L’Unione europea, la Nato e il rischio di un overkill economico, politico oltre che nucleare.

Leggere le diverse interpretazioni di quanto accade oggi in Europa, al netto delle pantomime che sembrano sprecarsi nel dare della questione di Gaza un’interpretazione politicamente e moralmente sostenibile per un Occidente in crisi etica e di valori, è di per se mortificante se non disarmante in una sfida a promuovere letture di comodo. Letture, offerte e sostenute da una volontà di mantenere, giustificandole, posizioni di potere o per consolidare fedeltà a chi determina, o pretende di farlo, il futuro di ognuno di noi.
Senza ripetere argomenti di per sé ormai affidati a una cronaca e a una storia che non si vuole leggere per quello che è – ovvero, andando al di là delle sciocchezze deliberatamente messe in campo per un’opinione pubblica che se opportunamente divisa risponde meglio al dettato - non sembra vi siano dubbi sulla pericolosità che dichiarazioni fuori luogo e senza una chiara visione strategica possano portare a un disastro che completerebbe l’opera di uscita di scena dalla prossima storia dell’Europa. Un risultato che non dispiacerebbe al buon Trump e né alla stessa Cina, o a qual mondo pronto a mettere in campo un’azione politica di conquista di ritorno di ciò che resta della ricchezza del Vecchio continente.
Insomma, non è bastato ricordare le posizioni assunte da Mearsheimer, di certo non definibile putiniano o filo-russo, o dello stesso Kissinger sin dagli anni Novanta o ancora di politologici del dovunque anglofono o della stessa Angela Merkel che, in un momento di lucido ritorno di purezza, ha chiaramente indicato in Kiev e, negli Stati Uniti, coloro che non avevano alcuna intenzione di risolvere la crisi ed evitare il conflitto. Tutto questo non è bastato.
Non è bastato accertarsi della diversa interpretazione sulla responsabilità della distruzione del gasdotto North Stream così come non è bastato accertare che probabilmente, al di là di saggiare la prontezza delle difese aeree dello spazio Nato, anche i droni sugli aeroporti europei di certo non volavano grazie a motori magari a fusione nucleare per coprire distanze importanti dal confine russo sino alle capitali europee. Banalità presentate come possibili casus belli giocando sugli sconfinamenti che certo non sono mai stati una novità. I piloti russi, ma anche Nato li hanno sempre sconfinato e per due ragioni. Una strategica, per valutare i tempi di risposta altrui. L'altra, per accorciare le rotte. E …, poi, vi sarebbe una terza: una possibile interferenza nei sistemi di navigazione, ipotesi rara, e, se fosse, in genere una volta intercettati l’incidente veniva chiuso con un saluto reciproco. Non vi sono dubbi, quindi, che se bastassero gli sconfinamenti, che sono prassi nota e quasi rituale, a evocare l’art. 4 del trattato dell’Atlantico del Nord ciò vuol dire che qualcuno cerca un pretesto ad bellum.
In questa corsa all'enfasi forzata su di un fenomeno routinario, il tutto è sembrato manifestamente funzionale a dare copertura e giustificazione alle reiterate ed improvvide dichiarazioni di una Kallas e di una von der Layen, entrambe allineate nel fare digerire all'opinione pubblica continentale l’aumento delle spese militari. Il tutto ad esclusivo, o quasi, beneficio del complesso finanziario-industriale-militare nordamericano che ringrazia. Ma, anche questo non è bastato.
Non è bastato e vi è chi si è cimentato nel dimostrare, in un autorevole sito, che la Russia è contro la Unione europea piuttosto che contro la stessa Nato, come se l’Ue nel passato non sia stata uno dei migliori partner commerciali per la Federazione russa e viceversa. Ma non basta ancora. La memoria a breve termine di un Occidente collettivo continua a produrre frutti che rischiano di essere indigesti. Ci si dimentica, ad esempio, che proprio nel 2001, anno della rideterminazione del concetto strategico della Nato lo stesso presidente della Commissione europea, Romano Prodi, proponeva la realizzazione di quello spazio economico da Lisbona a Vladivostok che avrebbe determinato un legame tra Occidente e Oriente del continente. Proponeva la creazione di uno spazio economico comune tra l’Unione europea e la Russia. Pur senza considerare l’idea di un’adesione della Federazione russa che, come la Turchia se fosse, avrebbe spostato il baricentro politico-decisionale troppo a Est, tuttavia non avrebbe escluso la possibilità di concludere accordi di associazione.
Costruire una Grande Europa avrebbe di certo non solo garantito unità al continente ma, di fatto, avrebbe favorito la conquista di posizioni economiche competitive non favorevoli agli Stati Uniti e capaci di contenere la proiezione della Cina. Come ricorda attentamente un sito che non può di certo essere tacciato di filoputinismo (https://www.analisidifesa.it/2023/07/grande-eurasia-la-sfida-russo-cinese-alloccidente/), a promuoverne la realizzazione di una “Grande Europa” da Lisbona a Vladivostok, fu un’idea ripresa dallo stesso Putin durante il vertice Ue-Russia del 2005.
Oggi l’Unione europea, dopo aver ubbidito compiacentemente alle intemperanze di Biden e degli Stati Uniti ultraconservatori, si illude che Trump sia il salvatore se non il promotore di una possibile autonomia strategica europea o il garante di un atlantismo a patto che si spenda a favore delle industrie americane mentre, nello stesso tempo, gli Stati Uniti retrocedono da possibili guai in caso di conflitto con la Russia giocando sull’ambiguità, portando sul terreno dell’Unione europea, in Ungheria, la certezza che un dialogo con la Russia sia più importante che assecondare le illusioni di gloria di Bruxelles dopo averla sedotta, abbandonata e poi ricattata sul piano della sicurezza. Lanciare il sasso va bene, ma per Trump nascondere la mano è meglio, soprattutto se in gioco vi è il rilancio dell’egemonia economica americana attraverso la quale ricostruire quella supremazia politico-strategica necessaria per mettere fuori gioco almeno uno dei due competitor più pericolosi: l’Unione europea (già fatto) e la Cina tramite la Russia (da vedersi).
