Cercare di affidare ad una nuova legge elettorale il destino del Paese non è una grande trovata. Certo il sistema scelto dall’ultimo legislatore non è il massimo della garanzia della rappresentatività e della partecipazione del cittadino al processo elettorale. Tuttavia, una riformulazione ulteriore del sistema di voto rappresenterebbe, guardando ai risultati, solo un tecnicismo apparente perché di modelli elettorali ne abbiamo provati diversi. La verità è che in politica non vi sono solo maggioranze numeriche, ma ci dovrebbero essere anche maggioranze politiche. Maggioranze, queste ultime, ancorate ad una visione condivisa di un programma e di un orizzonte di governo verso il quale ogni singolo componente dell’esecutivo, e della coalizione che lo sostiene, dovrebbe tendere.
Ecco perché, nella fine di questo esecutivo si assiste all’esaurimento per consunzione di una concezione della politica e di chi la esprime. Una classe politica fine a se stessa, vittima del suo stesso consociativismo. Oggi la sinistra si trova di fronte al problema di una deriva estremistica per ragioni di consenso elettorale, con una sofferenza dei Democratici di Sinistra perché a rischio di assimilazione omologante in un neocentrismo postdemocristiano che sarà inevitabile. La destra, a sua volta, è costretta, al di là di ogni ottimistica dichiarazione d’intenti, a fare i conti con la presenza di partiti come la Lega e l’Unione di Centro, entrambi in assenza di una riformulazione della qualità delle singole individualità dal momento che né l’una, la Lega, né l’altro, l’UdC, sono così dotati di una sostanziale capacità di condividere un orizzonte allargato dell’interesse nazionale e di collocazione parlamentare veramente identitaria.
Ciò di cui ha bisogno il Paese oggi non è, quindi, l’ennesima analisi tecnicamente adeguata. Bensì una manifestazione di buon senso delle segreterie politiche per essere criticamente e politicamente corretti sul ruolo dei partiti e sulle scelte dei cittadini. Questo perché solo attraverso un esame critico della vicenda e del possibile futuro si potrà costruire un modello più maturo di democrazia occidentale. Un modello che superi le anacronistiche ragioni gerarchiche delle segreterie di partito e che eviti la reiterazione di interessi convergenti su personalismi del momento.
Personalismi che ostacolano, a sinistra, ogni possibilità di incontro delle anime post e neo-riformiste nel Partito Democratico, e a destra la capacità di affrontare l’avventura di una sintesi politicamente efficace in una dimensione culturale, laica e popolare, che possa fare da contraltare dialettico nel confronto politico e programmatico di domani. Se così non sarà, ci troveremmo di fronte alla prosecuzione di una lenta agonia. L’agonia di un malato che si ostina a rifiutare la cura per non uscire da un senso di protezione garantito dalla sua condizione e assicurarsi, ancora per molto tempo, un sicuro, vantaggioso, posto letto.