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"…La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni…”
Alexander Dubcek
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Ceuta: ovvero, il fronte nordafricano dell’Europa

Ceuta il fronte nordafricano dell’Europa
 
    Ci sono diverse citazioni possibili alle quali fare riferimento per varie occasioni e per vari motivi. Tra la volontà di soddisfare un desiderio di saccenza d’occasione o per sostenere, rafforzando quasi in un neretto ideale, tesi che si intendono affermare. Così si potrebbe fare anche scrivendo delle migrazioni che hanno assunto negli ultimi anni un peso e una dimensione importante non solo per i volumi, ma per i significati che a esse gli si attribuisce, magari interpretandole come fenomeno o assumendole a processo fisiologico di una globalizzazione a fluidità garantita.
 
    Si può essere presi, ad esempio, da una sorta di compassione ritenendo che la scelta di migrare nasca dal bisogno di respirare e che, per questo, la stessa speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Oppure si può essere indulgenti quasi a completare un sentimento di pietas cristiana, o di ciò che ne rimane al netto della strumentalità d’uso, che un immigrato è qualcuno che non ha perso niente, perché dove viveva non aveva niente e, quindi, la sua unica motivazione sarebbe quella di sopravvivere un po' meglio di prima. Insomma, che si accetti l’una o l’altra o le infinite frasi di circostanza che la generosità del web offre, il fenomeno migratorio è non solo legato a questioni di ordine interno per quanto riguarda gli Stati ma anche a obiettivi di carattere politico al quale l’arma demografica si presta in maniera efficiente ed efficace, a utili e favorevoli condizioni e possibilità date nel ricorrervi.
 
    Nel caso di Ceuta le spiegazioni possono essere legate a una condizione di caos geopolitico nel quale ambizioni o vendette geopolitiche si consumano nel rendere permeabili le frontiere dell’uno o dell’altro Stato in ragione delle posizioni assunte o dei favori da rendere. Tuttavia, che si tratti di guerra ibrida a carattere demografico scatenata per dare un ben servito a Sanchez per le posizioni di condanna della politica di Netanyahu nei confronti delle comunità palestinesi o, anche, perché il buon Donald a stelle e strisce intenda far comprendere al primo ministro spagnolo, con la compiacenza di un Marocco di certo molto interessato, chi regge ancora le redini del confronto geopolitico non rappresentano le uniche chiavi possibili di lettura dei fatti di Ceuta oggi o di Melilla di alcuni anni fa.
 
    All’ombra delle rivendicazioni marocchine sulle due exclave spagnole dal 1580, o che si tratti per la Spagna, se fosse, allora di rivendicare la piena sovranità su Gibilterra considerando i termini di Utrecht del 1713 - per una successione al trono di Spagna mal digerita da Londra - ormai abbondantemente superati, la verità disarmante è di ben altro tipo. Solo leggere i magazine made in Africa dimostrerebbe ai più come e in che misura vi sia un’Africa pronta a crescere non solo in termini produttivi ma anche economico-finanziari. Una promozione del continente che sdogana se stesso proiettandosi ad assumere una centralità economica sommata all’Asia non più emergente.
 
    Lo ha capito bene e per tempo la Cina, gli Stati Uniti in ritardo, mentre l’Unione europea ha da decenni dimenticato non solo il significato delle politiche di prossimità inaugurate nel 1995 a Barcellona - di cui ne resta solo il nome - ma anche le modalità di intervento e di sostegno ai Paesi cosiddetti ACP con i quali la stessa allora Comunità europea si era posta al vertice delle organizzazioni sovranazionali con finalità politico-commerciali. Finalità, che nel riguardare il sostegno ai mercati agricoli e delle materie prime favoriva processi occupazionali significativi in quei Paesi dei quali oggi si subisce l’ondata migratoria.
 
