Una necessità per una sopravvivenza geopolitica dell’Europa

Ci sono dei passaggi della storia del Novecento che rendono quel secolo non poi così breve come definito da Eric Hobsbawm perché, al di là di due Guerre Mondiali, le lezioni della storia non sembrano aver ben definito i contorni del rischio e delle responsabilità per fare della pace ereditata dalla Guerra Fredda un valore che possa avere un futuro. Che possa capitalizzare una rendita geopolitica tale da restituire all’Europa un ruolo centrale nelle dinamiche geopolitiche mondiali e affidarle, semmai fosse, un ruolo guida verso un’idea di maggior partecipazione e rispetto delle identità che la compongono o a essa prossime. In questo senso va letta, riconducendone la storia e la sua utilità, in fondo per ben oltre 75 anni, la stessa Alleanza Atlantica la quale, piaccia o meno, di fatto ha ben assolto al suo mestiere di deterrenza e di cooperazione nel garantire stabilità e ordine a quell’Europa occidentale in debito, da sola, di capacità militari e di una capacità politico–diplomatica tale da poter sostenere in autonomia le sfide dell’ultimo Novecento e del nuovo Millennio.
Oggi non si tratta, però, di entrare nel merito di una cronologia storica e politica che contraddistingue il dibattito anche contemporaneo sulla necessità, ammessa la fattibilità, di una possibile autonomia strategica dell’Unione europea. Al netto dei vari tentativi più da happening e calendario dell’Avvento che di concretezza dottrinale e chiarezza di idee – dalla Pesc alla Psdc alla Eu–Global Strategy, alla Eu–Strategic Compass sino a giungere al Readness Europe–2030 (ex EU–Rearm–Europe) guerra russo–ucraina, e risorse, permettendo – diventa sempre più difficile pensare, di fronte al volenteroso disordine dei partner europei, di poter gettare nel cestino della storia un’eredità significativa come quella atlantica.
Ovviamente le prospettive e gli orizzonti sono cambiati e l’aver formulato più e più volte Nuovi Concetti Strategici non ha certo aiutato a fare chiarezza su un punto fondamentale: individuare il nuovo centro di gravità politico dell’Alleanza. Non ci sono dubbi che lo spostamento verso gli Stati Uniti dal 1949 in poi si giustificava da sé non solo per il ruolo importante giocato nel sostenere la ricostruzione da parte degli Usa con lo European Recovery Program (il cosiddetto “Piano Marshall”), ma per l’impossibilità, nonostante i tentativi con il Patto di Bruxelles, Ced e Ueo, di poter sostenere sforzi decisivi nel realizzare un modello di deterrenza a risorse date se non sottratte a una ricostruzione di un deserto economico qual era ridotta l’Europa.
Tuttavia, al di là delle ragioni francesi di ritagliarsi uno spazio per affermare un’autonomia strategica europea all’interno della Nato, fatte salve le idee gaulliste su un’Unione più confederale che federale, di certo l’idea di una Nato più europea che atlantica rappresentava già un buon argomento di discussione, in un momento storico, nei roventi anni Sessanta, nel quale la Francia riteneva che sussistessero buone condizioni per ritagliarsi e far ritagliare ai partner europei un ruolo più deciso nell’aprire un dialogo verso l’Urss mentre gli Stati Uniti cercavano di regolare difficili conti in Vietnam.
Anzi, proprio in questo preciso momento storico, e prim’ancora del raggiungimento di una maggiore consapevolezza europea sul concetto di una Identità Europea di Sicurezza e Difesa costruita trent’anni dopo da Maastricht in poi, De Gaulle suggerì una nuova postura atlantica per i membri europei. Una sorta di anticipo di un’Ostpolitik a declinazione francese. Una idea che non sarà ben digerita da parte degli Stati Uniti e che nel trattato dell’Eliseo concluso con la Germania di Adenauer del gennaio 1963 avrebbe dovuto inaugurare una nuova era delle relazioni transatlantiche e transeuropee.
Certo, De Gaulle era interessato a definire nuovi equilibri in Europa per restituire vigore a una grandeur sconfitta già a Dien Bien Phu in Indocina (1946-1954) e a seguire in Algeria (1954-1962) e la delusione dell’estromissione dal programma nucleare che sottendeva il precedente accordo di Nassau del dicembre 1962 tra Washington e Regno Unito, erano i sassolini presenti nelle scomode scarpe parigine. Eppure, vista la distensione inaugurata tra Kennedy e Kruscev dopo la soluzione della crisi missilistica di Cuba, sembrava possibile al generale francese riorientare le priorità europee.
