"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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Venti di guerra o opportunità di pace?

Venti di guerra o opportunità di pace?

    Come scrivevo, da buon apprendista delle vicende altrui, in un tentativo di offrire un pensiero ancora “euro”-atlanticamente possibile, il concludersi disastrosamente l’avventura degli Stati Uniti in Asia centrale fu di fatto l’ennesima riprova di una prospettiva egemone fondata su presupposti storici, oltre che politici, completamente errati. Al di là delle vanità anglosassoni sulla capacità di piegare il mondo ai propri interessi, di fatto ciò che si è osservato nel tempo, in particolar modo dopo la “vittoria” della Guerra Fredda, è il non aver considerato che ogni esperienza politico-militare che non guardi al mondo nuovo che si scorge all'orizzonte rischia di avvolgersi su sé stessa e implodere. L'allargamento del gruppo dei Brics ad altri partner, la formazione di un non-Western World a guida sino-russa, hanno dimostrato come e in che misura i rapporti di forza stessero mutando relegando l'Occidente, inteso come aggregato multistrato tra Nato-Ue e Stati Uniti come egemone, ai margini di una nuova storia.

    Nel 1948 John King Fairbank, storico di Harvard, ricordava che «La prospettiva storica non è un lusso ma una necessità» e che «la storia continua senza corsie preferenziali, senza scorciatoie». Sinologo, autore di fondamentali testi tra i quali China Perceived; Images and Policies in Chinese-American Relations (1974) fu colui che consigliò a Nixon di aprire alla Cina per riconquistare terreno in Estremo Oriente, facendogli comprendere quali fossero i punti di forza di una simile apertura anche in chiave di contenimento politico della spinta in avanti di Breznev giocando sul contrasto ideologico tra Mosca e Pechino.

    Negli ultimi anni abbiamo assistito agli errori di una Nato troppo anglo-atlantica e poco euro-atlantica. Un’Alleanza che ha perso di aderenza con il cambiamento dei rapporti di forza politici ed economici in corso, che si è affidata alle lusinghe geopolitiche del dominus d'oltreoceano a danno del Vecchio continente. Un dominus le cui prospettive, oggi, sono completamente mutate come, altrettanto, sono mutate le condizioni dei rapporti di forza dei quali l’Unione europea, avendo perso ogni propria dignità politica negli ultimi anni, cerca di ricostruire un proprio valore considerandosi orfana di Washington invece che di se stessa.

    Nel tentativo di correre ai ripari, dopo aver abdicato ai propri principi e alle proprie ragioni di esistenza, dopo aver sacrificato quella Identità Europea di Sicurezza e Difesa affermatasi in ambito UEO negli anni Novanta, ma prontamente disinnescata dalla Albright nel Vertice Nato di Washington del 1999, l’Europa unionista o atlantista, dipende dalle circostanze, di oggi cerca di restituirsi un significato attraverso l’idea di un nemico comune. Tutto questo, alimentando un nuovo fronte della paura che, al netto della narrazione dominante, sembra ogni giorno di più funzionale a nascondere una serie di fallimenti da parte di Bruxelles. Fallimenti nella condotta della politica continentale che rischiano di far affondare in una crisi profonda quei popoli europei che speravano in qualcosa di meglio.

    Oggi siamo di fronte a una Ue che tenta una corsa solitaria, rivolta a ricostruirsi una dignità perduta e che sembra giocarsi sulla possibilità di presentarsi come una sorta di potenza regionale collettiva ritagliatasi per differenza tra Russia e Stati Uniti, riarmandosi e dimostrando di avere carattere. Quel carattere sul quale doveva investire nel passato nel cercare di trasformare il vecchio nemico della Guerra Fredda in quel possibile amico con il partenariato UE-Federazione russa del 1997, mentre, invece, ha preferito ributtarlo ai margini della storia per consideralo, nonostante il cambio di paradigma politico-strategico di Washington, come utile avversario per legittimare ciò che al dominus di ieri non serve più: la conquista delle ricchezze russe.

