Vorremmo un Paese che non sia confuso, ma che sia chiaramente consapevole di esistere come nazione, di essere attore essenziale nel mondo, artefice della propria politica e non strumento di politiche altrui o di interessi ed egoismi di pochi. Se la nostra credibilità nella comunità internazionale subisce una lenta ma costante erosione - fra dossier romanzati per accreditarci ad intelligence d’oltreoceano e operazioni caratterizzate da un’improvvisazione da giochi di cortile o simulazioni da spy game - dobbiamo ammettere che è ad un pallone che si è affidato il riscatto di una nazione.
Può sembrare paradossale. Ma laddove le istituzioni del Paese navigano senza rotta e con tanti capitani senza responsabilità, una partita di calcio segna il gol decisivo di un popolo, di un Paese. Quel Paese che dovrà imparare la lezione meritocratica che solo lo sport e l’agonismo puro possono insegnare. Quella lezione di regole di capacità, onestà e responsabilità da applicare nelle Istituzioni, servizi compresi, necessarie per costruire un’immagine nuova del Paese. Una responsabilità che non affranca la politica dal decidere e non può assolvere chi opera con condotte contrarie rispetto all’interesse pubblico.
Quell’interesse che non è, e non può essere, l’interesse di un governo di turno o la volontà di inseguire aspettative di carriera e di potere di funzionari rampanti. Ma è l’interesse alla sicurezza di un popolo. Quel popolo azzurro che chiede di poter essere convinto che le Istituzioni vengano affidate agli uomini migliori per garantire quella credibilità di nazione che dalle pagine dei giornali ancora oggi non si riesce ad intravedere, se non nei riflessi di un semplice, umile, pallone.