Ma Piani Fouchet o meno, orientati a promuovere una visione più confederale dell’integrazione europea, e nonostante l’uscita della Francia dalla parte militare del Trattato dell’Atlantico del Nord (ovvero la partecipazione alle operazioni Nato e rispetto dell’art.5, ma impiego della forze francesi riconosciuto al solo comando nazionale e sottratto all’Alto Comando Nato) l’idea che si potesse creare una frattura con gli Stati Uniti senza ricomporre la ferita francese determinò un risentimento che favorì, anche, un’interessante riflessione e un primo cambio di prospettiva. Pierre Harmel, già primo ministro del Belgio, tentò di ricucire lo strappo francese di De Gaulle che vedeva l’uscita della Francia dalla parte militare del Trattato dell’Atlantico del Nord. Nel tentativo di superare i fallimenti delle due proposte Fouchet – che rappresentavano una soluzione salomonica per ricollocare l’Europa, e la Francia, al centro del dibattito sulla difesa europea – Harmel non mancò di ricordare nel suo “Rapporto” che “La sicurezza militare e una politica di distensione non sono in contraddizione. La difesa collettiva costituisce un fattore di stabilizzazione nella politica mondiale. Essa è la condizione necessaria per politiche efficaci volte a una maggiore distensione. La via verso la pace e la stabilità in Europa passa, in particolare, per un utilizzo costruttivo dell’Alleanza nell’interesse della distensione. La partecipazione dell’URSS e degli USA sarà necessaria per giungere a una soluzione dei problemi politici in Europa.”
Il Rapporto nasceva da due considerazioni fondamentali vista la crisi messa in atto dalla Francia. La prima, la paura di un disimpegno degli Stati Uniti quale conseguenza di una maggior richiesta di autonomia strategica da parte dei paesi europei se si fossero allineati alle ambizioni francesi. La seconda, la certezza dei Paesi europei più piccoli di non potersi permettere di sostenere spese per la difesa tali da poter mantenere una credibilità di deterrenza al di fuori dell’ombrello atomico statunitense visto che i sistemi d’arma nucleari francesi sarebbero rimasti subordinati alla piena sovranità di Parigi nel deciderne l’uso. In cambio, riconoscevano e auspicavano una maggior europeizzazione dei processi decisionali.
Un monito interessante se riletto oggi alla luce delle storie recenti del processo di integrazione continentale e di una “nuova” Nato degli anni Novanta con la Federazione russa parte del Consiglio Congiunto e di un Putin dei primi anni del Duemila convinto, erroneamente, che a Pratica di Mare qualcuno forse gli avrebbe proposto l’ingresso proprio nell’Alleanza. Magari in un quadro di difesa collettivo e continentale che andasse dall’Atlantico a Lisbona e superasse gli Urali giungendo a Vladivostok. Ma come visto, pur essendo stati gli Stati Uniti garanti, interessati, di un allargamento europeo governato oltre Atlantico non lo resteranno a lungo.
In questo caso si tratterà di decidere se per caso, e in che termini, pensare di poter costruire un modello di sicurezza continentale che tenga conto di ogni elemento di crisi che potrebbe determinare pericoli e rischi alla pace e, quindi, alla convivenza oltre che alla crescita continentale. D’altra parte, Machiavelli avvisava e non certo con poca avvedutezza che “non è partito prudente far amicizia con chi abbia più opinione che forze … poca la prudenza degli uomini che... non sapendo, né potendo difendere sé medesimi vogliono prendere imprese di difendere altrui”. In altre parole, non sembra non solo poco utile proclamare intenzioni oltre le possibilità, ma credere che si possano fare i conti senza l’oste di turno, in questo caso la Federazione russa convinta di combattere una battaglia decisiva per la propria esistenza come identità storica, politica e anche culturale. D’altronde, pur ponendosi dalla parte dell’Ucraina non si può non tener conto che l’indipendenza stessa di Kiev non è altro che il prodotto storico e politico non solo della dichiarazione di indipendenza del 24 agosto 1991 ma anche dall’aver partecipato alla fondazione della CSI, Confederazione degli Stati Indipendenti istituita l’8 dicembre 1991 con l’accordo di Belaveža tra Bielorussia, Federazione Russia e, appunto, l’Ucraina, con il quale si sanciva la fine dell’esperienza storica e politica dell’URSS.
