"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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End Game. Europa, Stati Uniti: atlantismo agli sgoccioli e rese dei conti

End Game. Europa, Stati Uniti: atlantismo agli sgoccioli e rese dei conti

    Ci sono diversi modi di interpretare quanto accade nel mondo come nelle nostre vite, soprattutto quando il quotidiano non ha più a suo favore confini impermeabili che lo tutelano dalle intemperanze dei nostri vicini. Ci sono diversi modi per interpretare giustizia e democrazia andando ben oltre visioni e prospettive guardando con una sola lente le esperienze storiche altrui non quali sinonimi di diversità, ma quali aspetti negoziabili per lasciare spazio a desideri di egemonia. E ci sono diversi modi per definire il perimetro dell’amicizia e di quale significato tale parola si arma nel tempo soprattutto quando le alleanze, simbolo massimo di prospettive comuni e condivise, si spezzano di fronte all’egoismo di una sola parte.

    In questo mondo nuovo nelle sue relazioni politiche, economiche e di presunta potenza, la scelta di imporre un modello transazionale pensando di capovolgere a proprio favore quello di essere, in verità, un modello transizionale si pone come una sfida di comprensione. Se si vuole di riequilibrio dei rapporti di forza che rischia di portare anche il più forte sulla soglia di un precipizio e con esso coloro che hanno perdonato crimini evidenti e illeciti reiterati assumendo, peraltro, posture strumentali se non di comodo di un diritto, quello internazionale, la cui efficacia è stata resa vana proprio dai più suoi più strenui difensori.

    Nella celebrazione di un caos strumentale al mantenimento di un’egemonia debole e paradosso di sé stessa, quella statunitense, e le follie suicide di Tel Aviv che affida la sopravvivenza di Israele alla versione messianica di Netanyahu, l’idea che la guerra già in Palestina, poi in Iran e le aggressioni dell’IdF al Libano possa chiudersi senza scossoni è solo una mera illusione. Così come credere che si determineranno per effetto di una forza senza anima cambiamenti radicali in Iran o nelle prossimità d’Oriente dimostra quanto e in che termini, se non la geopolitica, la stessa geografia sia un affare ignoto a chi non ha la sensazione di quanto valga lo spazio oltre che il tempo nelle strategie militari e come il dominio fisico assorba più risorse di quanto non si immagini al di là dei costi netti degli sforzi condotti.

    Probabilmente basterebbe consigliare a leader poco accorti di leggersi almeno qualche aforisma su wikiquote tra uno slogan e l’altro per non perdere quel prezioso tempo potendo fare a meno, così, di istruirsi su manuali di storia o di relazioni internazionali, per comprendere come e in che termini la guerra e la pace non sempre garantiscono potere nel tempo. Così, ad esempio, ricordando un Churchill a volte più intellettualmente onesto con se stesso di quanto si possa immaginare per il quale «quelli che sono in grado di vincere una guerra possono raramente realizzare una pace conveniente, e quelli che possono realizzare una buona pace non hanno mai vinto una guerra, probabilmente tutto sarebbe molto più chiaro». La stessa Conferenza di pace di Parigi del 1919-1920, che doveva regolare i destini d’Europa e del mondo dopo la Grande Guerra, dimostrò questo molto chiaramente.

    Oggi, dopo due guerre mondiali e diverse crisi a metà strada tra le ragioni dell’Occidente democratico e di un Oriente autocratico e cattivo, le previsioni atlantico-olandesi di una prossima guerra tra Russia e Nato (quale Nato e con chi?) si leggono le parole di un Rutte che afferma che la maggior parte dei Paesi europei ha sostenuto l’attacco preventivo scatenato da Stati Uniti e Israele. Un sostegno a una scelta presa da Washington senza alcuna consultazione con gli alleati atlantici, quindi legalizzando un illecito, il tutto svuotando di significato invece di incentivare l’esistenza stessa della Nato e delle stesse Nazioni Unite.

    Una dichiarazione, quella di Rutte, che trasferisce sul piano della lealtà all’Impero l’idea che si possa credere a standard diversi nell’affermare ciò che è giusto per il proprio dominus e ciò che lo è per gli altri. E però, bisognerebbe ricordarsi che anche gli imperi crollano e la stessa Roma lo ha dimostrato laddove la sua longevità nel tempo fu dettata solo da due condizioni: la prima, il rispetto dell’altro in termini giuridici, di cultura e romanità acquistabile attribuendo significato ad un universalismo ancora oggi solo imitato e malamente; la seconda, la qualità se non il rispetto delle leadership dal momento che l’abbattimento del valore si trasforma nella patologia di una fine.

