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"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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Se (ri)negoziare tutto è necessario

Se (ri)negoziare tutto è necessario
     Ci siamo. Il presidente senza mandato ucraino è pronto a negoziare. Putin anche, pur eccependo la non legittimità a rappresentare il popolo ucraino e le ragioni di Kiev da parte di un presidente il cui mandato è scaduto e non è stato rinnovato. In questi anni, un pensiero dominante a proprio uso e consumo ci ha abituato, o ha provato a farlo o continua ancora nonostante tutto, che la Russia fosse giunta al giro di boa di una storia millenaria ma il cui destino, almeno dal 1990 in poi, fosse passato nelle mani dell’unico sopravvissuto quale egemone politico ed economico: l’Occidente euroatlantico.
 
     Una convinzione che si è man mano alimentata nelle certezze degli Stati Uniti, e nelle vanesie europee che la storia fosse finita e che gli ultimi uomini sarebbero stati coloro che avrebbero riconosciuto o si sarebbero riconosciuti nell’unico ordine possibile: quello a stelle e strisce e suoi discepoli. Lo si era capito già nella formula ambigua della Partnership for Peace e nelle sue finalità sin dai primi anni Novanta del secolo scorso. Un secolo definito “Breve” da un noto storico-politico britannico ma che, al contrario, visto il suo trascinarsi ancora nei primi decenni del nuovo Millennio sembra essere ancora lungo.
 
     E lo si era capito quando gli Stati Uniti, e la Nato per loro emanazione, avevano promesso ufficialmente e non solo che essa non si sarebbe allargata ad Est di un solo centimetro. Una promessa riconosciuta dallo stesso Gorbaciov e da James Baker ma che, per la memoria contemporanea ormai sempre più a breve termine, non avrebbe valore non essendo stata formalizzata in un trattato. Eppure, al di là delle precise indicazioni di Mary Sarotte contenute nel suo Not One Inch del 2021, pubblicato quindi in un tempo non sospetto per essere tacciato di filoputinismo, sarebbe bastato rileggere il trattato del 12 settembre 1990, peraltro firmato a Mosca il cui titolo era di per sé chiaro e, con esso, anche i contenuti: Trattato sullo stato finale della Germania.
 
     Noto anche come trattato 2+4, ovvero le due Germanie e le quattro potenze che negli anni ne avevano guidato i destini per eredità della seconda guerra mondiale, il testo fu firmato oltre che dai rappresentanti di Francia, Germania Est, Gran Bretagna anche dagli Stati Uniti nella persona di James Baker, dal predecessore di Merkel e Merz, Hans-Dietrich Genscher e da un Eduard Shevardnadze per l’allora ancora per poco Unione Sovietica che di certo non rappresentava una continuità con il passato delle nomenclature del Cremlino. Un trattato che riconosceva la riunificazione tedesca ma anche le condizioni alle quali tale riunificazione avrebbe dovuto rispondere a sua stessa garanzia. Il trattato 2+4, infatti, al di là della disciplina della riunificazione e sovranità della Germania e pur riconoscendo l’atlanticità della nuova Germania unita sanciva le condizioni per le quali non solo si limitava a non più di 350.000 il numero degli effettivi di tutte le forze armate del nuovo Stato tedesco, ma anche l’abbandono del suolo della Germania unita da parte di forze armate non tedesche e l’impegno di Berlino a non ospitare reparti organici e sistemi d’arma non strettamente necessari per la difesa nazionale. In altre parole, l’atlanticità sopravviveva, è vero, come riconoscimento di una piena sovranità del nuovo Stato nel decidere le proprie alleanze, ma in un quadro strategico futuro che non avrebbe visto la Germania stessa porsi come piattaforma per nuove riconfigurazioni degli equilibri continentali che non avrebbero garantito sicurezza e stabilità ad un continente in forte evoluzione. Ma non solo. Il trattato 2+4 riconosceva agli Stati Uniti l’essere garanti di tale processo con l’impegno di favorire un nuovo dialogo tra vecchi competitor.
 
