Dal ritorno di Trump l’Europa e il resto del mondo hanno visto se non scoperto come e in che termini, soprattutto, le politiche globali non sempre rispondano ad articolati e profondi processi di analisi ma, nell’era della comunicazione del pronto consumo, tutto può essere rimesso in gioco e poco importa degli effetti e dei danni prodotti. O, meglio, importa poco a chi i danni li considera collaterali quali prezzo da pagare per un interesse o un capriccio che possa soddisfare ambizioni di potenza o giustificare assetti di potere.
In questo gioco al rialzo dettato sul tavolo verde da un Trump che sembra giocare a poker con i destini del mondo, Artico, terre rare, tecnologia, volontà di disaccoppiare la Russia dalla Cina hanno rappresentato e rappresentano la volontà americana di tentare di ripristinare una gerarchia di potenza su nuovi presupposti di ordine attraverso i quali ricostruire la potenza economica. Una potenza, quella americana, messa in discussione da una sovraesposizione strategico-militare non più economicamente sostenibile. Si tratta, in fondo, di una scelta che ricorda quella di Nixon di aprire alla Cina negli anni 70 uscendo dal pantano del Vietnam per ricostruire una politica di potenza in debito di ossigeno. Tutto questo, mentre la diplomazia europea ha dimostrato e dimostra, al di là dei proclami da buone, ma non sincere intenzioni se si guarda all’interesse tedesco di riarmarsi, uno scarso senso della storia e meno che mai capacità di fare analisi degli scenari.
Se l’Unione europea si presenta con la Kallas e gli Stati UE con cancellerie di partito e ministri degli esteri senza memoria e senza prospettive, se non il mantenere posizioni di privilegio anche a costo di un disastro, non ci si poteva e non ci si può aspettare altro. Allinearsi al padrone di turno è sempre stata una cifra distintiva di una Europa debole e priva di carattere cui solo un De Gaulle riuscì ad opporvisi considerati i termini dell’accordo di Nassau del 21 dicembre 1962 tra Regno Unito e Stati Uniti che videro esclusa la Francia dall’accesso ai sistemi d’arma nucleari.
Il padrone, se tale si considera, segue i propri interessi e non fa sconti quando è in gioco la sopravvivenza di un'idea egemonica alla quale Trump non sembra voler rinunciare facendo ciò che la Ue è incapace di fare: nell'impossibilità di combatterlo o nella non volontà di farlo, al di là dei risultati possibili trasforma l'avversario di ieri in amico di oggi e di domani. Ciò varrebbe per la Russia ma anche per l’Iran del post-Memorandum, spostando sul piano della contrattazione economica le relazioni e la soluzione delle crisi, alzando la posta del risiko e scommettendo sulla propria credibilità. Insomma, una lezione già offerta da Kupchan in How Ememies Become Friends, ma già consigliata da un Benjamin Franklin per il quale la formula migliore di fronte a un possibile competitor sarebbe quella di collocarsi su un piano di reciproco vantaggio cosa che l’Ue non riesce a fare.
Certo bisognerebbe vedere quanto e in che misura l’endorsement trumpiano sia capace di dimostrare di essere affidabile nelle contrattazioni che avvengono più sulla spinta di una compulsività emotiva da uomo del destino che non da una prevalenza della razionalità dell’uomo di Stato. Una compulsività che sottende quanto gli Stati Uniti giochino su un fronte abbastanza ampio ma fortemente divisibile. Un fronte politico-strategico a rischio di polarizzazione; aspetto, questo, che alla fine renderebbe vano ogni tentativo di riaffermare una supremacy unilaterale per dare ancora una volta spazio a potenze come Cina e Russia se non alla stessa India in difesa di un ordine multipolare. A favorire organizzazioni come la Sco, gli stessi Brics e a far nuovamente moltiplicare accordi di difesa reciproca maturati al di fuori della dimensione americana come il Patto di Islamabad tra Arabia Saudita e Pakistan del maggio 2026. Un chiaro segnale alla scarsa fiducia che gli ex alleati hanno ormai verso Washington.
D’altronde, lo stesso Elon Musk, tornato sui suoi passi, e ai suoi affari, dopo l’ubriacatura trumpiana non ha mancato di sottolineare come la diplomazia a stelle e strisce sia una questione di famiglia o di amicizia dimostrando che, al netto delle dichiarazioni di Trump nelle diverse circostanze, i dubbi e l’alternarsi di posizioni e dichiarazioni non hanno fatto altro che dare degli Stati Uniti l’immagine di un gigante dai piedi di argilla. Una consapevolezza che, al netto del conflitto contro l’Iran o della dipendenza dalle intemperanze di Netanyahu, dimostrerebbero proprio perché gli Stati Uniti non rendano un buon servizio all’Unione europea e alle democrazie occidentali in senso lato: perché troppo occupati a riorganizzare una propria leadership mondiale possibilmente a spese altrui.