In questa prospettiva, e ricercando una via di negoziato possibile che riallinei gli interessi e le prospettive dei due Paesi, non vi è dubbio che la Nato del futuro non sarà di certo la stessa Nato del passato. Certo, è difficile pensare di fronte al nulla alternativo che la Nato sia obsoleta se non solo per il fatto che i rapporti di forza politica e di interesse all’interno del quadro dell’Alleanza sono decisamente mutati e che il non percepire tale cambiamento è il rischio maggiore per la sopravvivenza di una comunità che dovrebbe essere più “euro” che “atlantica” ma che vede l’Ue non disporre di proprie capacità militari credibili al di fuori della Nato.
Certo vi può ricorrere alle forze e alla capacità logistiche secondo la formula ereditata a Petersberg circa gli assetti “separabili ma non separati”. Sarà la fine della crisi russo-ucraina a determinare un mutamento del quadro politico e militare della comunità euro-atlantica e a dettare le condizioni necessarie per quella rinegoziazione dello stesso Trattato dell’Atlantico del Nord in chiave europea e continentale che andava già prevista e discussa al Vertice atlantico di Washington del 1999. Rinegoziare considerando i nuovi rapporti di forza e i nuovi interessi delle parti, che non saranno più così scontatamente definibili aprioristicamente, ne determinerà la sopravvivenza o la fine della sua ragione storica con tutti i rischi che ne deriveranno.
Europeismo e Atlantismo possono ancora rappresentare una necessaria complementarità, ma il tutto è affidato a una nuova traduzione del linguaggio geopolitico continentale. Probabilmente rileggere il Rapporto Harmel avrebbe un senso ancora oggi nonostante il ricordo del 50.mo voluto nel dicembre 2017. Giorno del ricordo nel quale l’allora segretario generale della Nato, Stoltenberg pur avendo ammesso che “Dopo due anni di assenza di incontri, il Consiglio NATO-Russia si è riunito sei volte dall'aprile 2016. Nelle nostre riunioni abbiamo discusso svariati temi, quali l'Ucraina, l'Afghanistan, nonché la trasparenza e la riduzione dei rischi. Il nostro dialogo con la Russia non è facile. Ma è proprio per questo che è così importante", sembra, sei anni dopo, essersene dimenticato istradando la politica atlantica in un doppio e un unico pericoloso binario.
Un percorso che archiviava quella visione atlantica di un Gorbaciov forse troppo positivo nella bontà d’animo occidentale per il quale, all’interno dei negoziati CFE – ovvero per la riduzione delle forze convenzionali in Europa – le relazioni tra gli Stati devono essere costruite su reciprocità e cooperazione dal momento che condividere rischi e pericoli richiede il ricorso a una “sicurezza comune”.
Per Gorbaciov, infatti, era necessario raggiungere una dimensione militare fondata più che sul “concetto” si potrebbe dire sul paradigma dei “livelli di ragionevole sufficienza difensiva” interpretata, questa, quale premessa necessaria per dare credibilità a qualsivoglia proposta di controllo e riduzione degli armamenti e, soprattutto, per accettare riduzioni asimmetriche di armamenti e forze. Una disponibilità importante che avrebbe visto seguire anche i negoziati New Start.
Insomma, la lezione della storia resta sempre la stessa così come quella diplomatica. E, cioè, che i conti si fanno con l’interlocutore del momento. Un aspetto fondamentale del vivere politico che non presenta scorciatoie possibili e, questo, lo si comprende anche considerando le scelte o le non scelte imposte anche da ambizioni egemoniche. In ogni caso, non vi sono dubbi che la sopravvivenza della Nato dipenderà, sul piano politico dalla nuova forza o dalla vitalità che verrà riconosciuta, se fosse, rivitalizzando l’Osce quale forum irrinunciabile per attribuire un senso a un quadro di relazioni cooperative che comprendono non solo l’Europa occidentale ma anche le prossimità dell’Asia centrale.