     A tali previsioni sarebbero seguite ben presto nuove e scelte politiche che, alla fine, al contrario, non avrebbero soddisfatto non solo i termini giuridici delle previsioni del 1990 ma neanche i termini diplomatici dal momento che, alle rimostranze di Mosca che riteneva che Partnership for Peace fosse l’anticamera di un allargamento a Est della Nato, gli Stati Uniti risposero che non era questa l’intenzione facendo credere che al partenariato avrebbero potuto partecipare anche la “nuova” Federazione russa di Eltsin. Ricorderemo l’invio di forze russe a presidio dell’aeroporto di Pristina e il rischio di uno scontro con le forze atlantico-olandesi evitato più per intelligenza del comandante russo che non del suo omologo atlantico. Ma il disegno era ormai chiaro. Era così chiaro che lo stesso Founding Act del 27 maggio 1997 che doveva rappresentare una nuova possibile iniezione di fiducia tra Mosca e Nato per un’apertura a Est, pur istituendo un Consiglio Congiunto Nato-Russia si presentò ben presto per quello che era: uno specchio per le allodole eltsiniane convinte non solo di reiterare una presidenza discutibile, ma anche che l’egemonismo Usa fosse un ricordo del passato, anche se recente e che la difesa di una presidenza per quanto debole avrebbe soddisfatto le pretese statunitensi di conquistare l’economia russa.
 
     Il fallimento dell’Accordo di Parigi, unito al Vertice Nato di Washington del 1999, nel quale la Nato si preoccupò di svuotare di significato l’idea che potesse affermarsi, in un quadro di maggiore autonomia politico-strategica, una Identità Europea di Sicurezza e Difesa (ESDI – European Security Defense Identity) avrebbe chiarito quanto, in che misura e in che termini l’allargamento era già deciso. Così deciso e conveniente, che le stesse vecchie leadership dell’Europa dell’Est, sopravvissute a un passato prontamente rinnegato, erano già pronte ad abbandonare il libretto di Marx per sbandierare una nuova idea di democrazia non più popolare, ma votata al mercato e ai nuovi capitali.
 
     La ruota della storia proseguì a girare e dall’allargamento a Est la partita verso il dominio continentale - in chiave di nuovo egemonismo neoconservatore erede dell’idea di Brzezinski della fine della Russia quale contropartita per un ordine unipolare - non poteva che guardare al Caucaso, alla Georgia e al possibile smembramento della Federazione russa. L’idea che si potesse riscrivere la Storia e che i vecchi protagonisti ormai con l’abito nuovo potessero ritagliarsi nuovi spazi e nuove ricchezze ha capovolto anche i termini e i ruoli dell’unico attore che poteva fare la differenza: l’Unione europea.
 
     In una corsa a compiacere l’alleato dominante e convinti di una possibile riconoscenza, l’Unione europea non solo non percepì i nuovi termini di collocazione di Washington, ma non si dotò ieri, e neanche oggi in verità, di una propria visione per un allargamento che avrebbe dovuto presentarsi come il veicolo principale di coesione e solidarietà tra Stati europei e piattaforma necessaria per un partenariato con la Federazione russa. A distanza di anni e di fronte alla fragilità delle relazioni con la Russia, l’Unione europea non comprese neanche come l’assicurazione offerta alla Merkel da parte americana che al Vertice di Bucarest del 2008 non sarebbe stato proposto l’allargamento della Nato a Georgia e ai Paesi del Caucaso era solo una dichiarazione di circostanza. Vertice durante, gli Stati Uniti manifestarono, infatti, un’idea diversa, favorevole, al contrario di quanto promesso, a proseguire nell’allargamento della Nato vista quale proiezione degli interessi americani nella nuova Europa “democratica” e post-popolare dell’Est.
 
     In questo gioco al rialzo, dove la fiducia e la correttezza tra alleati si è presentata come un valore non necessario, falliscono anche gli Accordi di Minsk 2 nei quali la soluzione alla questione Donbass era di per sé il riconoscimento di una maggiore autonomia alle province russofone alla stessa stregua del modello italiano di autonomia riconosciuto al Sud Tirolo. Ma tra promesse varie di non sostenere colpi di Stato di vario genere in Ucraina o in un altrove post-sovietico, e le intemperanze della Nuland verso i partner dell’Unione - manifestata con una frase dal significato eloquente a quanto pare dimenticata - i giochi erano ormai fatti, e l’idea di superare una Guerra Fredda a unico partito restava la vera affermazione di un’idea di supremazia oggi, a risultati sul campo, molto discutibile.
 