In fondo, un’Europa poco attenta si è dimenticata troppo in fretta che per il presidente americano, prim’ancora dell’aprile 2026 allorquando si pronunciò sulla inutilità della Nato, il 26 febbraio di quest’anno non mancò di sottolineare che l'Ue era nata per fregare gli USA. Una frase che pronunciata da chi rappresenta un attore che da anni si è presentato come il conquistatore globale farebbe anche sorridere se tutto ciò non fosse tragico come sottolineano e bene in America Invades: How We've Invaded or Been Militarily Involved With Almost Every County on Earth (2015) di Christopher Kelly e Stuart Laycock. Un volume nel quale si dimostra come e in che misura gli Stati Uniti d’America, pur nella loro abbastanza recente storia, abbiano invaso, combattuto conflitti o esercitato un controllo in 190 su 193 stati membri delle Nazioni Unite: quasi il 99 per cento dei Paesi del mondo. Un aspetto non trascurabile.
Oggi la politica estera di Trump sembra subire un fascino neo-jacksoniano, in onore di un presidente che non solo favorì lo schiavismo, da buon proprietario terriero, ma anche determinò una scuola di pensiero che si alternava e si alterna con altre declinazioni a stelle e strisce in materia di come tutelare gli interessi americani nel dovunque sia necessario. Una scuola alla quale Trump tenta di fare il verso a suo modo, ma senza averne la stoffa e il carisma, se non meno la credibilità, ad esempio, di un Theodore Roosevelt, quest’ultimo ritenuto il miglior erede del pensiero di Jackson. Un pensiero tra populismo e determinazione che sarà tradotto sul piano geopolitico nel «parla con dolcezza e porta un grosso bastone» (Big Stick) del primo Roosevelt e sul piano interno con la cosiddetta «dottrina Jackson-Lincoln» per la quale al presidente deve essere riconosciuto il diritto/dovere di fare tutto ciò che è necessario per il popolo, a meno che non sia esplicitamente proibito dalla Costituzione. Due insegnamenti cui Trump sembra volersi ispirare.
Tuttavia, guardando all’oggi, di certo la guerra contro l’Iran non può paragonarsi a una nuova splendid little war visti i termini e le conclusioni del Memorandum di Islamabad il cui scopo sembra essere quello di chiudere, in 14 punti - quasi a riprendere in senso ironico i “punti” wilsoniani - una partita ancora una volta risoltasi in una non vittoria; in un compromesso accettabile solo per poter difendere una credibilità che non ha più tenuta per Washington. Un Memorandum che sulla base di generici impegni e sulla partita degli aiuti economici alla ricostruzione lascia, in fondo, tutto come prima con l’aggravante di vedere Washington costretta a riconoscere, suo malgrado e al netto della maschera indossata, l’Iran come una potenza regionale e scrivendo un impegno che raggiunge un risultato, in termini di accordi sul nucleare, che presenta meno garanzie di quanto ottenuto da Obama con il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015.
Tuttavia, assertiva o meno, e Iran nonostante, l’idea che Trump ha del mondo ormai non è certo più quella che hanno gli europei, ammesso che questi ultimi ne abbiano una. La von der Leyen ci ha messo molto del suo in questi anni per dimostrare prima una lealtà agli obiettivi d’oltreatlantico nella speranza di accreditarsi a Washington, poi nel ritagliarsi spazi di manovra facendo sì che la Commissione fosse e sia tutt’altro che il difensore dei Trattati quanto, in verità, un organo autocratico e autodeterminato essendo andato ben oltre i limiti e i perimetri posti alla sua azione dagli stessi trattati. Una Commissione, che si pone al di sopra del Parlamento e, ancora peggio, dello stesso Consiglio andando oltre il rispetto degli Stati membri, e dei loro popoli. Un’idea di potere sovranazionale che di certo un De Gaulle, una euroscettica Thatcher dei migliori anni o un europeista pro domo sua alla Kohl non avrebbero permesso che ciò potesse accadere.
