"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek

Il ministro mancato

In una possibile conversazione tra gentlemen dovendo dare un significato al perché si parla oggi di un problema ormai passato si ricorre all’incipit molto in voga del last but no least. Ovvero, dell’ultimo della serie ma non tale per importanza. Potremmo dire che è quanto si dovrebbe pensare leggendo un contributo in apertura di un feuilletton mensile pubblicato in Lombardia da un’associazione calabrese e distribuito in Calabria a titolo gratuito. Nel numero di maggio, infatti, vi è un articolo dal titolo “Negato alla Calabria un ministro promesso da Silvio Berlusconi”.
 
Tutti noi ricordiamo quando, soprattutto nell’happening di Cosenza, in campagna elettorale l’allora candidato premier disse chiaramente che nella nuova compagine dell’esecutivo, se avesse vinto la coalizione di centro-destra, come avvenuto, ci sarebbe stato un ministro calabrese. Una promessa elettorale, da mantenere forse, non onorata probabilmente per ragioni sicuramente valide o non valide, tuttavia una promessa mancata che nella sua grottesca dimensione rappresenta l’ennesimo non problema.
 
Certo le promesse andrebbero mantenute. Ma le promesse politiche, fatte da Berlusconi come da altri prima di lui, come quelle appartenenti ad un modus storico di fare della classe politica calabrese negli anni, dovrebbero essere triste patrimonio della nostra vita, del nostro disilluso quotidiano politico, della consapevolezza che ci dicono ciò che vogliamo sentirci dire o promettere per poi dimenticarsene subito dopo, a risultato acquisito, elettorale o meno che sia. Di fronte a ciò, credo che ci dovremmo porre, rispetto al dubbio dell’autore dell’articolo, delle altre domande. E, cioè, chi doveva essere il ministro calabrese? Quale ministero attribuirgli? Quale ricaduta aspettarsi da questo ministro? Quale peso politico un ministro calabrese avrebbe avuto nell’esecutivo per dare alla nostra regione quella credibilità e dignità ormai estintasi da tempo? Di quale classe politica ne sarebbe stato l’espressione?
 
Io credo che le false promesse siano il controvalore della poco seria affidabilità di una classe politica cangiante, camaleontica non solo nelle idee, che già sarebbe un risultato possibile e comprensibile, ma nella scelta degli schieramenti per consolidare spazi di autonoma, libera azione personale. In una regione divisa tra pochi eletti, da sempre, e una popolazione ostaggio di bisogni vittima delle facili aspettative credo che un ministro calabrese non avrebbe modificato nulla. Nulla di significativo in una realtà ingessata da logiche politico-clientelari che si perpetuano.
 
In una condizione di vuoto intellettuale sarebbe stato molto difficile scegliere un ministro tra i nostri candidati, dal momento che non abbiamo sentito alcun comizio elettorale, o vistane la partecipazione ad un qualsivoglia talk show preelettorale nel quale venisse presentato uno straccio di programma, una serie di azioni che dimostrassero l’esistenza di idee sul cosa fare per dare alla Calabria un destino diverso da quello di una cenerentola senza principe. Leggendo questo mensile, ci chiediamo, quindi, quale ministero sarebbe stato utile per la Calabria.
 
La Sanità, forse, peraltro non attivato, viste le condizioni dell’offerta e le vittime perché utile a moltiplicare posti di lavoro? Oppure il Welfare, nella speranza di trasferire politiche di impresa e di sostegno all’occupazione che non c’è a Sud? O, ancora, l’Istruzione, in fondo il ministero che nella storia democristiana ha garantito assunzioni a pioggia senza criteri di valutazione dei meriti, ma solo come collocazione di docenti stanziali? Oppure l’agricoltura, visto che non essendo una regione a vocazione imprenditoriale in termini di produzione e mercato, forse avremmo potuto contare, ma lo abbiamo fatto anche senza un nostro ministro in passato, su una serie di aiuti che si sono man mano persi nel sostenere le aziende di pochi e non destinati a creare impresa per altri? O i trasporti, ministero che abbiamo già avuto in realtà, nel cui ambito si sono fermate idee e capacità di progetto non solo per razionalizzare e rendere efficiente la viabilità interna e realizzare un’Alta Velocità ferroviaria da Napoli a Reggio Calabria, ma che non ha assicurato a Gioia Tauro quegli standard di sicurezza e di sostegno che hanno fatto si che la proprietà minacciasse il disarmo del terminal e il suo possibile trasferimento in Tunisia?
 
Credo che per molti di noi avere un ministro calabrese poteva significare qualcosa in termini di immagine e di credibilità di una terra. Ma dovevamo essere spettatori di una storia diversa, condotta da attori diversi. Immagine e credibilità si giocano e si risolvono nelle capacità, onestà intellettuale, progettualità e coscienza politica disinteressata di un leader. Certo, forse non è solo un vizio calabrese, ma la Calabria paga il prezzo della sua marginalità politica, dell’essere ancora oggi per la partitocrazia romana e lombarda terra di colonizzazione elettorale ed è per questo che diventa difficile pretendere non solo un ministro, ma tutto il resto. Insomma, non dovremmo meravigliarci di nulla dal momento che la mancata promessa berlusconiana è e rimane semplicemente una “licenza politica” utilizzata da altri, dalla sinistra alla destra, da Roma verso la Calabria e dalla politica calabrese verso di noi.

Articoli correlati

Befana con pochi doni

Voto a perdere

© 2006-2025 Giuseppe Romeo
È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.