    Ora, che si tratti di minaccia o della nemesi di una storia mal processata, se un nemico c’è stato dell’Europa alla quale ha determinato non poche sofferenze di certo questo è stata la Germania. Proprio quella Germania di Merz che oggi si erge a paladina di un possibile confronto con quella parte di Russia con la quale, al contrario, la Germania di Brandt ne aveva negoziato l’apertura, ipotecando con la sua Ostpolitik una sorta di autonomia politica dell’Europa che sarebbe stata, nell’assumersi responsabilità definite e misurate che avrebbero portato all’unificazione tedesca, il vero motore morale dell’unità dei popoli. Ciò che al buon Merz sfugge, preso forse da un revanchismo alla francese ma in chiave di machtpolitik di bismarckiana memoria, è che l’unificazione tedesca è il prodotto di un bisogno di casa comune europea auspicata dallo stesso Gorbaciov e non, al contrario, una malcelata possibilità di ricostruire un nuovo euro-Reich millenario in salsa anglo-baltica.

    Certo, sembrano essere lontani i tempi del trattato dell’Eliseo del 1963 tra De Gaulle e Adenauer - figure neanche lontanamente imitabili da replicanti improvvisati nel panorama odierno della politica europeista - come lontana è la visione gaullista di una Europa che andasse da Lisbona agli Urali e, perché no!, sino a Vladivistok. Così come sfugge al cancelliere tedesco che il riarmo tedesco fu voluto dagli Stati Uniti e concesso dai partner europei non senza delle riserve. Però oggi, per delle classi politiche messe di fronte al fatto compiuto della vittoria russa in una crisi prevedibile e non evitata, un nemico è utile e funzionale a sostenere la necessità di un governo di guerra, la cui prerogativa è quella di poter fare a meno di un consenso convinto di poter autolegittimare se stesso agli occhi della popolazione. Lo ha compreso molto bene Netanyahu, come lo comprende lo stesso presidente ucraino che non cerca di certo una nuova sfida presidenziale, nonostante la fine del mandato e una discutibile reggenza.

    Ma, ciò nonostante, ci sono molti altri aspetti che non tornano non solo perché il Re è sempre più pericolosamente nudo, ma perché i presupposti storici sui quali lo stesso Merz, o un Rutte con la guerra dei nostri e forse anche dei suoi nonni, fanno affidamento per giustificare una corsa al riarmo dell’Unione europea sacrificando quella poca ricchezza prodotta non sono più gli stessi degli anni Trenta del Novecento. Non vi sono popoli condizionabili e manipolabili al netto di una capacità di propaganda che si affida alle nuove tecniche di condizionamento delle masse. E, in particolar modo, non vi sono condizioni di interesse da parte delle grandi potenze di oggi - Cina, Stati Uniti e India - ad assumersi l’onere, anche a distanza, di un conflitto per fare un favore a leadership solo in apparenza eurounioniste, che della velleità ne hanno fatto un valore e non una occasione per riflettere sui loro limiti se non nelle pretese di voler guidare i destini del mondo. Magari riuscendo a contare sino a quel dieci fatidico che impedirebbe a Londra, Parigi e Berlino e utili seguaci, di trascinare tutto un continente nel Gran Burrone.

    Insomma, non è solo necessario evitare di provare a sottostimare la capacità di reazione nucleare della Russia ritenendo - come circola sul web salottiero - che i sistemi d’arma russi siano obsoleti o non funzionanti. Certo, potrebbero magari saggiarne la capacità se fossero convinti di ciò assorbendo un timido primo colpo con la sicurezza di poter disporre di un secondo colpo risolutivo e senza appelli (se le capacità nucleari anglo-francesi fossero altrettanto affidabili considerato che Washington non lancerebbe un petardo). Si potrebbe scommettere su questo.