    Una realtà che si tinge di scomoda verità per una Unione europea che ha mancato i propri obiettivi di guidare l’integrazione anche nel Mediterraneo, priva di una politica migratoria comune, votatasi al dogma tecno-finanziario. Una Unione europea che ha piegato le sovranità degli Stati non a un’idea comune originaria, ma agli interessi dei grandi capitali soprattutto d’oltreoceano diretti a mantenere una posizione di controllo dei mercati e volti a contenere la crescita dell’Ue quale attore protagonista in prossimità molto sensibili alle rotte energetiche e all’accesso alle materie prime degli Stati africani.
 
    Eco, allora, che non è certo fuori luogo leggere e bene i processi di modernizzazione e di crescita - pur con le riserve nei confronti di leadership autocratiche o etnico-dominanti - attraverso i quali l’Africa di oggi tenta di conquistarsi, per differenza rispetto alle vecchie potenze coloniali, una propria dignità regionale ponendosi al centro del panorama della competizione mondiale in termini di risorse e produttività.
 
    Al di là della visione lungimirante della Cina che si è presentata quale partner strategico nella infrastrutturazione degli Stati del Nord Africa, oltre che principale finanziatore conquistando il debito africano, è del tutto evidente che la crescita richiede stock occupazionali a formazione adeguata agli obiettivi. L’esempio di Tangeri, per restare in Marocco, e dei suoi due terminal portuali lo dimostra con chiarezza dal momento che negli ultimi anni ha realizzato, con le attività portuali e retroportuali, un modello economico-produttivo che ha visto crearsi quasi 100.000 posti di lavoro a formazione di qualità. Ciò dimostra che, crisi interne o meno, di fatto la crescita tende a non andare d’accordo con una pressione demografica non proporzionata alle possibilità di assorbimento delle unità lavorative a bassa qualità se non priva di formazione. Ciò giustifica come l’agevolare i flussi verso l’Unione europea o un altrove extra-africano risponda a una strategia volta a impedire che le città collassino e che l’ordine pubblico possa trasformarsi in un fattore disincentivante gli investimenti che quel non-Western-Word tende a mettere in campo nel continente africano.
 
    Infatti, non è certo un caso che la vita politica ed economica di molti paesi africani, al netto della qualità della partecipazione, tende a non voler essere ostaggio di marginalità o di emarginazioni sociali e quindi, molto più facilmente, tende a far cadere su altre economie sino a ieri viste come possibili partner, i costi di una demografia che non risponde agli obiettivi di crescita prefissati.
 
    È in questo gioco, allora, che vanno collocate, dopo averle correttamente lette e declinate, quelle possibili interpretazioni di un uso strumentale dell’arma demografica. Perché, Ceuta non rappresenta altro che il prezzo che la miope ed assente Europa paga a un’Africa che tende a modernizzarsi e che per risolvere pressioni ingestibili per debito di qualità e per garantirsi migliori e più performanti condizioni di ordine pubblico si presta o, meglio, presta, la sua demografia in eccesso agli usi di chi spera di trarne vantaggio. Magari per soddisfare un senso di frustrazione storica come per il Sahara spagnolo oggi Sahara occidentale, per un Fronte Polisario che si mantiene fermo nelle sue posizioni indipendentiste e che ritorna a essere un buon attore, o una buona giustificazione, dipende dall’uso, per piccole vendette mai risolte, il Marocco, nei confronti di Madrid o strumento per sassolini da togliere dalle scarpe di Washington o Tel Aviv ai danni di Sanchez.
 
    Oggi, tutto questo sembra accadere a scapito della stessa Spagna, certo, ma ben presto anche dell’Unione europea e di chi crede che Schengen possa presentarsi come l’unica panacea a un limite politico, ed economico, oltre che sociale, di prospettiva strutturale per assenza di lungimiranza, per una scarsa comprensione di fenomeni migratori tramutati in utili fattori di potenza ma, anche, in strumenti di miserabile ricatto geopolitico. Tutto questo mentre la vera Africa delle nuove possibilità cresce.
 
Riassunto by Google IA
 

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