"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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Una pace giusta?

La chimera di un’Europa senza memoria e senza credibilità
Una pace giusta
 
     La guerra sembra non insegnare mai abbastanza. Non insegnano le politiche che portano a un conflitto per incapacità di prevederne gli effetti delle scelte e non insegnano, a quanto pare, le storie dei protagonisti, le ragioni, vere o presunte, sostenibili o insostenibili. Non lo insegnano neanche i caduti e il sangue versato sui fronti europei che a distanza di due conflitti mondiali e una guerra fratricida nei Balcani sembra che la guerra sia il destino di popoli incapaci di dialogare ma, per buona parte, capaci invece di servire un padrone considerato generoso almeno sino a quanto i suoi interessi non cambiano. Sino a quando le traiettorie geopolitiche o, meglio, l’interesse economico, non muta.
 
    Le ragioni del conflitto russo-ucraino sono ormai ben note in Europa e anche oltreatlantico se non altro perché la dialettica e la capacità di vedere al di là delle lenti di governi che producono informazione - solo per etichetta considerabile come democratica - è ben declinata da politologi di tuto rispetto e che con molta difficoltà se non con ardita fantasia di piccola e imbarazzante leva, i media europei, e quelli italiani, tendono a screditarne una consolidata, loro malgrado, credibilità accademica espressa nei più prestigiosi atenei degli Stati Uniti. Sachs, Mearsheimer sono solo alcuni nomi che avrebbero dovuto significare qualcosa con le loro opinioni per l’Unione europea, permettendole di assumere posizioni di maggior cautela e precauzione invece di scegliere la via più semplice della sbrigativa dialettica amico/nemico. Ma non basta.
 
    Gli Stati Uniti, la politica estera di Washington è sempre stata il prodotto di un interesse dominante. Un interesse, per il quale si fanno scelte che tendono a realizzare ambizioni che mirano a consolidare quella cultura dell’egemonia sul mondo dettata dalla volontà di una Provvidenza che supera e fa proprio il suprematismo del popolo eletto per rideclinarlo nella realtà di una nuova dimensione nella quale la sintesi delle culture deve omologare, in un’indistinta massa di popoli, diversità che non soddisfano, altrimenti, le ragioni di un mercato al di sopra del singolo, delle comunità e della loro stessa storia.
 
    Nel gioco a ricostruire una egemonia in debito di credibilità, e di risorse, gli Stati Uniti hanno tentato la spallata alla Russia per impedire che si potesse realizzare uno spazio economico che andasse da Lisbona a Vladivostok, rappresentato da una divisa forte e competitiva come l’euro a svantaggio del dollaro. Un’operazione che avrebbe dovuto permettere a Washington di collocarsi a ridosso della Cina se fosse riuscito nell’intento, usando la Nato per far implodere la Federazione russa e estromettere la Ue da ogni competizione futura. Una scommessa finita come altre. Un azzardo come tanti ai quali gli Stati Uniti piace giocare sulla pelle degli altri. Kissinger in tempi non sospetti, affermò che «essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale». Una frase che per chi colloca al centro la conoscenza dell’interlocutore, se fosse capace di conoscerlo, farebbe riflettere e darebbe utili consigli prima di sposare cause che si pagheranno a prezzi molto alti.
 
    Insomma, Pokrovs'k è caduta. E ora che si fa? Sembra questa essere stata, e sembra restare ancora tale, la domanda di chi sul conflitto per difendere una libertà per un popolo che della libertà ne ha fatto un feticcio sui destini e libertà non garantite ad altre minoranze sembra essere quella più ricorrente. Una domanda che sa di sconfitta più che di sorpresa perché, nelle pieghe della storia era già tutto scritto ed è ancora tutto scritto, compresi possibili nuovi errori e futuri drammi. Probabilmente, nel discutere della pace si attenderanno proposte da SACEUR, se gli Stati Uniti vorranno dare risposta da questo livello di comando che è di loro competenza e non certo attribuito ai partner europei, ma forse si può ripiegare sui talk europei, italiani compresi, dove la strategia ha visto nuovi ed imperituri Clausewitz esercitarsi ogni giorno, ogni sera, mentre il sangue ucraino e russo e, quindi, europeo, lambiva terreni e argini del fronte.
 
    Un’Europa di scarsa memoria si è presentata in tutto il suo splendore, dove molti dei leader che elogiavano Putin in passato si sono esercitati a chi lo potesse denigrare di più perché così doveva essere. Pace o non pace, i morti ucraini - che sembrano anche le vittime di chi ha deciso che dovessero morire anche per gli oligarchi delle cronache ucraine - e russi dovrebbero chiedere conto a chi ha posto le premesse, voluto, mantenuto un conflitto in Europa che era evitabile. Un’ipocrisia consumatasi sul sangue da una Europa che non sa garantire sicurezza nelle sue città, che abdica a nuovi idoli e che per non far irritare l'(ex) alleato americano ha bruciato buona parte della sua ricchezza su un campo di battaglia inutile ed evitabile.
 