    Tuttavia, però, si può scommettere anche sulla guerra economica, magari e nel frattempo, cosa cui gli europei sembrano più propensi e sicuri del risultato, pensando che il fenomeno corruttivo in Ucraina sia solo una debolezza di un regime per l’Unione dei volenterosi donatori, mentre gli Stati Uniti, ovvero coloro che avevano ben altri progetti per Ucraina, Russia e Ue, oggi investigano per conoscere dove siano finiti gli aiuti finanziari e i sistemi d’arma dati a Kiev e di cui i conti sembrano non tornare. E si può scommettere sulla possibilità di congelare, per adesso(?), gli utili positivi in termini di interessi maturati dei capitali sovrani russi presenti nelle banche europee. Una scelta che sembra non aver compreso bene dalla stessa storia che le sanzioni indiscriminate, alla fine, ritornano al mittente compromettendone la capacità di mercato e aumentando i costi di importazione.

    In questo sia Keynes, con il suo memorabile ma non compreso The Economic Consequences of the Peace (1919) che lo stesso Paul Kennedy The Rise and Fall of the Great Powers (1987) furono ben chiari nel dimostrare, in quasi un secolo di distanza l’uno dall’altro, come e in che misura una pace, come una politica di potenza, si costruisce sul piano economico piuttosto che politico e che una guerra economica può trasformarsi in una tragedia. Congelare anche solo le utilità positive determinate dagli interessi dei capitali e dei titoli russi depositati o presenti nelle banche/piazze europee sarebbe un incubo per i capitali esteri presenti nello spazio Ue come in Italia. L’Europa non sarebbe più una piazza affidabile. Verrebbe meno la fiducia al deposito e agli investimenti sulle piazze di un Vecchio continente in preda a un delirio ossessivo-compulsivo tipico dei deboli. Si presenterebbe una corsa al ritiro da parte dei grandi gruppi o degli Stati extra-Ue delle riserve sovrane presenti in tutto lo spazio dell’Unione. Ovvero, una realtà che neanche di fronte all'acclarato sostegno ad Al Qaida è stata messa in pratica con i Fondi sovrani qatarini cui si è permesso di acquistare i migliori immobili delle città europee, oltre a veder finanziate le moschee in un’Europa della cristianità sempre più apparente.

    Ritiro dei capitali esteri, scarsa capacità di produrre ricchezza allargando la base dei consumi ed esportando beni, ma scegliere di investire prevalentemente in beni a domanda rigida come quelli militari significa porre le premesse per una iperinflazione cui si potrà porre rimedio, a condizioni economiche date, magari stampando euro attraverso la BCE e, per volontà di Bruxelles, inondando il mercato europeo di banconote non più spendibili nei mercati internazionali. Il risultato: crollo del potere d’acquisto, scarsa tenuta dei servizi sociali, crisi di ciò che resta del welfare e implosione del modello economico finanziario europeo. Però, dal punto di vista di coloro per i quali una guerra ogni tanto è un’occasione imperdibile, ciò è un sacrificio utile se non necessario nell’illusione di rilanciare economie divenute asfittiche.

    Ogni guerra è conveniente, perché il lato speculativo delle industrie degli armamenti non tende a scemare e poco si preoccupa delle ricadute sul piano delle condizioni e della qualità della vita dei cittadini. D’altra parte, non hanno insegnato molto I cannoni di Krupp del Novecento e segneranno ancor meno i carri armati, anche se fosse scontro aperto, di Rheinmetall. La stessa fine della guerra del Vietnam, la decisione di Nixon di dichiarare l'inconvertibilità del dollaro con l'oro, l'implosione del modello sovietico dopo dieci anni di sforzi militari in Afghanistan, il disastro economico USA sempre per la sovraesposizione militare sembrano non aver insegnato nulla a questa Europa ripetente. Ma non solo. La stessa interpretazione delle condizioni di pace che si fondano non sulla possibilità che Kiev faccia parte della Ue in un prossimo futuro - a patto che si chiariscano i termini stessi di cosa l’Ucraina intenda per Stato di diritto, libertà e tutela delle minoranze, giurisdizione indipendente e riduzione del rischio di corruzione - diventa strumentale sul piano della neutralità.