E, così, ritornando dall’Iran all’Ucraina, dal dicembre 2022 passando per Bruxelles oggi ci si dovrebbe chiedere, al netto delle rispettive posizioni e giustificazioni o alibi possibili, se sia accettabile che si possa ancora far dipendere la diplomazia dagli interessi di parte economica e in parte di potenza quando la portata delle soluzioni possibili era ed è ancora già scritta ma non voluta tra Minsk e Istanbul. Quando l’idea di definire un quadro di cooperazione continentale era già stata ipotizzata e condivisa, per poi vederla finire nel cestino della storia nel 1997, per far riaffiorare vecchie bramosie di potenza o soddisfare sentimenti di vendetta e di odio mal sopiti sotto il lenzuolo corto della democrazia conquistata ad Est.
Lo stesso piano Trump di qualche mese fa ha dimostrato, e dimostrerà ancora, come e in che misura le condizioni per Kiev saranno sempre più limitate dal momento che il pensare di sconfiggere la Russia sul campo significherebbe accettare un confronto mortale senza vincitori e una epoca di dolori. Questa volta, e l’Iran insegna nella sua brevità di un conflitto che in poco tempo ha dimostrato quanto il prezzo si distribuisce oltre le linee di un fronte o di un Golfo, qualunque piano di pace non sarà possibile se non si collocheranno al centro le intenzioni, riconosciute le violazioni ma anche le provocazioni tra le parti e se non si ristabiliranno condizioni di equilibrio e garanzie tali da mettere la sicurezza e la difesa continentale al primo posto dell’agenda di un’Europa plurale.
In un mondo che si riunisce attorno alla cosiddetta «maggioranza globale» che non vede rientrarvi l’Europa, il cosiddetto «Occidente plurale» così definito nell’Est più estremo rischia di non trovare se stesso se non di vedersi spinto ai margini delle nuove latitudini geopolitiche che contano con la Cina che guarda soddisfatta e la Turchia che sogna il suo nuovo Medio Oriente.
Insomma, al netto delle prospettive neoconservatrici che albergano, seppur disordinatamente oramai, nel pensiero e nelle azioni di Trump, forse l’Europa avrebbe dovuto ricordare quanto e in che misura soprattutto, per la teoria sull’egemonia ed equilibrio di potenza, gli Stati quali attori protagonisti della politica internazionale si trovano a far parte di un sistema che è governato non solo dai rapporti di forza tra i contendenti, ma che costringe gli stati a competere tra loro in termini di potere, perché essi ambiscono all’egemonia o a considerare termini di equilibrio. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, J. J. Mearsheimer in The Tragedy of Great Power Politics, (2001), ricordava come l’obiettivo di un paese come gli USA sia quello di acquisire una posizione di predominio sull’intero sistema, perché solo così essi possono confidare sul fatto che a nessun altro stato o aggregazione di stati verrà mai la tentazione di muovergli guerra. Ovvero, di imporre un nuovo ordine egemonico o, ancora peggio, di isolarli da un nuovo centro economico.
Oggi, è proprio il non porsi di fronte a tale evidenza che l’Europa perde la sua bussola e non riesce a riorientare il proprio ruolo rideterminando la sua forza. Un’Europa che avendo subordinato i propri interessi al “boss” d’oltreatlantico - avendo abdicato a fare la differenza nella crisi russo-ucraina sin dal dicembre 2021 e poi a non essere parte del processo di pace in medio Oriente o ad assumere posizioni più certe e pragmatiche nella crisi iraniana - non considera che la legge di Tucidide espressa ne La guerra del Peloponneso per Trump - sostenitore di una visione mitopoietica del destino degli Stati Uniti - ma non solo per lui purtroppo, sembra essere ancora valida.
Quella legge che vuole che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo la faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza. Una legge della forza che se continuerà a dominare nel Secolo quotidiano probabilmente non ci resterà che allinearci di volta in volta all’egemone del momento, pagando prezzi e costi delle scelte altrui.
Ma se l’Europa deciderà di voler contare qualcosa allora sarà nella capacità di rimettere in discussione questa legge ciò che potrà fare la differenza per ristabilire un ordine orizzontale, più distributivo e meno polarizzante nei termini di relazione. Questo, iniziando da una riconfigurazione delle relazioni continentali più cooperative e meno espulsive, ritrovando un’idea di unità per seguire un proprio destino che non si fermi al vecchio confine della Guerra Fredda e che vada ben oltre gli Urali. Al contrario, continuando a essere vittima delle proprie debolezze, delle proprie paure o prestandosi a controproducenti regolamenti di conti altrui rischierà una nuova ennesima frammentazione, dove lo stesso significato di popoli e di nazioni invece di sopravvivere quali somme di sovranità per differenze condivise, si perderà nuovamente negli egoismi di sempre.