoli, stratega senza bandiera, per sua fortuna si direbbe oggi, dal momento che nella celebrazione posteroica di un sentimento neospartano di una capacità militare che non esprimiamo, perché manca una politica che si assuma responsabilità precise, ci limitiamo a celebrare top gun o parà senza paura.

Una mistica dell’eroismo che sembrerebbe collocarci sull’orizzonte di una gloria che dall’alto del cielo, o del lancio, sembra premessa di conquista, di vittoria, ma poi, messi gli scarponi e gli zaini a terra,  ci costringe a fare i conti non solo con quel mondo al contrario di cui si sono infarcite pagine di ferragosto, ma con la realtà disarmante del nostro quotidiano. Una realtà che ci vedrebbe, scarponi e zaini a terra, incapaci di tenere posizioni tattiche utili a dare almeno senso a strategie e a politiche credibili e che tali non sono. Ma non disperiamo. Alla fine, per una nazione gregaria che ha bisogno di eroi, ecco che ci salverà se non un politico, un generale o, perché no? Magari, trattandosi di mare, un ammiraglio.

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