     Non si comprende infatti, come e in che misura la possibile neutralità di uno Stato che paga il prezzo di una posizione geografica che la vuole a ridosso della Russia non sia negoziabile visto che dal 1955, e per richiesta dell’allora Unione Sovietica, l’Austria è uno Stato a neutralità permanente nonostante faccia parte da allora di un consesso occidentale e, dal 1995, membro dell’Unione europea. Anzi. In un momento di forte crisi tra Est e Ovest che caratterizzava gli anni Cinquanta del Novecento di sicuro l’Austria doveva essere un attore decisivo in un possibile confronto tra Nato e Patto di Varsavia; eppure, la Nato di allora, non fece nulla per convincere l’Austria a ridefinire le proprie posizioni. Questo, se si considera che la legge costituzionale con la quale Vienna dichiarò la propria neutralità fu approvata il 26 ottobre 1955. Ovvero, sei mesi dopo la costituzione del Patto di Varsavia, 5 maggio dello stesso anno, quale risposta da parte dell’Unione Sovietica all’ingresso della Nato della Repubblica Federale tedesca.

    Si comprende, allora che uno degli obiettivi nell’insistere oggi nel conflitto russo-ucraino dal punto del sostegno militare e nei provvedimenti economici unilateralmente decisi dai Paesi Ue - e di certo con una posizione comodamente interlocutoria di Washington - sia null’altro che quello della sopravvivenza di leadership in crollo di credibilità internazionale. Ma, considerando la volontà di prolungare un conflitto, sembra ve ne sia un altro. Vi è anche la possibilità che gli obiettivi mancati da parte degli Stati Uniti siano stati fatti propri da parte della Ue, quasi a dimostrare che può fare da sola nel cercare di favorire una disarticolazione della Federazione russa nel tentativo che si possa raggiungere quel risultato sperato, provato ma non ottenuto da parte di Washington qualche presidente fa: mettere le mani sugli asset russi.

    Tuttavia, in questo quadro a tinte fosche dove ciò che accade sembra aver ben poco a che fare con la pace, nello stesso tempo, indica come e in che modo la pace si potrebbe realizzare proprio con una una rideclinazione della sensibilità risarcitoria provata dall’Unione europea. E, cioè, attraverso un compromesso che risarcisca anche le popolazioni coinvolte, ucraine ma anche russofone considerando le diverse, ma in quota parte, chiare responsabilità degli attori in gioco, europei atlantici compresi. Citare il diritto internazionale giustificando il congelamento dei capitali sovrani o, comunque, di lecita provenienza russi, non è certo, per quanto detto, un buon viatico verso la soluzione del conflitto. E, questo, se si considera che la scelta unilaterale di una misura di tale tenore dimostra e colloca l’Ue sullo stesso piano morale degli avversari che ritiene di voler combattere, poiché essa si attribuisce un potere di agire oltre che di giudizio unilaterale nel privare di proprie risorse comunque uno Stato sovrano, e ciò al netto delle finalità previste dai Trattati.

    Ma l’Unione europea non rende un buon servizio neanche alla credibilità della sua difesa del diritto internazionale dal momento che, ferme restando le responsabilità di Hamas, anche nei confronti di Israele per la risposta sproporzionata contro i palestinesi di Gaza dovrebbe sussistere l’obbligo di risarcire la popolazione della città distrutta per una rappresaglia condotta senza quartiere. E, questo, ricordandosi che nessuno si è mai preoccupato di congelare i capitali statunitensi a titolo risarcitorio per i danni diretti e collaterali delle guerre in Vietnam, in America centrale nelle diverse fasi, come quelle preventive in Iraq e Afghanistan. Come nessuno sembra si sia preoccupato di mettere in conto i danni ai popoli nelle diverse campagne coloniali condotte dalle potenze europee per ben due secoli.