    Oggi la domanda è se esiste una pace giusta. Una pace che conceda non si comprende cosa allo sconfitto, laddove i termini del conflitto e della sua soluzione devono rispondere in maniera proporzionata ai sacrifici del vincitore che piaccia o meno ma questa è la storia e il prodotto di una guerra. Lo hanno fatto i francesi, gli inglesi, gli Stati Uniti, la Russia di Stalin e di sicuro non la Germania, purtroppo per la presidente della Commissione, condannata due volte dalla storia.
 
    Esiste una pace giusta? Lo credeva Wilson che auspicava che gli Stati Uniti, entrando in guerra nell’aprile del 1917, avrebbero combattuto «la guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre». Un’idea che avrebbe caratterizzato una corrente del liberalismo a stelle e strisce, quella wilsoniana, che prontamente lo avrebbe sconfessato anni dopo dal momento che gli stessi Stati Uniti, usciti quali unici veri vincitori in termini di potenza economica e negli anni anche militare, ci avrebbero ben presto preso gusto nell’assumere una posizione egemonica e di potenza, destinati da tempo dalla Provvidenza a guidare il mondo libero o meno libero che fosse.
 
    Ma anni prima con il trattato di Portsmouth del settembre 1905, nel porre i termini della pace tra Giappone e Russia promossa dal primo Roosevelt, il Theodore del big stick aveva già chiarito chi, in un prossimo futuro, avrebbe fatto la differenza. Tra chi avrebbe ristabilito un ordine mondiale più consono ai propri interessi, quelli americani piuttosto che europei, il tutto cercando di non andare troppo oltre la permalosità nipponica e senza umiliare la dignità di uno zar sconfitto in Oriente e in difficoltà rivoluzionarie in patria. La stessa pace, seguita poi alla resa di una Germania che sembra oggi aver rimosso i cimiteri che ha distribuito nel continente - e che ancora sembra insistere con Merz a credere che l’unica vera definitiva, e come no?, pace possibile sia quella che si respira tra le croci della storia di cui la sua stessa nazione ne ha contribuito a distenderne il macabro significato - fu opera di Stati Uniti e dell’allora Unione Sovietica. I primi, egemoni convinti, e i secondi troppo presi dal ricondurre sotto l’impero dell’ideologia e nel definire ogni relazione continentale secondo il metro personalistico di Stalin. Ma non basta.
 
    Alla Francia e al Regno Unito bisognerebbe ricordare, nel frattempo, come e in quale misura la fine dei rispettivi imperi si sarebbe già risolta nella crisi di Suez del 1956, nelle illusioni di mantenere una grandeur per Parigi già franata a Dien Bien Phu nel 1954 per poi crollare definitivamente ad Algeri qualche anno dopo. Momento, quello di Suez che di fronte all’azzardo di Nasser, quel Terzo mondo coloniale iniziava a credere di avere le carte giuste per potersi emancipare da un imperialismo europeo che neanche agli Stati Uniti, il che è tutto dire, non era di certo simpatico. E, anche in questo caso, la pace è passata per Washington e Mosca e non certo per Parigi o Londra o oggi Bruxelles nella sua peggiore rappresentazione di maschera di interessi altrui, meno che dei popoli d’Europa.
 
    Oggi, l’Unione europea rivendica un posto da protagonista in un conflitto che ha combattuto seguendo prima gli Stati Uniti neoconservatori e poi continuando sulla pelle degli ucraini, sostenendo un regime di dubbia legittimità. Ma è un posto che non le spetta avendo rinunciato sin dall’inizio delle ostilità ad assumere quel ruolo di principale negoziatore che lo spirito dei trattati del 1957 e delle successive ambizioni di affermarsi come fattore di stabilità continentale gli avevano riconosciuto e nel quale si doveva credere e sperare.
 
    L'Europa, ovvero la UE, può indignarsi quanto vuole. Per la Kallas le condizioni sono inaccettabili? Può sempre decidere di combattere e così regolare i conti con Mosca, ma dovrebbe spiegare come e in che misura abbia avuto un padre ministro comunista nella Estonia sovietica e oggi motivare questo cambio di direzione, questo odio poco riconoscente. E se è inaccettabile un tentativo di negoziato se non considerando solo le condizioni poste dall’Unione europea, che non conta caduti se non quelli altrui, bisogna ricordare che è inaccettabile, oltre che irresponsabile, aver provocato la Russia trattandola da pezzente.
 
    Inaccettabile è stato rifiutare ogni possibile negoziato dopo aver affondato Minsk e Istanbul, costringendo l'Ucraina a rifiutare ogni tipo di accordo (si ricordi Boris Johnson e Starmer, Stoltenberg o il nuovo Rutte). Inaccettabile è stata una diplomazia europea miope e supponente che dopo aver seguito pedissequamente le ultime ambizioni americane di ciò che restava della prospettiva neocon affidate a Biden, dopo essere stata abbandonata da Trump tenta di fare una voce grossa giocando sulla paura del domani.   Inaccettabile è aver permesso che il sangue di una guerra inutile corresse di nuovo sul continente come inaccettabile è l’aver usato il sangue degli ucraini, quelli onesti costretti a pagare gli errori e le ambizioni di pochi.
 