D’altronde, il non-modello trumpiano pone in crisi ogni assetto storico e ogni capacità di governare le transizioni dal momento che predilige un ordine fondato sulla capacità transazionale; ovvero, della contrattazione fine a se stessa che neanche gli Stati Uniti – in uno dei migliori momenti, ad esempio dalla fine di Bretton Woods con il Nixon shock del 15 agosto 1971 in poi sino alla volontà di dominare il GATT o con le guerre condotte nel dovunque geopolitico per capitalizzare una posizione da potenza indispensabile – avevano ricercato.
Oggi si può essere diversamente atlantici cercando di depotenziare il conflitto russo-ucraino facendo decantare una polarizzazione che non produce altro risultato che quello di determinare il rischio di un punto di non ritorno per ogni attore internazionale ed europeo in particolare.
Lo stesso accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan che ricorda in un certo senso la vecchia Cento, o Patto di Baghdad del 1955 (Central Asia Treaty Organization) – definito all’interno di un quadro dottrinale di contenimento della contaminazione comunista in Medio ed Estremo Oriente – dimostra come la centralità della Nato si sposti verso Est, con Ankara ancora una volta intelligente Stato-ponte della Nato.
Un’Alleanza denominata “Convenzione della Mecca per la Difesa Comune” ma che potrebbe essere ridefinita in Patto della Mecca attraverso il quale si realizza un’architettura collaterale alla Nato con capacità nucleari ma non Nato. Un evidente messaggio di come e in che misura gli interessi meno atlantici e poco europei della Turchia, nazione che offre il maggior contributo di forze terrestri alla capacità Nato, possano mutare secondo un quadro geopolitico il cui centro non è più nel cuore dell’Europa continentale, ma si sposta verso un Oriente prossimo e a più dimensioni.
Insomma, a condizioni geopolitiche date, tra crisi a Est e a Sud dell’area di responsabilità strategica oltre che politica dell’Alleanza, non si può certo non osservare che il disallineamento strategico dell’Alleanza nel suo complesso rispetto agli interessi degli Stati Uniti rappresenti ormai il vero rischio di tenuta. Questo, perché considerando che proprio l’essere una alleanza troppo atlantica e poco europea dimostra come e in che termini, volenterosi a parte, l'Europa, appiattendosi sulle lusinghe geopolitiche e sugli interessi strategici di Washington, rischia ormai, cercando di ritagliarsi tardivamente una sorta di autonomia strategica non sostenuta da un’altrettanto autonoma capacità militare, di perdere centralità nelle decisioni che riguardano la sicurezza e difesa continentale. In fondo, come sostenuto più volte, l'ascesa del mondo "non–occidentale" dimostra, se ancora ve ne fosse necessità, quanto le relazioni politiche ed economiche e, quindi, anche politico–strategiche nel riorganizzare i termini di potenza o sostenere nuovi possibili tentativi egemonici, disegnino un pianeta che non è più unicamente a trazione statunitense.
La stessa iperestensione a Est è stata portata avanti senza contestualizzare i cambiamenti nelle leadership russe o cinesi, o senza comprendere il ruolo della Turchia che si dimostra, quest’ultima, molto più realisticamente capace di interpretare un atlantismo funzionale, utile a ritagliarsi un proprio spazio di autonomia di azione politica. Dapprima offrendosi, ad esempio, quale interlocutore con la Russia e dimostrare, oggi, di avere le idee chiare sul come e in che misura giocare la carta di farsi riconoscere quale Paese indispensabile per qualunque riassetto degli equilibri nel Golfo Persico e in Medio Oriente.
In questo senso, riappropriarsi della Nato europea rideclinata in chiave continentale e neocooperativa può essere un buon argomento per ricostruire un arco di stabilità che abbracci uno spazio allargato da Est a Ovest chiudendo crisi volute da terzi e aprendo ad assetti che guardino all’Atlantico ma anche alle prossimità del Pacifico russo. Ma questo implica una visione consapevole che l’unità continentale non si ferma alla vecchia linea dell’Oder–Neisse, né ai confini tra Ucraina e Mosca, ma prosegue ben oltre gli Urali e verso quell’Asia centrale che alla fine torna a essere quel supercontinente che ritorna a essere quel cuore del mondo la cui corsa al dominio si è aperta ai danni della stessa Europa e delle sue istituzioni economiche e difensive.
Riassunto by Google IA