
Scrivere di un evento di tale portata invita molti analisti a sporgersi al di là della finestra prima che l’orizzonte si schiarisca. Ognuno preso a guardare lontano con proprie lenti cercando di emulare un Nostradamus del suo tempo mettendo in gioco capacità predittive da notizia del giorno. Ognuno ha pensato che Trump o Putin non avessero molto da fare in un 15 agosto abbastanza assolato in Europa e anche altrove, per decidere un buon incontro tra amici sperando nel fresco dell’Alaska. In quell’Anchorage che segna nostalgie da Guerra Fredda e ricordi di una storia comune. Di una terra russa venduta per necessità economica dall’impero dello zar agli Stati Uniti con quell’Alaska Purchase Act del 1867 per avere buoni utili da investire nella competizione in Asia centrale e nel Pacifico con il Regno Unito. Ma non solo.
L’Alaska accomuna gli uomini del Grande Nord con gli uomini delle steppe. Una prossimità che rende l’Orso americano prossimo a quello russo, dimenticando per una volta la rapacità dell’aquila bicolore. Una sede molto più evocativa di una Roma o di una Parigi inflazionate, entrambe, da una diplomazia stagnante, cerimoniosa, quasi noiosa. Poco adatte per un incontro nel quale il realismo avrebbe giocato un ruolo determinante al di là di ogni inchino e al di fuori di possibili comparse di contorno. Una scelta che ha tolto anche dall’imbarazzo sia Roma o in un altrove europeo che avrebbero dovuto fare i conti, nel caso, se dare attuazione al mandato di cattura della Corte Penale Internazionale nei confronti del presidente russo o se, al contrario, assicurargli un’immunità a termine, come recenti esempi hanno dimostrato possibile. Ma non è stato questo l’argomento della riunione d’emergenza voluta dalla von der Leyen e dalla Kallas con i ministri degli esteri dell’Unione ormai consapevoli di non contare nulla in una partita da esclusi.
L’occasione per l’Unione europea di fare la differenza si è persa il giorno dopo dell’avvio dell’operazione speciale russa anche se in onestà, se questa fosse un valore, ma anche prima se si dovesse ricordare come e in che misura gli accordi di Minsk furono fatti fallire e a vantaggio di chi. Se la von der Leyen fosse volata a Mosca il 25 febbraio 2022 oggi ci sarebbe stata lei al centro. Invece nel servire un Biden a scadenza e nel non tener conto che l'interesse americano muta rapidamente nella storia ha condannato l’UE a essere spettatrice di ultima fila che, non volendo, potendo, guardare con nitidezza quanto gli si è presentato davanti ieri, inutilmente critica e inutilmente sgomita oggi per conquistare un posto nelle prime file. Il messaggio, comunque vada, è chiaro. Questa UE non ha posto nella politica globale. E, adesso ogni testata giornalistica europea fa la corsa a minimizzare ogni passaggio di un incontro senza pari dalla fine della seconda Guerra mondiale, buttandola sul nulla di fatto quando, negoziando a questo livello di vertice, nulla si chiude mai con un nulla di fatto.
La verità è che le cancellerie europee restano affascinate dalle vecchie parrucche di sempre indossando, volta per volta, marsine di colore diverso per ammaliare il proprio dominus, accreditando la propria autorevolezza su un uso del politichese diplomatico d’occasione sino al limite dell’ironico se non del tragico, mentre il mondo gira sui fatti e su chi i fatti li fa.
Gli Stati Uniti senza la Russia rischiano un isolamento globale senza avere più le risorse e la credibilità finanziaria per sostenere l'essere una potenza globale, consapevoli che nessun conflitto - per quanto al massimo della capacità militare esprimibile - sarà mai risolutore. Questo a Trump è sin troppo chiaro al di là della sua immagine, delle sue provocazioni o dei suoi coloriti ultimatum da mercato. Così come è chiaro a Trump, che gli Stati Uniti o si apparecchiano un posto a tavola con Cina e Russia o sono fuori; soli, isolati e convinti che l’Europa di oggi non può essere null’altro che un buon servitore, un buon consumatore di prodotti made in USA, ma non un alleato capace di impegnarsi in una lotta mortale.