    Inaccettabile è aver bruciato risorse che avrebbero permesso di rilanciare l'economia europea e tutelarne la sua competitività, di migliorare la qualità della vita dei cittadini europei e di mantenere l'efficienza operativa degli strumenti militari europei di cui da oggi, e per i prossimi anni, non potremmo disporre Rearm-EU nonostante. Inaccettabile è il non aver avuto almeno un piano di controllo delle risorse affidate al governo ucraino per evitare fenomeni di corruzione che sembrano tutt’altro che occasionali.  Inaccettabile è l'improvvisazione, il dilettantismo dimostrato da leadership inadeguate non solo a portare avanti uno spirito europeista concreto, ma ad affrontare le prossime sfide da pari con Paesi che non intendono essere considerati secondi a nessuno.
 
    Oggi, coloro che rifiutano la proposta di Trump e sono alla ricerca di una «pace giusta», poi ricorretta in «pace dignitosa» e si speri non si trasformi in una pace obbligata e senza condizioni, dovrebbero spiegare perché ci sono voluti quattro anni e un milione di morti, per raggiungere un risultato che si sarebbe potuto raggiungere dopo sei mesi solo se gli Stati Uniti di Biden ma, soprattutto, una troppo compiacente Unione europea l’avessero voluto. Bisogna spiegare perché insistere in una corsa a far aderire Kiev alla Nato e alla Ue passando sopra le tragedie di minoranze che avrebbero dovuto essere protette e così non è stato buttando nel cestino non solo i due round di Minsk, ma anche la possibilità offerta dai negoziati di Istanbul.
 
    Era sin troppo chiaro, alla fine, che Kiev, solo per immagine e opportunità, si dichiarava atlantica mentre, nel contempo, non avrebbe mai soddisfatto, come non li soddisfa ancora oggi se fosse, gli stessi criteri di Copenaghen per aderire alla UE. Bisogna spiegare perché proprio quell’Europa che ha seguito il conflitto dalle poltrone dei salotti come se si trattasse di una partita di calcio o pensando di giocare a un war games con morti veri, dovuti anche all’uso di armi con ben precise provenienze ha negato una via negoziale a priori.
 
    Certo, come ricordava un’alta autorità, «la pace è anche conveniente», è vero. Permette di crescere in un clima di cooperazione, arricchisce e non divide e, soprattutto non emargina, Ma a chi ha sottolineato questo aspetto si potrebbe rispondere che la anche la guerra conviene per i citati dottor Stranamore che speculano sulle armi, sulla distruzione.
 
    Il piano Trump, alla fine, ricalcherebbe le proposte di Putin presentate a Istanbul tre anni fa, ma da allora le condizioni per Kiev sono drammaticamente peggiorate come era prevedibile e come avvenuto, per la UE e per ciò che resta della Nato. Alla Russia non è detto che queste condizioni andranno bene. Potrebbe ancora o avanzare e conquistare Odessa o far stabilire nelle condizioni di pace una consultazione popolare a Odessa e Kherson cui si lascerebbe ai cittadini delle due città e relativi oblast di decidere con chi stare.
 
    La verità, o ciò che resterà, dovessimo anche sacrificare in nome di Kiev figli e prossimi per una possibile guerra che la Francia sembra adorare e che Chatham House sembra non escludere, è che - comunque finisca questo conflitto - l'Europa, quell’Europa unionista oggi affascinata dalla deriva autocratica travestita da democrazia, nel perdere la sua guerra da tavolo ha perso la credibilità politica nel mondo, ha perso la sua stessa guerra ibrida combattuta ogni giorno nei confronti dei propri cittadini, piegando notizie a una volontà dominante che non ha nulla di democratico.
 
    L’Europa, quella che si fece rapire da Zeus dovrebbe ricordare che Atena ha trasformato in ragno una donna perché l'ha sfidata nell'arte della tessitura, Apollo scuoiò vivo un rivale insolente. Ermes praticò il furto di bestiame, Afrodite, abile tessitrice di inganni, tradì il marito con Ares mentre Dioniso indusse una madre ad uccidere suo figlio. Gli antichi affidavano agli Dei propositi di vendetta e non di giustizia. E gli stessi Dei, archetipi misteriosi e primitivi che si agitano nella dimensione più profonda di ognuno, erano crudeli, rancorosi, violenti, sleali, bugiardi. L’Unione europea sembra adorare nuovi idoli da tempo. E’ Atena, Apollo, Afrodite... a seconda del torto che ritiene di aver subito, vendicatrice inappagabile con un ego smisurato lei come molti dei suoi leader. Priva di un contatto con la realtà. Priva di un senso equo di verità. Priva di quel senso della misura che sino a ieri ne ha garantito pace e prosperità.
 
Riassunto by Google IA
 
 

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