Ecco, allora, che il come vanno le cose lo si comprende molto bene e credere che vi sia una regia nello scegliere personaggi così pericolosamente approssimativi per scarsità di analisi e comprensione del mondo che li circonda sembra quasi una condizione ottimale per lo stesso Trump per definire un nuovo ordine a suo uso e almeno in parte consumo. Tra complimenti ai leader europei – di cui non dimentica il sostegno da costoro offerto a Biden - e assicurazioni senza convinzione, Trump insegue un ordine che vedrà proprio gli Stoltenberg di ieri o di un Rutte di adesso o una di una von der Leyen pagare il prezzo al dominus d’oltreatlantico poiché così miopi da non comprendere che stare nell'olimpo non è sempre garanzia, o riconoscimento, di capacità né di competenza.
Ecco, allora, che la verità, prima vittima di una competizione a chi inventa la notizia del giorno da vendere a reti ormai unificate, in tutto questo è l’essere consapevoli che per mantenere il potere senza credito probabilmente Bruxelles e codali stiano ipotecando, con buona pace di Trump, il nostro futuro per sostenere un regime insostenibile, discutibilmente democratico, se si vuole al pari di quello russo, che non soddisfa neanche uno dei «criteri di Copenaghen» in un’ottica di adesione alla Ue e che della russofobia, della xenofobia in senso lato, ne ha fatto dal 2008 un paradigma. Tutto questo, mentre l’Unione europea, peraltro, in mano ormai ai piccoli Stati baltici e alle loro compulsività, resta un esoscheletro finanziario privo di anima politica, illusa da una deterrenza inesistente e da una scarsa considerazione non solo esterna ma anche interna.
Portare domani sul terreno eurounionista, in Ungheria, il dialogo tra i due grandi di fatto rende estranea l’Unione europea a casa propria stabilendo, senza ombra di dubbio, che a parlare nell’interesse della Ue sia solo e unicamente Donald Trump cui risponde la claque di sempre. Eppure, se i leader di un’Unione senza anima fossero almeno più attenti o accorti, si potrebbe ancora sperare che una sicurezza continentale come di una pace possibile sia un risultato a portata di volontà. Ma, ovviamente, a condizione che si riaprano i termini di dialogo con la Federazione russa e si considerino le richieste delle minoranze russofone dimenticate se non abbandonate per anni all’ostracismo di Kiev.
Certo, farsi commissariare dagli Stati Uniti, dopo essere stati usati e abbandonati, per incapacità non è certo edificante e vedere i volenterosi leader europei privati di credibilità ogni giorno non aiuta. Però un futuro per un’idea di sicurezza continentale è ancora possibile se si intende ricostruire una Nato eurocentrica quale ritaglio per differenza dalla prevalenza angloamericana rivolta a dotarsi di un’autonomia strategica e politica condivisa in termini paritari con la Federazione russa quale interlocutore necessario. Questo, un rischio ben compreso da Trump il quale per impedire che si possa consolidare una visione sino-russa delle relazioni continentali punta sulla completa esautorazione di Bruxelles mentre guarda oltre, ovvero a Taiwan, a come mantenere il proprio giardino di casa, l’America Latina, dopo essere riuscito a rimettere un piede ben fermo in Medio Oriente.
La vera sfida, però, è come superare l’assenza di leadership autentiche per un’Europa sonnambula che rischia il baratro perché, come ricordava un giovane analista, chi gioca col fuoco poi lo deve reggere e che se si vuole la guerra e bene che si sappia, e Trump non ha dubbi, che sarà l’Europa a pagarne i costi umani, oltre che economici, ancora una volta. Economia e sicurezza continentale dipendono ormai dall’Europa e la creazione di una difesa europea non è certo un obiettivo aleatorio se si comprendesse la volubilità dell’interesse americano in epoca trumpiana e la necessità di condividere il futuro attraverso nuovi e sinceri dialoghi continentali.
Credere, quindi, a condizioni date dal campo di battaglia di capovolgere gli esiti di un conflitto sfuggito di mano e gestito peggio a favore di chi ha improvvidamente creduto alle promesse della Nuland non sarà certo semplice se non impossibile. Credere di chiudere una partita che non si potrà risolvere con facilità vista la condizione di sopravvivenza storica che la Federazione russa subordina ai risultati del conflitto è una velleità per volenterosi suicidi. Questo, perché, se guerra dovesse essere, dopo Budapest, la Nato non esisterà più non il giorno dopo, ma lo stesso giorno perché non vi sarà alcun automatismo dettato dall’applicabilità dell’art.5 del trattato, perché i primi a retrocedere saranno proprio gli Stati Uniti – per i quali forse New York, Los Angeles ecc… non valgono Kiev.
Credere che con le armi nucleari si possa adottare una strategia di brinkmanship, o di rischio calcolato, è una sciocchezza. Lo stesso Robert McNamara lo sapeva benissimo come sapeva molto bene che il vincitore non avrebbe vinto nulla, e lo sa anche Trump, se non macerie e morte. Soprattutto, sapeva molto bene che chiedersi in che mondo si sarebbe vissuti il giorno dopo un confronto nucleare era, e resta, una domanda senza possibilità di risposta.
Riassunto by Google IA