"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Un risultato per chi non vuol vedere

Le primarie nazionali per la formazione del Partito Democratico, passando dalla designazione del suo Segretario nazionale, si sono trasformate in una sorta di acclamazione per il sindaco di Roma. Non è un risultato nuovo. Insomma, per chi vuole onestamente essere un intelligente osservatore, se non proprio un acuto analista della politica italiana ciò era già scritto.
 
Era nell’aria, come si dice, da tempo, dal momento in cui Veltroni ha scelto la strategia del profilo da sindaco abbandonando qualunque ipotesi di incarico di partito. Di fronte ad una sinistra che ha visto la propria formazione di maggioranza relativa in erosione da consensi come i Democratici di Sinistra non vi erano altre possibilità per affermare una nuova leadership. Non vi erano spazi possibili per chi si è accorto, in ritardo, che la transizione al Partito Democratico poteva rappresentare l’unica prospettiva di sintesi di un centrosinistra frammentato, alla ricerca di come far sopravvivere una cultura politica propria.
 
Una cultura politica sino a ieri affidata, nello stesso tempo, all’ambiguità popolare democristiana e, per quanto mitigata dalle vicende storiche dell’ex-Pc poi Pds, alla trasformazione in termini liberaldemocratici di un orizzonte socialista già molto diverso dal modello idealizzato dall’esperienza eurorientale. Di fronte ad un simile cambiamento ancora oggi vi è chi, dai veteropopolari sconfitti alla destra pseudopopulista, non vuole comprendere le ragioni del risultato con il quale si è realizzato, a sinistra, un consenso interessante.
 
Un consenso che supera l’esperienza democristiana e cristallizza la miopia di una destra incapace di rendersi altrettanto omogenea, per quanto possibile, proponendo un modello di sintesi alternativo, importante, utile, in fondo, a realizzare il bipolarismo che tutti dicono di volere. Che Veltroni fosse il leader designato del nuovo partito era evidente ma nessuno voleva crederci, né la destra né la sinistra postdemocristiana. Ingessato nella carica di sindaco per ben due mandati, volutamente lasciato fuori dalla politica di palazzo, sempre meno coinvolto nella storia recente dei Democratici di Sinistra, tutto questo ha affrancato la personalità del futuro segretario dalle vicende della politica dei partiti per costruire una nuova, si spera, politica dei consensi.
 
La stessa visione democristiana, limitata nella percezione del successo possibile, ha scoperto il confronto nella designazione della leadership soltanto quando il Partito Democratico si era presentato come l’ancora di salvezza dei Democratici di Sinistra e, per certi versi, l’isola felice di postdemocristiani transfughi da alleanze scomode con estremismi poco inclini alla mediazione tipica della piccola e media borghesia. Insomma, non ci sono novità nel risultato. Vi è soltanto una progressiva ragione storica che si afferma e che, molto spesso, per mancata capacità di analisi -o forse per poca capacità di voler approfondire quanto l’avversario stesse realizzando- l’attuale destra italiana dimentica presentandosi, oggi, superata politicamente dal proprio limitato modello relativo di aggregazione.
 
Limitata da un atteggiamento di sovrapposizione di personalità che non retrocedono, di espresioni politiche per le quali, qualunque sia l’appartenenza e il sentimento ideale del singolo elettore di destra, resterà un fatto, nella storia politica del Paese, che qualche milione di cittadini -e non sempre di sinistra- di età, estrazione sociale, opportunità economiche diverse, abbia voluto manifestare, con le code ai seggi di una consultazione su un progetto, una volontà di cambiamento.
 
Una volontà rivolta a chiedere senza tante logaritmiche formule di alleanza, il superamento di una certa politica anche non identificandosi nella proposta ideologica votata. Una volontà manifestata nel nuovo per costringere al rinnovamento l’altra metà del mondo politico, affinchè tale risultato possa essere utile per superare una destra unita e populista all’occorrenza, quando serve, ma divisa e frammentata, ancora oggi, nell’intimo delle proprie segreterie e ostaggio del culto di personalità forti tipiche dell’avversario di ieri. Ed è su questo che, paradossalmente, e se si vuole essere intellettualmente onesti come si conviene a degli analisti seri, si giocherà il futuro del bipolarismo e il raggiungimento di una completa maturità politica del Paese.

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