     Insomma, si potrà anche decidere su come e in che misura giungere alla fine di un conflitto che non doveva esserci, e si potrà anche credere che Kiev possa accontentarsi di far parte della Ue, a neutralità dichiarata e garantita, rispetto al far parte della Nato. Ma al di là del fallimento degli Stati Uniti, i conti con in valori fondamentali tornano. Ovvero, come e in che misura si potranno ritenere soddisfatti i criteri di Copenaghen necessari per l’adesione di Kiev all’Unione una volta che il conflitto si sarà concluso da parte di uno Stato che in termini di tutela delle minoranze di certo non ha espresso negli anni anche un solo timido tentativo di attenervisi? E da quale Minsk si vorrà ripartire, o come e in che misura si potrà riconfigurare un’idea sostenibile di sicurezza continentale senza tornare al punto di ripristino rappresentato dall’Accordo di Parigi del 1997?
 
     L’ormai non-presidente ucraino ha un buon dire circa la necessità di negoziare con la Federazione russa vista la nuova strada presa da Washington, considerate le promesse europee non mantenibili senza pagare costi troppo alti per ogni Paese-parte. Probabilmente solo i Paesi del Baltico sono convinti che lo spirito di rivalsa nei confronti di una Russia che non c’è più - e delle cui nomenclature non ne hanno poi disdegnato di farne parte - permetta loro di rialzare la posta sfruttando l’ucrainizzazione dell’altra Europa a proprio uso e consumo. Ma è anche vero che se sono ragioni di vendetta storica a dirigere le politiche delle tre capitali probabilmente la storia rischierà di abbandonarle al loro piccolo destino.
 
     La verità è che, alla fine e dopo centinaia di migliaia di morti inutili, L’Occidente dovrà considerare che la potenza non può più essere espressa solo in termini di quantità, identificandola nei mezzi, nelle sanzioni, negli armamenti, nella propaganda smisurata, ignorando che ogni ordine geopolitico sopravvive solo finché possiede un principio interno capace di legittimarlo. D’altronde, se per Carl von Clausewitz la guerra non è mai autonoma - perché essa è sempre lo specchio della qualità della politica che la genera - va considerato che è il vuoto strategico che andrebbe colmato da una Unione europea ancora oggi poco incline a riconoscere i propri errori, molto presa a celebrare se stessa riarmandosi senza criterio e senza orizzonti.
 
     Probabilmente la fine del conflitto tra Russia e Ucraina dipenderà dalla capacità dell’Europa che conta di avere l’umiltà necessaria per definire non solo una strategia, ma per ridarsi un fine storico coerente. Credere, ad esempio, che la fluidità del tempo possa sostenere una linea politica che si antepone alla Russia senza sapere quale civiltà si voglia preservare, rappresenta, al di là degli errori del Cremlino, il momento più drammatico e pericoloso per tornare a esplorare abissi ancora non più profondi. Questo perché l’Europa continua a muoversi come se fosse ancora una protagonista della Storia mentre, a oggi, è già periferia geopolitica.
 
     L’Europa, quella del tempo degli imperi e del già defunto impero laico chiamato Unione europea, non rappresenta più un centro ordinatore perché si è ridotta a essere solo uno spazio di competizione tra ciò che sopravvive dell’idea dell’impero americano e l’asse eurasiatico. La prospettiva eurasiatica si pone con una propria visione, una propria interpretazione delle prossime gerarchie mondiali dotandosi di una pazienza strategica, lasciando all’Occidente di scegliere il momento nel quale uscire definitivamente di scena. Un Occidente che alla pazienza risponde scomposto e compulsivamente con un comportamento tipico delle civiltà giunte al termine della loro esperienza storica e che credono che un azzardo dell’ultima ora possa capovolgere i termini di relazione: in questo caso, ad esempio, sperando che un Putin possa crollare senza considerare che Putin non rappresenta che un accidente di una Storia colpevolmente rimossa.
 
     Un Occidente che dimentica che tecnica non sempre è sinonimo di potenza così come nessuna qualità economica della vita può sostituirsi ai valori morali ed etici cui si ispira un’esistenza, una civiltà, come le narrazioni omologanti non segnano un destino storico. Probabilmente, per chiudere la partita tra Unione europea-Nato-Ucraina e Russia non è necessario solo un cambiamento di paradigma strategico ma morale, etico, storico… e di destino.
 
Riassunto by Google IA
 
 

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