Ad Anchorage gli Stati Uniti di Trump si presentano convinti di aver comunque raggiunto un buon obiettivo seppur collegato a quello principale mancato dall’amministrazione Biden: la fine della Federazione russa e la conquista delle risorse. E, cioè, mettere fuori gioco l’Unione europea evitando il rischio che UE + Russia diventassero un pericolo economico-commerciale nei prossimi anni andando ad aggiungersi alla Cina. Questo, riducendo l'Europa a essere un vassallo più di quanto non lo sia stato in passato, superando ogni limite di decenza e, per gli Usa, senza porsi alcuno scrupolo nel dichiararlo. Putin dal canto suo, alza la posta con il nemico di ieri sperando di vincere la partita della sopravvivenza della Russia come esperienza storica, oltre che attore geopolitico da par in parem.
Spiace per von der Leyen, per Metz, per lo stesso Macron e per un Rutte che credeva in mon oncle d’Amerique, per i baltici e per chi ha sostenuto una lettura parziale della crisi e delle volontà di Washington, ma questa UE servirà la crescita degli Stati Uniti, mentre Trump e Putin guarderanno alle fonti artiche, alla condivisione dello spazio, a come trovare punti di incontro per essere protagonisti paritari con la Cina, per quanto ciò possa essere indigesto per gli USA, come non sovrapporsi economicamente nelle rispettive aree economiche di riferimento. Per gli europei, resta la possibilità di giocare a un Risiko domestico, impegnandosi, tra una mossa e l’altra, a rilasciare dichiarazioni scombinate e compulsive.
Diceva qualcuno, se il tuo nemico non lo puoi combattere è meglio farselo amico in qualche modo. Il realismo politico vince, le chiacchiere, gli abbracci come le strette di mano televisive perdono. Non si pretende che le diplomazie e i leader europei si impegnino a studiare. In fondo, hanno buoni consulenti che vivono nei paraggi delle scrivanie e dei corridoi. Non credo si possa pretendere che si leggano i classici della strategia o della scienza politica. Utili per superare un esame o buoni per una citazione per fare bella figura. Non credo che valga neanche la pena di suggerire la lettura del libro di Charles A. Kupchan, How Enemies Become Friends: The Sources of Stable Peace del 2012 (Come trasformare i nemici in amici (che esplora le dinamiche che portano alla trasformazione di relazioni conflittuali in relazioni di cooperazione e amicizia tra gli Stati).
Ad attenti sacerdoti della tecnopolitica, basterebbe solo consultare l’AI di Google - esercizio facilmente eseguibile da sotto un ombrellone - in questi tempi moderni e avrebbero potuto chiarirsi al meglio quanto sarebbe accaduto. Infatti, se si avesse avuto questa banale accortezza lanciando una parola chiave di circostanza avremmo avuto questa risposta: l'espressione «se non puoi combattere l'avversario, fattelo amico è un proverbio che suggerisce di cambiare strategia quando si affronta una situazione difficile o un avversario insuperabile. Invece di continuare a lottare invano, è più saggio cercare di trovare un terreno comune, allearsi o trasformare il nemico in un amico. Questo può portare a benefici inaspettati e risolvere problemi che sembravano insolubili».
E, nell’essere ancora più generosa per una possibile utenza interessata, l’AI di Google ne specifica gli ambiti. Così, ad esempio, circa la gestione dei conflitti l’AI suggerisce: «Invece di perpetuare una disputa, si può cercare un compromesso o una soluzione che soddisfi entrambe le parti». Circa la strategia politica o militare, «Storicamente, questa frase riflette una strategia pragmatica che prevede di trasformare un nemico in un alleato o di sfruttare le debolezze dell'avversario a proprio vantaggio». E, cioè, AI dixit, facendo estrapolare algoritmicamente e correlazionando ciò che le nobili menti europee non sanno più fare, un Clausewitz o un Sun tzu o chi si vuole per giungere alla conclusione che: «in sostanza, l'espressione sottolinea l'importanza della flessibilità e dell'adattamento di fronte alle sfide. A volte, la soluzione migliore non è quella di combattere ad oltranza, ma di trovare un modo per coesistere o cooperare».
Ma, purtroppo, a condizioni e risultati dati, ci si rende conto che forse anche usare l’AI al meglio richiede una dose di accortezza che nella complessità dei ragionamenti da dozzina dei vertici europei manca da tempo.
Riassunto by Google IA