Gli Stati Uniti, il sacrificio (assistito) dell’Europa e il resto del mondo

Agosto è un mese particolare per la storia dell’umanità. Lo è stato nell’epoca classica nel presentarsi come il tempo di Augusto nell’essere il mese del riposo, delle feste e della mondanità senza pensieri. Ma è anche il mese di momenti della storia che hanno contrassegnato fatti che hanno determinato ferite profonde nell’animo dei popoli, ancorandone il destino alla tragicità della vita, magari espressione di un desiderio di potenza che nelle spire delle temperature estive abbandona i freni dell’inverno o supera i miti consigli di una primavera al termine.
Lo è stato così, in tempi non ancora troppo lontani, per la Grande Guerra. Una guerra diventata man mano “grande” nel suo coinvolgere anche spazi lontani, legati alle rispettive madrepatrie ma che in Europa fece scendere di colpo il sipario sulla spensieratezza della Belle Époque. O fece, altrettanto, tornare alla realtà del dramma chi sotto il sole del tempo assaporava l’idea di vacanza sia sul Baltico che lungo le coste italiane e francesi svegliati dal tuono dei Cannoni dell’agosto del 1914. Ma agosto è anche il mese di svolta della Seconda Guerra mondiale.
È il mese delle grandi decisioni, non quelle dei totalitarismi ormai collassati su se stessi e spinti nel baratro della storia dalla rivolta dei popoli oltre che dalla sconfitta delle armi, ma delle nuove potenze che il 2 agosto 1945 a Potsdam, a completamento della primavera di Yalta, chiusero quegli accordi attraverso i quali avrebbero ridisegnato la geografia dell’Europa e non solo del nostro continente, definendo nuovi rapporti di forza e nuove divisioni.
È il mese della Bomba. Quella strana creatura tecnologica che il 6 e il 9 di agosto 1945 avrebbe polverizzato una umanità anestetizzata dal dramma di una guerra ormai divenuta vecchia, da quel giorno, nei mezzi e nei modi. Una umanità incredula, afflitta da un conflitto ormai giunto al termine della sua ecatombe per vedere inaugurare una nuova possibilità di apocalisse.
Insomma, agosto, con il suo vento caldo sembra non avere insegnato nulla ancora oggi sui rischi che si corrono nel non voler guardare al passato. Per evitare di piangere un futuro che si appresta a essere pericoloso nel vedere crollare quelle piccole conquiste ottenute dal combattere e non combattere una Guerra Fredda che nel caldo delle estati delle crisi del nostro tempo ha cercato di avvertire che il freddo dell’inverno nucleare, ricordato da Moravia, può sollevarci per l’eternità dal caldo estivo.
In questa prospettiva, l’idea di poter alzare la posta sul piano della contrattazione militare muovendo sottomarini al di là del Bosforo o assistendo allo schieramento di nuovi missili destinati a colpire quell’Europa fragile ma presuntuosa - che fa finta di avere i muscoli a Bruxelles e poi si sfilaccia davanti alle intemperanze del dominus d’oltreoceano - rischia di far fare all’Europa la fine del topolino ma, questa volta, finito tra le unghie di ben tre competitor pronti a giocare la sfida della vita sulla pelle del Vecchio continente. Quei Tre imperi di Parag Khanna che si giocheranno le sorti del nuovo ordine mondiale.
D’altronde, sembra ormai consolidato che la manipolazione dei valori e il capovolgimento della verità si risolve sempre di più in una distorsione dei fatti, nel condizionare le democrazie occidentali sempre più in balia di vere e proprie oligarchie che ne traducono gli assetti da democratico-rappresentativi in post-democratici. Che cosa sia la democrazia, che cosa sia la libertà, che cosa sia il rispetto delle minoranze e dei diritti sembrano domande che possono avere risposte diverse e, per questo, legittimare azioni diverse anche per quell’Europa che pretende di insegnare a un mondo che non vuole più apprendere verità assolute e unilaterali.
Per questo, non è certo fuori luogo azzardare, se non ammettere meglio, che per quel “Terzo Mondo” dei Brics che Trump cerca di riconquistare a suon di dazi e a spese dell’Europa, il rischio di diventare nuovamente una pedina degli Stati occidentali è più pericoloso che costruire e/o consolidare nuove relazioni paritarie con Stati come la Russia e la Cina.
Per il mondo non-occidentale, infatti, è sin troppo evidente che il doppio standard non è più una distorsione ma una condizione che l’Europa cerca di sostenere per fare buon viso agli Stati Uniti e non perdere la garanzia del protettore. Ma la maschera è caduta, e il non riuscire più a nascondersi dietro un perbenismo di circostanza ha lasciato che quel poco di credibilità rimasta alla civilissima Europa franasse in nome dell’ipocrisia più manifesta.
Due pesi e due misure diventano, attraverso le crisi russo-ucraine e israelo-palestinese, null’altro che il pilastro di una insostenibile architettura morale dell’Occidente. Di un Occidente che parla di Stato di diritto ma che oggi seleziona i morti tra coloro che meritano protezione e coloro che non la meritano. Una selezione grottesca che rappresenta il fallimento più profondo della politica estera di una Commissione e, quindi, dell’Ue e la negazione dei valori fondamentali su cui si è costruita l’architettura di principio dell’Unione.
La differenza, infatti, e la consapevolezza che sottende e sostiene questa certezza, è data dal ritenere che la differenza risieda nel fatto che se Mosca e Pechino affermano di essere ancora espressioni di sovranità identitarie, difensori di propri diritti e di proprie storie, l’Occidente euroamericano si sposta, al contrario, sempre di più, su una dimensione post-sovrana. Una postura, quella euro-americana, dove l’obiettivo è quello di creare una rete di Stati-clienti cui lo stesso Trump affida la sopravvivenza degli Stati Uniti quale potenza globale, ancorando con la strategia dei dazi i destini delle economie degli stessi Stati europei.
Un aspetto molto interessante se si pensa che ciò riporta alla memoria la necessità di ricostruire un nuovo ordine economico a premessa di un nuovo ordine politico che dovrebbe vedere proprio l’Europa porsi come promotrice, ad esempio, di un nuovo Gatt (General Agreement on Tariff and Trade) che possa non solo ricollocarla al centro della vita economica mondiale, ma ripristinare regole di scambio più eque e sostenibili, difendendo l’obbligo e la validità del principio di non discriminazione se l’idea di un libero mercato è ancora un valore di sistema e non uno slogan d’occasione.
Probabilmente, oltre alla pace tra Russia e Ucraina e oltre la soluzione della crisi tra palestinesi e israeliani, si dovrebbe scrivere una nuova Carta dell’Avana per una governance economica globale che rimetta ordine e imponga regole anche a un Trump, così come rivedere, e in che misura, lo Statuto delle Nazioni Unite affinché possa rispondere alla domanda di un ordine condiviso costruito sul rispetto di regole certe.
Un ordine capace non solo di arginare il rischio della mezzanotte nucleare ma, anche, di evitare che si distruggano le ragioni e le opportunità economiche da porre alla base di una sicurezza e di una crescita equa per ogni popolo del mondo.
Riassunto by Google IA