    Ed è proprio in quest’ultimo aspetto che vede trionfare quel massimo egoismo e quella peggiore qualità delle leadership con cui si giunge alla perdita del buon senso, alla mistificazione del vero e alla declinazione di fatti che privano la realtà di una lettura ragionevole e risolutoria. Anche il mito della guerra preventiva nella sua legittimazione di ritorno, lecita solo se condotta da una parte del Mondo Libero e illegittima se annunciata da altri ha il suo epilogo allorquando un Dwight David Eisenhower avvertiva che «Quando vi parleranno di guerra preventiva, dite loro di andare a combatterla da soli. In seguito alla mia esperienza, sono giunto a odiare la guerra. La guerra non risolve nulla». Al netto del fallimento della capacità militare statunitense, è quel narcisismo strategico che nella supponenza da egemone sceglie la schizofrenia da potere, che sembra dettare l’agenda di Trump, nascondendo le debolezze di un endorsement poco incline a leggere il mondo nella sua complessità. Tutto questo, pensando che si possano replicare le regole compulsive da Far West che montano anche nelle forme di una nuova Capitol Hill al contrario, questa volta attentando al presidente statunitense, in un mondo che vede il Far East porsi a regista del futuro. Esiste, allora, una sindrome geopolitica di Münchhausen per la quale gli stessi Stati Uniti di Trump si dimostrano vittime di un malessere voluto da una superpotenza ferita, incapace di reggere il peso di una complessità che rischia di determinarne se non la fine di certo di collocarla ai margini dei destini del mondo.

    D’altra parte, di fronte al fallimento del secolo americano come prefigurato dalla corrente neoconservatrice, gli Stati Uniti di Trump, convinti di riprendersi il proprio ruolo mettendo da parte il delirio dovuto alle difficoltà di un Biden già vittima delle percezioni confuse della propria esistenza, ha tentato la carta di manipolare un conflitto. Pensando che dominare l’instabilità fosse una prova semplice e pagante nel breve termine, ha giustificato l’idea di una missione universale che tanto piace al mito della nuova Gerusalemme a stelle e strisce da contrapporre prima alla Terza Roma e poi al resto dell’Asia passando per Teheran. Trump, insomma, gioca ad assumere il ruolo di vincitore e di finta vittima e, nello stesso tempo, si trasforma in manipolatore e giudice se non salvatore o nuovo Messia di un Occidente, o di ciò che ne rimane, collocando la sua persona al centro di relazioni politiche la cui compulsività va ben oltre l’immaginario.

    Insomma, alla fine, il presidente degli Stati Uniti, costretto a dover tradurre in lecite azioni -manifestamente censurabili sul piano giuridico oltre che morale- prova, favorendo negoziati a senso unico nelle periferie dell’Impero come il Pakistan, a rimuovere le proprie insicurezze. Limiti di previsione e di conseguenze possibili che sono dettate dallo stallo nello Stretto di Hormuz, dallo scaricare le proprie paure su un atlantismo poco riconoscente come se il trattato dell’Atlantico del Nord legittimasse l’assistenza a un membro anche qualora costui assuma le vesti di aggressore e non viceversa. In questa pantomima poco elegante per una grande potenza ci pensano gli europei a cercare di mitigare la furia di Donald dimostrando che la sindrome del barone più famoso del mondo si dimostra estremamente contagiosa, soprattutto se ad essa si sovrappone anche quella di Peter Pan cui probabilmente molti leader euroconvinti all’ultimo Consiglio europeo di Cipro sembrano presentarne i sintomi.

    E non si tratta di verificare quanto e in che misura si riesca a manipolare la percezione internazionale per ottenere vantaggi strategici -nascondendo la responsabilità della crisi- quanto di essere ormai consapevoli che la patologia si manifesta nella volontà di difendere strategie comunicative fondate sulla produzione di false relazioni. Questo, per Trump, per giustificare il proprio comportamento, per ciò che resta di una lealtà europea di comodo che passa sopra eccidi, violenze e aggressioni che vedono il Mondo Libero muoversi con carta sempre meno bianca e con il rischio di uscire da quella stessa storia, economica, politica e giuridica oltre che culturale che aveva contribuito a creare nei secoli mentre Russia e Cina aspettano solo il momento migliore per chiudere la partita e aprire i giochi ad altre latitudini, di certo non europee.

 
Riassunto by Google IA
 

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