    Ciò significa, che il senso di giustizia cui si appella il commissario Dombrovskis non è certo compiuto, poiché non solo non vi è una pronuncia diretta nel senso di un organo giurisdizionale riconosciuto e titolato a farlo per quanto riguarda il sequestro di fatto e il congelamento degli utili in interessi appartenenti di diritto a uno Stato, ma che dovrebbe tenere conto, per un senso di equa giustizia, dei crimini di guerra commessi da entrambe le parti. Probabilmente al commissario europeo o a chi per lui sfugge che la Corte europea per i diritti dell’uomo aveva già condannato l’Ucraina per aver negato la strage di Odessa del 2 maggio 2014 e, probabilmente, avrebbe dovuto tener conto in tempi passati di far condannare Kiev al risarcimento delle famiglie delle vittime delle provincie del Donbass a partire dal 2008 sino al 2022. Ma, anche in questo caso, non sembra che esistano misure prese dalla democratica Unione europea che ne abbiano tenuto conto.

    Scivolare sul campo giuridico credendo che davvero si possa pensare che il diritto internazionale possa essere valido sino a un certo punto, o solo se interpretato nell’interesse dell’Unione europea, diventa una grande prova di ipocrisia. Quella ipocrisia che invece di condannare chi si è reso parte o complice di un illecito internazionale, Putin compreso, alla fine punirà chi del diritto ne ha fatto un uso di parte lasciando proprio all’avversario campo libero di poter argomentare su un terreno che alla Ue, a questa Ue, non è più favorevole.

    Aver scelto di attribuire a un provvedimento che andava definito in termini giuridici su un piano allargato di condanna da parte della comunità internazionale e averne fatto un feticcio politico, per affermare una volontà velleitaria da potenza collettiva, fa perdere di credibilità e di fiducia a quell’Unione di volenterosi che volontariamente sembrano giocare più sul piano dell’autodistruzione invece che promuovere un nuovo cammino di comprensione e dialogo. Lo ha provato Macron illudendosi che Pechino potesse riconoscerlo come uno statista europeo ricevendolo con tutti gli onori ma restituendo al mittente le richieste francesi, lo ha provato il Ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, costretto a rinunciare al viaggio in Cina dal momento che nessuno gli aveva garantito incontri di rango al par suo.

    Oggi, Artico, terre rare, tecnologia, volontà di disaccoppiare la Russia dalla Cina sono per Trump le priorità che avrebbero dovute essere dell’Unione europea se quest’ultima avesse avuto alla guida veri statisti e veri visionari. Trump tenta di ricostruire la potenza economica USA ai danni dell'UE favorito dal fatto che la diplomazia europea, molto domestica, ha uno scarso senso della storia e meno che mai capacità di fare analisi degli scenari. Se la UE si presenta con la von der Leyen o con la Kallas e gli Stati membri con cancellerie di partito e ministri degli esteri senza memoria e senza prospettive, se non il mantenere posizioni di privilegio anche a costo di un disastro, non ci si può aspettare altro. E, cioè, il vedere aprirsi un tavolo negoziale, dopo la conquista di Odessa da parte russa ovviamente, dove la corsa sarà quella di rinnegare tutto affermando il contrario di tutto pur di sopravvivere alle ragioni sempre del più forte.

    D’altra parte, è stato sempre comodo allinearsi al padrone di ieri. Solo che il padrone segue i propri interessi e non fa sconti quando è in gioco la sopravvivenza di una propria idea di egemonia. Trump, oggi, fa ciò che la Ue è stata incapace di fare ritagliandosi nel 1997 un proprio spazio di azione investendo su se stessa e sulle relazioni continentali e mediterranee. Adesso, l’Unione europea, dopo aver accettato tutto dagli Stati Uniti comprese quelle sanzioni di ritorno chiamate dazi, trasforma Trump in un avversario. Ed ecco che, ancora una volta, si è di fronte all’ennesima lezione mai appresa nonostante Kupchan ci abbia provato in How Ememies Become Friends a dare qualche suggerimento. Probabilmente Gramsci aveva colto nel segno guardandosi intorno nell’affermare che, alla fine, «la storia insegna, ma non ha scolari», e se magari li ha, oggi, sono allora dei pessimi scolari.

 
Riassunto by Google IA
 
 

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